La copertina dello "Stern"
La copertina dello "Stern"
Skopje - Macedonia

Skopje – Macedonia

Il passo di Dulje si trova nella zona centro meridionale del Kosovo. Gabriel Grüner e Volker Krämer stavano passando da lì nel tardo pomeriggio del 13 giugno 1999 per raggiungere Skopje: avevano scelto questo percorso più lungo proprio perché sapevano che la strada più breve sarebbe stata troppo rischiosa. Conducente della loro auto era l’interprete macedone Senol Alit. La fine della guerra era stata dichiarata ufficialmente tre giorni prima, ma le tensioni persistevano e la situazione appariva quanto mai instabile. I due reporter avevano trascorso la giornata a Prizern per documentare l’ingresso delle truppe di pace della “Kosovo Force”. Si conoscevano dal 1991, anno in cui il giovane altoatesino Gabriel Grüner iniziò a lavorare per lo “Stern” inviato in Sudan, Afghanistan, Algeria, e a più volte nei Balcani, palcoscenico di atroci conflitti durante gli anni Novanta. Krämer era un veterano del settimanale di Amburgo, con cui collaborava dal 1969 e per il quale aveva documentato alcuni degli episodi più drammatici del Novecento, dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia alla guerra in Eritrea. Un italiano e un tedesco che insieme hanno raccontato, attraverso cronache e fotografie, la devastazione di territori martoriati dai conflitti, ritraendo la realtà desolante e dolorosa che si presentava ai loro occhi, finendo loro stessi per diventarne vittime. Le circostanze della loro morte presentano ancora oggi risvolti poco chiari. I due caddero in un’imboscata: Krämer morì all’istante, dopo che un proiettile lo colpì alla testa, mentre il suo collega poche ore dopo, in un ospedale da campo in cui era stato trasportato dalle truppe della NATO che trovarono il suo corpo. Grüner aveva 35 anni e di lì a pochi mesi sarebbe diventato padre, una gioia, questa, che gli è stata preclusa. L’attacco non risparmiò nemmeno l’interprete Senol Alit.

Un numero speciale di Stern con foto di Volker Krämer

Un numero speciale di Stern con foto di Volker Krämer

La morte di Grüner e Krämer fu un durissimo colpo per i colleghi dello “Stern”, che già quattro anni prima avevano perso Jochen Piest nella Prima Guerra Cecena, rifiutarono fin da subito le accuse di leggerezza rivolte ai due giornalisti che, da professionisti quali erano, non si erano mai esposti ingenuamente al pericolo, e cercarono di risalire alle cause della loro morte, di capirne le ragioni, ma desolante fu la verità a cui arrivarono: il loro omicidio fu dovuto alla fatalità. Si trovarono nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Al loro posto sarebbe potuto morire chiunque, soldato o civile. Come farsene una ragione? È possibile accettare l’idea che sia destino di chi squarcia il velo dell’indifferenza e si cala nelle realtà più drammatiche, nelle vite piene di dolore di chi subisce la guerra, finire vittima di questa stessa?

«Quanto può essere alto il prezzo di un giornalismo che non si accontenti dell’ingiustizia e della sofferenza nel mondo? È giusto che i corrispondenti debbano rischiare la vita per raccontare la morte di altre persone?» – tuonava il caporedattore Michael Maier dal suo editoriale, dopo la notizia dell’assassinio dei colleghi. Domande trasversali che suonano ancora oggi molto attuali e che coinvolgono l’intera opinione pubblica, chiamata a riflettere sul ruolo che i giornalisti ricoprono nella nostra società.

Il CPJ (Comitato per la protezione dei giornalisti) riporta che dal 1999 ad oggi 1.049 giornalisti hanno perso la vita nello svolgimento del proprio lavoro, 630 dei quali assassinati e 265 rimasti vittime di scontri a fuoco. Sono cifre che fanno rabbrividire.

Ilaria Alpi © CC BY-SA 4.0 Madamemasked WC

Ilaria Alpi © CC BY-SA 4.0 Madamemasked WC

Il 2019 è un anno di tristi anniversari per i corrispondenti. Venticinque anni fa, a Mostar, sempre nei Balcani, una granata uccideva tre inviati della “RAI”, Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D’angelo, mentre pochi mesi dopo, in Somalia venivano assassinati la giornalista Ilaria Alpi e il reporter Miran Hrovatin e, in Iraq, la stessa sorte toccava a Lissy Schmidt, collaboratrice di “AFP”, “Frankfurter Rundschau” e “Der Tagesspiegel”. Quindici anni fa sempre l’Iraq fu teatro del rapimento e dell’omicidio del freelance Enzo Baldoni. Tra le morti più recenti ci sono quelle di Andrea Rocchelli in Ucraina e di Simone Camilli a Gaza, entrambe avvenute nel 2014. Uomini e donne, giovani e meno giovani, strappati alle loro famiglie e alla loro esistenza per portare a termine inchieste, reportage, cronache, e rendere l’opinione pubblica più consapevole, più informata.

Di certo, informare e raccontare la verità erano gli obiettivi di Gabriel Grüner e Volker Krämer, convinti che soltanto attraverso la narrazione delle conseguenze della guerra fosse possibile dare vita ad una cultura di pace. Per onorare la memoria del giornalista altoatesino è stato promosso il “Gabriel Grüner Stipendium – für engagierte Reportagen”, pensato per aiutare giovani promettenti e assegnato quest’anno alla tedesca Viktoria Morasch e alla fotografa portoghese Matilde Viegas che hanno realizzato un reportage sui discendenti delle minoranze deportate in Kazakistan durante lo stalinismo.

Non resta che concludere con le parole di Gabriel Grüner, con il suo messaggio, molto umano, di speranza e di pace, rivolto a tutti, anche a chi non è mai stanco di invocare odio, divisioni e guerre:

«Tuttavia mi chiedo sempre se noi fotografi e scrittori riusciamo davvero a trasmettere qualcosa contro l’odio e la violenza, l’incapacità dei politici. Non riesco a trovare una risposta, ma so che non possiamo smettere di sperare. Dobbiamo lavorare per fare in modo che i figli della guerra vengano risparmiati dal ritorno dell’odio, della distruzione e del crimine».
«Und doch frage ich mich immer wieder, ob wir Fotografen und Schreiber wirklich etwas ausrichten können gegen den Haß und die Gewalt, die Unfähigkeit der Politiker. Ich weiß keine Antwort darauf. Aber ich weiß, daß wir nicht aufgeben dürfen zu hoffen. Wir müssen daran arbeiten, den Kindern des Krieges die Wiederkehr von Haß, Zerstörung und Mord zu ersparen».

 

Le salme di Grüner e Krämer all’aeroporto di Skopje

© Youtube AP Archive

 

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Cittadina del mondo, viaggiatrice e lettrice infaticabile, laureata in filosofia, ha scoperto la Germania durante gli studi universitari e da allora non può farne a meno. Collabora con "Comunicazione Filosofica".

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