© Irish Defence Force CC BY-SA 2.0 Flickr
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Sea Watch © Euronews

Il caso Sea Watch 3 è una specie di cartina di tornasole per tentare di capire, ammesso che lo si voglia fare, questi tempi terribili. Partiamo dai veri protagonisti, gli esseri umani che lasciano i loro Paesi nella speranza di trovare altrove qualcosa di migliore. Una cosa antica come il mondo, come antiche come il mondo sono le resistenze a questi movimenti migratori da parte delle popolazioni autoctone. Il dilemma è; aprire o chiudere? Accogliere o respingere?
Probabilmente il segreto della giusta risposta sta nella misura. Se sono migliaia la migrazione può essere regolata e, cosa fondamentale, l’integrazione nel Paese di accoglienza avviene quasi automaticamente (come è successo in Italia negli anni Novanta). Se sono centinaia di migliaia (come è successo nel periodo 2015-2017) la risposta è no. Perché una massa del genere mette a rischio la tenuta sociale del Paese ricevente nonché il funzionamento dei suoi sistemi di base (servizi pubblici, sicurezza, istruzione, sanità, convivenza civile). In questo

© Irish Defence Force CC BY-SA 2.0 Flickr

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caso lo Stato ricevente ha diritto di fare delle scelte e se questo Stato è inserito in un’unione di Stati, come nel nostro caso, queste scelte devono essere condivise e i pesi devono essere distribuiti equamente e non gravare solo su alcuni. L’Europa ha fatto e continua a fare il contrario. Durante la crisi 2015-2017 quando in Italia entrarono 650.000 migranti, Francia e Austria risposero chiudendo le loro frontiere e sospendendo Schengen, mentre il resto dell’Europa si girò dall’altra parte opponendosi a qualsiasi redistribuzione dei migranti tra i Paesi membri. Cosa per altro che non li mise completamente al riparo a giudicare dall’aumento delle richieste di asilo, soprattutto in Francia, nel biennio 2015-2017. Nel caso Sea Watch 3 invece, abbiamo assistito a dieci giorni di melina da parte dell’Unione Europea perché nessuno Stato, al di là delle dichiarazioni d’intenti, voleva decidersi concretamente ad accogliere.

Mattarella - Steimeier © il Deutsch-Italia

Mattarella – Steimeier © il Deutsch-Italia

«Wer Menschenleben rettet, kann nicht Verbrecher sein» ha detto Steinmeier a proposito di Carola Rackete, la capitana di Sea Watch; chi salva vite umane non può essere un criminale. A parte il fatto che anche Hermann Göring salvò degli ebrei su richiesta di suo fratello Albert, e Hermann Göring era sicuramente un criminale, ciò che colpisce di questa dichiarazione è la richiesta di immunità preventiva, come se violare le leggi italiane fosse una cosa da nulla dal momento che salvi vite, o dal momento che sono leggi italiane, penserebbero i maliziosi. Tutto sommato il ragionamento potrebbe anche starci, paradosso Göring a parte, soltanto a patto però che si sia sicuri oltre ogni ragionevole dubbio che le vite siano state veramente salvate e non si sia invece giocato con esse per altri fini.

