Si chiude quest’oggi la 23esima Conferenza mondiale sul clima che si è tenuta per due settimane (a partire da lunedì 6) a Bonn. Vi hanno preso parte 77 Paesi, di cui 48 in via di sviluppo e 16 industrializzati, nonché 13 organizzazioni internazionali.

La conferenza si è tenuta contemporaneamente ai colloqui esplorativi per la formazione del futuro governo tedesco fra gli esponenti dell’Unione (Cdu-Csu), dei Liberali (Fdp) e dei Verdi. Fra le questioni che la futura coalizione “Giamaica” deve affrontare v’è appunto quella delle emissioni nocive di anidride carbonica nell’atmosfera e del rispetto degli impegni assunti due anni fa nella Conferenza che si tenne a Parigi. In quell’occasione infatti i Paesi partecipanti, fra cui la stessa Germania, s’impegnarono a far sì che le emissioni di CO2 non avrebbero dovuto far salire, entro il 2020, la temperatura globale terrestre di più di 2 gradi centigradi rispetto all’epoca preindustriale. Anzi si sarebbero dovuti fare tutti gli sforzi necessari per contenere tale aumento al massimo intorno ad 1,5 gradi. A distanza di due anni tale meta sembra ben lungi dal poter essere raggiunta e tutte le previsioni fatte dagli scienziati danno per certo lo sforamento dei limiti che ci si era preposti.

Secondo quanto emerge dai calcoli fatti dalla rete globale di ricerca “Global Carbon Project (costituita da 76 scienziati provenienti da 57 istituti di ricerca in 15 Paesi), quest’anno le emissioni globali di anidride carbonica dovuta alla combustione fossile aumenteranno nuovamente di ben il 2 per cento, portando le emissioni per la fine dell’anno a circa 41 gigatoni. Tale aumento si è verificato nonostante una crescita dell’utilizzo delle energie rinnovabili di ben il 14 per cento all’anno nell’ultimo quinquennio. Le stime fatte dagli esperti della Banca mondiale prevedono un aumento dell’anidride carbonica a livello globale del 2,9 per cento, mentre quelle del Fondo monetario sono ancora più alte. Gli esperti ritengono che sia ormai troppo tardi per scongiurare catastrofi naturali nel futuro molto prossimo. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), che ha pubblicato recentemente il rapporto “sguardo sull’energia mondiale”, entro il 2040 i due terzi di tutti gli investimenti nelle nuove centrali elettriche saranno alimentati dalla tecnologia verde. Tuttavia le energie rinnovabili non possono sostituire l’utilizzo dei combustibili fossili. Nello scenario globale gli esperti sostengono che per il 2040 la quota di petrolio, gas e carbone dovrebbe ancora essere del 61 per cento. Nel rapporto di base, chiamato “nuove politiche”, e basato sui piani energetici attuali dei governi, le energie rinnovabili rappresenteranno ancora solo il 17 per cento del mix energetico globale nei prossimi 23 anni, mentre i combustibili fossili saranno il 75 per cento. Il che significa che un’uscita dall’utilizzo del carbone e della lignite è ben al di là dal venire.

Secondo Fatih Birol, presidente dell’Iea, in un’intervista rilasciata al quotidiano tedesco “Handelsblatt” «è troppo presto per scrivere la parola fine dell’età del petrolio». Tuttavia il mix energetico complessivo sarà più pulito, ed è qui che entra in gioco il gas: la materia prima beneficia della sua reputazione di combustibile fossile “più puro”. Le sue emissioni di anidride carbonica sono inferiori del 40 per cento rispetto alla combustione del carbone, e di un quinto inferiori a quelle del petrolio, secondo gli esperti di Parigi. Poiché questo combustibile viene utilizzato sia nella produzione di energia elettrica, sia nell’utilizzo di quest’ultima e del riscaldamento, il suo consumo aumenterà costantemente. In futuro potrebbe essere consumato il 45 per cento in più di gas rispetto ad oggi. La quota della materia prima nel mix energetico globale risulta quindi pari a circa il 25 per cento. Di qui si capisce da un lato la vera e propria guerra in atto fra la Germania e l’Unione europea riguardo la competenza giuridica inerente la costruzione del gasdotto Nord Stream 2, che vede l’alleanza con la società russa Gazprom, dall’altro la guerra in atto tra Stati Uniti, maggior produttore di gas liquido ottenuto con la tecnica del fracking, e l’Europa (Germania in testa) riguardo alla possibilità di rinnovare le sanzioni economiche alla Russia, sempre “rea” di aver annesso la Crimea secondo gli alleati d’oltreoceano. In particolare ritengono, forse non a torto, i tedeschi che questo andrebbe a colpire gli interessi economici ed energetici del vecchio continente.

Angela Merkel
©-2017-Nord-Stream

Anche per queste ragioni, nel suo discorso tenuto alla Conferenza mercoledì scorso dalla Cancelliera impegni precisi al riguardo di un’uscita della Germania dal carbone entro il 2030 non se n’è sentita traccia. Il suo è stato un discorso generico, di circostanza e senza impegni precisi. Frau Merkel ha definito il cambiamento climatico una “questione del destino” per l’umanità. Niente più. È ben cosciente, infatti, che se vuole arrivare ad un compromesso per la prossima coalizione di governo deve tenere conto delle aspettative di tutti i suoi futuri alleati. I Verdi vorrebbero subito la chiusura di 20 centrali a carbone (a dire il vero si sono detti disposti anche ad accertarne la metà), mentre gran parte dell’Unione e l’Fdp si dicono fermamente contrarie. In ballo ci sono i posti di lavoro nel settore del carbone nel Nord Reno-Vestfalia, Brandeburgo, Sassonia e Sassonia-Anhalt. In aggiunta al discorso del consenso politico, si deve affrontare una levata di scudi logica da parte del sindacato del settore. Oltre a questo ci sono le potenti società produttrici d’energia, come E.on e RWE, che posseggono numerose centrali elettriche a carbone e lignite, e che di certo non vedono di buon occhio la loro chiusura. Infine c’è il più o meno reale timore di un possibile ammanco di approvvigionamento elettrico, dal momento che attualmente le energie rinnovabili non sono senz’altro in grado di garantire l’autonomia nazionale.

La Germania rimane il 6° produttore mondiale di emissioni nocive, l’Italia, una volta tanto per fortuna, si piazza in penultima posizione al 18° posto (complice anche la scarsa industria pesante e la poca produzione di combustibili fossili). Gli Stati Uniti, giustamente criticati per fare poco rispetto alla salvaguardia del clima, sono in seconda posizione dopo la Cina. Ma almeno non hanno mostrato una buona dose d’ipocrisia.

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World Energy Outlook 2017

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