Marlene Dietrich

La storia di quello che per i tedeschi e per il mondo intero è stato un vero e proprio mito iniziò il 27 dicembre del 1901 (anche se la Dietrich per civetteria sosteneva di essere nata nel 1904). Era la seconda figlia di Louis Erich Otto Dietrich, un ufficiale di polizia prussiano, morto quando lei aveva solo 6 anni, nel 1907. La madre, appunto la signora Elisabeth Josefine Felsing, divenuta vedova, sposò il miglior amico del marito, Eduard von Losch, un aristocratico tenente dei granatieri che morì a sua volta nel 1916 per le ferite riportate nella prima guerra mondiale, e che adottò entrambe le figlie di Josefine (Elisabeth era la maggiore). Magdalena studiò l’inglese ed il francese, oltre alla musica (violino e pianoforte), e si diplomò come cantante presso l’Accademia delle scienze di Berlino. Nel 1922 calcava i palcoscenici dei teatri berlinesi e, l’anno dopo, si sposò con l’aiuto regista Rudolf Sieber, da cui nel ‘24 ebbe una figlia, Maria Elisabeth. Cinque anni dopo divenne una diva internazionale grazie al film “L’angelo azzurro” (primo film sonoro tedesco) di Josef von Sternberg, tratto da un romanzo di Heinric Mann, fratello di Thomas e fiero oppositore del regime nazista. Nel 1930 si trasferì negli Stati Uniti dove la Paramount la lanciò come diva, in contrapposizione ad un altro mito del Cinema di quegli anni della Metro Goldwyn Maier, la svedese Greta Lovisa Gustafsson in arte Garbo. La madre di Magdalene non aveva voluto che la carriera artistica della figlia fosse associata al cognome del patrigno, pertanto Magdalena riprese quello originario del padre e come nome quello di Marlene. Nel 1937 ottenne la cittadinanza americana, e durante la guerra faceva spettacoli per sollevare lo spirito delle truppe americane al fronte. La Germania e la sua Berlino non glielo perdonarono mai. In seguito, dopo una lunga carriera di successi, si trasferì a Parigi dove morirà il 6 maggio 1992. Il 16 maggio del 2002 le sue spoglie furono traslate a Berlino, nel cimitero dove già riposava la madre.

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«Ecco, le faccio vedere», mi dice Herr Pohren-Hartmann. Percorriamo circa 20 metri, di fronte al colombario del cimitero, ed ecco che mi mostra una stele nera: “Hier steh’ ich, an den Marchen meiner Tage, (qui giaccio, sul confine dei miei giorni) e sotto il nome Marlene. Un’emozione anche per me che la Dietrich l’avevo vista solo nei film e in tv, in un tempo in cui l’aura da diva che l’aveva a lungo accompagnata era ormai scemata. In quel luogo l’aveva accolta l’allora sindaco di Berlino Klaus Wowereit, assieme alla figlia Maria, l’attore Maximilian Schell e, fra i tanti berlinesi, la comunità omosessuale, per la quale la diva era sempre stata un’icona (era lei stessa dichiaratamente bisessuale).

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«Le amicizie a volte continuano anche nell’al di là», quasi mi sussurra Herr Helmuth. Lo guardo un po’ perplesso pensando che la sua sia una considerazione inerente il senso della vita. E invece continua: «Venga qui», mi chiama da qualche metro più in là. Mi mostra un’altra tomba due posti più a sinistra. Un tappeto di fiori e piantine con al centro una foto di un uomo. Guardo meglio quel volto e riconosco uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi: Helmut Neustädter, meglio conosciuto come Helmut Newton. Anch’egli, come la Dietrich, berlinese doc, nasce il 31 ottobre del 1920 da Klara Marquis e Max Neustädte, due commercianti che avevano una piccola fabbrica di bottoni nel quartiere di Schöneberg. Appassionato di fotografia fin da piccolo, iniziò i suoi primi passi in questo settore nel 1936, al seguito della fotografa tedesca Elsie Neulander Simon. Nel ’38, come tanti altri ebrei, lasciò la Germania e si recò a Singapore, dove venne fatto prigioniero dagli inglesi ed espulso in Australia nel 1940. Cinque anni dopo cambiò il suo cognome in Newton, e nel 1948 sposò la fotografa australiana June Browne. Nel 1961 si trasferì a Parigi dove divenne fotografo per le più grandi riviste di moda e per i più grandi stilisti. Leggendari rimangono i suoi scatti di nudo. Morirà nel 2004 in un incidente stradale vicino Los Angeles, in California. «Sa», mi dice il mio interlocutore, «con la Dietrich si erano conosciuti a Parigi. Li aveva presentati un altro tedesco famoso, Karl Otto Lagerfeld (meglio conosciuto come “lo stilista” Karl Lagerfeld). Da allora erano diventati molto amici, a tal punto che lui espresse il desiderio di essere sepolto accanto alla diva. All’epoca però i posti a fianco della tomba di Magdalena erano già stati presi, per questa ragione fu sepolto due tombe più in là». Ecco dunque il riferimento all’amicizia oltre la morte.

Helmuth Pohren-Hartmann © il Deutsch-Italia

«Vede, questi non sono che alcuni degli ospiti più famosi di questo cimitero», mi dice Herr Helmuth. «In realtà ce ne sono molti altri, fra attori, cantanti, musicisti, scrittori, giornalisti, inventori… a lei però, probabilmente, direbbero poco, perché non è berlinese, e molti di costoro hanno una fama tutt’al più nazionale». Ed ha ragione, ma scorrendo la lista dei nomi che ha in una cartellina mi accorgo che l’elenco è effettivamente molto lungo.

Uscendo mi mostra un palazzo al di là del muro di cinta del camposanto. «», mi indica con la mano, «ci sono ancora gli atelier di alcuni pittori e fotografi, perché questo è sempre stato un quartiere d’artisti». E in effetti i soffitti del palazzo sono molto alti e le finestre sono gigantesche, proprio per raccogliere quanta più luce possibile.

Ci avviamo verso l’uscita, lungo un vialetto coperto dalle foglie cadute dagli alberi per il vento copioso. È ormai autunno e fra poco, a novembre, si celebreranno i morti. «Perché aspettare questa ricorrenza?», mi dico. In fondo è così bello ricordarli in questo modo in ogni periodo dell’anno.

Potete leggere la prima parte dell’articolo qui

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Sag mir wo die Blumen sind. Dimmi dove sono i fiori, Marlene…

L’ultimo viaggio di Marlene

 

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