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Il bike sharing ha preso piede ormai anche in Europa e la Germania, da parte sua, comincia a tirar le somme: le autorità di alcune delle maggiori città tedesche chiedono più ordine, mentre gli operatori sottolineano i vantaggi economici ed ecologici che questa soluzione offre ai cittadini nell’immediato. Ancora non sono chiari, tuttavia, quali saranno i risultati a più lungo termine, dopo questa prima fase di assestamento che già lascia intravedere delle falle.

L’estate scorsa, alcuni operatori hanno distribuito per le strade di Monaco quasi settemila biciclette nel giro di poche settimane. Secondo quanto riporta il quotidiano tedesco Handelsblatt, la manovra non è stata preceduta da nessuna pianificazione concreta con le autorità locali, e le biciclette si sono accumulate disordinatamente per le vie del centro della città bavarese, causando grossi disagi ai cittadini. Parcheggiate lungo i marciapiedi e sulle piste ciclabili, abbandonate nei parchi o di fronte a negozi e passi carrai, le bici a noleggio costituivano spesso un pericolo per traffico e pedoni.

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Una situazione di anarchia, in sostanza, che ha creato non pochi dubbi alla maggior parte dei cittadini e alle autorità competenti. L’ufficio responsabile per il traffico ciclabile ha da subito richiamato all’ordine gli operatori: il parcheggio delle biciclette deve essere sicuro e ordinato, ed è compito dei fornitori stessi far rispettare le regole ai propri ciclisti. Ed è proprio a questo proposito, in mancanza di procedure di controllo effettive, che sono state introdotte misure di riconoscimento per i ciclisti che dimostrino particolare senso civico: i migliori posteggi fanno guadagnare punti e, a lungo termine, garantiscono sconti.

Stessa situazione si è verificata a Francoforte e Colonia, altre due tra le maggiori città tedesche: se il comune di Francoforte è intervenuto immediatamente obbligando gli operatori a proporre un insieme di norme di convivenza civile, Colonia è già arrivata alle maniere forti, e cioè a proibire il parcheggio delle biciclette nella zona più centrale attorno al Duomo.

Gli operatori, per la maggior parte grosse aziende con base in Asia, si difendono segnalando il riscontro positivo di chi ha già utilizzato le biciclette: economiche e facili da trovare, le biciclette costituiscono la soluzione “dell’ultimo chilometro”. Grazie al processo di noleggio immediato, si affronta quell’ultima parte di strada non coperta dai mezzi pubblici più veloci, quali tram o metropolitana, risparmiando tempo e guadagnandoci in salute.

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Eppure, a quanto pare, l’Europa non è terreno facile per chi vuole introdurre il bike sharing nella quotidianità. È di qualche settimana fa la notizia di una grossa compagnia di Hong Kong che ha deciso di ritirare le proprie biciclette da Francia e Italia, e di interrompere così l’espansione nel Vecchio continente: «In quattro mesi, il sessanta percento delle nostre biciclette è stato distrutto, rubato o privatizzato – spiegano i portavoce – e ciò ha reso impossibile portare avanti il nostro progetto in Europa». Altre aziende che operano in questo stesso settore hanno segnalato grossi problemi in Gran Bretagna.

Biciclette gettate nei canali, smontate, accartocciate, parcheggiate in condomini e non più rintracciabili: in Europa non sono mancati gli atti di vandalismo, che hanno di gran lunga superato l’esperienza asiatica. Tant’è che l’assunzione di personale per il controllo delle biciclette costituisce ormai il trenta per cento dei costi totali per gli operatori.

Ed è così che le biciclette si trasformano velocemente in rifiuti da smaltire, creando un danno ecologico ed economico maggiore rispetto al guadagno che hanno portato. Si prevede che, entro il 2020, il bike sharing raddoppierà rispetto al volume di diffusione raggiunto in questi ultimi anni: già qualcuno comincia a chiedersi la ragionevolezza e la sostenibilità di questo progetto.

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Lettura di Leopoldo Innocenti

Qualche problema con le bici condivise…

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