Matteo Salvini © Michele Novaga

Matteo Salvini © Michele Novaga

Oggi sappiamo con certezza, perché lo ha confermato la ministra olandese dell’immigrazione Ankie Broekers-Knol nella sua lettera – risposta al ministro degli Interni italiano Matteo Salvini, che Carola Rackete poteva attraccare in Tunisia. Questa informazione è centrale per giudicare nel modo corretto ciò che è avvenuto. C’era un porto tunisino più vicino ai naufraghi rispetto a quello di Lampedusa in grado di accogliere. In Tunisia non c’è nessuna guerra e il Paese è relativamente sicuro. Ora, se lo scopo è quello di salvare vite, l’obbligo è quello di portare i naufraghi al porto sicuro più vicino. Ergo, portarli a Lampedusa non è stato “salvare vite”, ma altro. È stata infatti, una decisione provocatoria dettata dall’agenda ideologica delle Ong che fanno leva sul ricatto morale per portare avanti obiettivi politici. Le Ong non riconoscono i confini degli Stati, hanno deciso per conto loro che l’immigrazione debba essere libera e senza regole, non riconoscono le leggi degli Stati che limitano la loro azione e per giustificare tutto ciò hanno dichiarato unilateralmente che tutti i migranti sono profughi e schiavi che fuggono dalle persecuzioni e dai campi di concentramento delle nazioni di provenienza. Per caricare al massimo le loro pretese non hanno esitato a fare paragoni con l’olocausto e lo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, fissando un paradigma in base al quale chiunque metta in discussione il loro modo di operare diventa un nazista.
In questo modo si strumentalizza il concetto di salvataggio marittimo, che è stata una delle prime conquiste della nostra civiltà. Lo si manipola, lo si distorce, lo si usa come una clava per colpire moralmente l’avversario che si oppone perché magari vuole vederci chiaro in una faccenda che non lo convince, e si avvelena una delle fonti più antiche della nostra convivenza civile. Una sinistra che si rispetti dovrebbe mettere un freno a questo avventurismo pericoloso, smascherare il ricatto morale su cui poggia, schierarsi senza esitazione dalla parte della legalità e del diritto ed esigere che gli Stati europei affrontino in modo unitario il problema migrazioni, senza mascherarsi dietro al paravento delle Ong. Una classe di intellettuali che si rispetti dovrebbe mettere in discussione questo attivismo da polli senza testa, passarlo al setaccio con durezza, indagarlo senza tabù ideologici per portare alla luce i motivi veri che lo agitano. Ma soprattutto un sistema di informazione un minimo libero dovrebbe smetterla di raccontarci la storiella del profugo che fugge da guerra e tortura e raccontarci come si vive veramente in Ghana (Pil 2018 +7 per cento), in Gibuti, Etiopia, Kenya, Ruanda, Tanzania, Uganda (Pil 2018 +6 per cento), in Benin, Burkina Faso, Togo (Pil 2018 +5,5 per cento, tutte le cifre nel dettaglio qui), e spiegarci chi e perché se ne vuole andare da quei Paesi pagando migliaia di euro a degli schiavisti per un viaggio pericolosissimo che non li farà stare meglio.

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Edoardo Laudisi classe 1967, laureato in Economia, scrittore e traduttore. Nel 2001 ha pubblicato il romanzo Zenone (Prospektiva Letteraria) nel 2014 l’ebook Superenalotto (self publishing) nel 2015 il romanzo Sniper Alley (Elison Publishing) e nel 2018 il romanzo Le Rovine di Babele (Bibliotheka Edizioni). Appassionato di poesia, nel 2007 ha diretto e prodotto il documentario Poesia Final con interviste ai maggiori poeti contemporanei. Attualmente vive a Berlino.

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    4 Commenti

    1. Ma visto che voi siete un sistema di informazione libero, perché non ci spiegate una volta per tutte chi e perché se ne vuole andare da quei Paesi pagando migliaia di euro ecc ecc? No perché muoio dalla voglia di saperlo.

    2. Ma poi scusate, il paragone con l’olocausto non va bene ma quello con Goering sì? Peraltro senza alcuna logica: Goering non era un criminale per il fatto di aver salvato ebrei, ma per ben altre cose; Carola, invece, è stata arrestata proprio per il salvataggio, equiparato a un crimine. Come se arrestassero l’idraulico perché ha riparato il rubinetto (“criminale!”) tirando in ballo mio cugino che era un famigerato stupratore e nella vita ha riparato un rubinetto pure lui. Per capirci: se nel tempo libero Carola desse fuoco ai migranti il vostro paragone avrebbe colto nel segno.

    3. L’articolo mi trova totalmente d’accordo. La corsara tedesca ha raccattato da un gommone gente che, clandestinamente, pretende di viaggiare in Europa. Quel gommone è frutto di un accordo fra scafisti e ONG. Ci sono leggi italiane in vigore da rispettare e che sono fatte apposta per proteggere il Paese. Non è pensabile che una qualsiasi cialtrona possa fare carta straccia delle leggi di uno stato sovrano. La legge è super partes e va solo rispettata.

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