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Ci sono luoghi capaci di catturare lo spirito del tempo come una calamita cattura l’ago di una bussola. Questi luoghi sono animati da persone speciali, sognatori, artisti, poeti, intellettuali, flâneurs che attirano a sé spiriti simili a loro, dando vita a una reazione a catena in grado di segnare, formare e dare il ritmo a un’epoca. È stato così con Hartmut Fischer e il suo “Juliette Literatursalon”, nel quartiere di Mitte della Berlino di fine secolo. Più che un luogo sarebbe meglio definirlo un punto di incontro, un incrocio, uno spazio metafisico. Libreria, galleria d’arte, salon littéraire, teatro off. Il “Juliette Literatursalon” era questo e molto di più, ma andiamo con ordine.

Negli anni Novanta del secolo scorso Berlino è una specie di terra di nessuno. Il Muro che tagliava in due la città non c’è più, ma i rapporti di proprietà incerti, soprattutto quelli che regolano i terreni del centro urbano oggetto di contenzioso tra gli eredi degli antichi proprietari e lo Stato tedesco unificato, fanno tremare le vene ai polsi agli investitori che preferiscono restare alla finestra. Il risultato è che una zona della città, grande come un capoluogo di provincia, diventa terra di nessuno. Il vuoto, si sa, pretende di essere riempito e in questo caso ci pensano centinaia di artisti, intellettuali, spiriti liberi e avventurieri venuti un po’ da tutta Europa ad occupare le case abbandonate. Le restaurano a modo loro, avviano attività, aprono gallerie, librerie, teatri off, cinema. Ed è in questo spazio creativo e assolutamente libero che rifioriscono i salotti letterari, che a Berlino vantano una tradizione risalente ai primi dell’Ottocento. A metà degli anni Novanta, solo nei quartieri del centro, se ne contano una decina. Lo scopo è quello di creare spazi informali, fuori dai circuiti accademici, dove scrittori e pubblico possano incontrarsi, parlare e passare del tempo insieme. Alcuni Salon durano lo spazio di un mattino, altri un po’ di più, nessuno sopravvivrà, almeno non nella sua forma originale, agli anni Duemila.

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Hartmut Fischer giunge a Berlino nel momento giusto. Arriva da Tubinga, la città universitaria del Baden-Württemberg dove erano di casa il filosofo Ernst Bloch e il poeta Paul Celan, in cerca soprattutto di un campo aperto, uno spazio dove poter modellare la sua esistenza in modo libero e non convenzionale. «Ero e rimango un sognatore, ho questa concezione della letteratura forse un po’ romantica. Ma è così», mi dice quando lo incontro nel suo ufficio sulla Cauerstrasse, e gli occhi dell’uomo di cinquant’anni brillano come quelli del ragazzo che aprì uno dei luoghi più cult della Berlino culturale. Poeta, intellettuale, performer che non ha mai voluto vivere con l’arte, preferendo guadagnarsi il pane come libraio o manager culturale. Appena arrivato a Berlino si mette subito alla ricerca di un posto dove lanciare il suo progetto innovativo di libreria, salotto letterario, galleria e spazio performativo. Lo trova nella Gormannstrasse 25, una delle poche vie del centro urbano risparmiate dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. La casa dalle piastrelle blu ricorda certi palazzi di Lisbona e ha delle grandi finestre che danno sulla via alberata. Un luogo di per sé già letterario.

«Era appena uscita la nuova traduzione tedesca del romanzo Juliette di De Sade.», racconta Hartmut, «La gente quando pensa a De Sade crede di sapere di cosa si tratti: sesso, sesso e ancora sesso nelle forme più perverse. In realtà c’è molto di più: critica alla morale, all’etica e alla religiosa della più radicale. Ogni scena di sesso è collegata a un atto di violenza che il potere esercita sull’individuo, come mostra bene Pasolini in Salò, ispirato proprio a De Sade».

Il “Juliette Literatursalon” apre nel 1997 e in pochissimo tempo diventa un punto di riferimento per scrittori, intellettuali, attori e artisti. Il segreto del successo risiede oltre che nella forza e originalità delle proposte culturali, soprattutto nella capacità del suo proprietario, protagonista discreto, ma esistenzialmente intenso di quegli anni, di attirare le persone giuste mettendole a loro agio.

«A due passi da me c’era la Volksbühne di Frank Castrof, che passava spesso in libreria insieme a Christoph Schlingensief. Gli ospiti capivano che si trattava della mia vita, che mettevo in gioco tutto me stesso», spiega Fischer.

Certi eventi diventano subito mitici, come la lettura fiume di tutta l’opera di De Sade, durata due anni, che avveniva ogni secondo martedì del mese. Hartmut Fischer coinvolge nel progetto Blixa Bargeld, performer cult degli Einstürzende Neubauten, con il quale collabora tutt’oggi Durs Grünbein, il poeta tedesco contemporaneo forse più rappresentativo che allora era agli inizi. E poi intellettuali, professori universitari, esperti di letteratura e mezzo gotha della scena teatrale berlinese con attori come Katharina Thalbach, Peer Martiny, Angela Winkler e molti altri. Insomma mentre negli spazi ufficiali, nei Festival e nei concorsi a premio, la letteratura veniva vivisezionata come un cadavere davanti a un pubblico annoiato, al “Juliette” essa era un corpo vivo e selvaggio che si concedeva senza risparmio.

© Hartmut Fischer

«C’era questa sfida per loro:», ricorda Hartmut, «da un lato il testo, in certi punti veramente imbarazzante, dall’altro uno spazio dove erano completamente liberi di fare ciò che volevano. Non avevano nessuna pressione, nessun dovere professionale. Questo gli piaceva».

Al “Juliette” transitano calibri da novanta della cultura, come il filosofo Slavoj Zizek e i fratelli Peter e Thomas Brasch, entrambi scrittori. Spesso le serate si prolungano fino a notte inoltrata con discussioni innaffiate da bicchieri di vino rosso e performance fuori orario. In quegli anni Berlino è il centro culturale più effervescente della Germania, forse dell’intera Europa, la voce del “Juliette” si sparge rapidamente e, ben presto, le grandi case editrici si fanno avanti per chiedere di presentare i lavori dei loro autori alla libreria più cult della Capitale.

«Ma ho sempre risposto di no. Per quel genere di cose c’erano luoghi più adatti. E poi gli autori li andavo a cercare io, non viceversa, e a questa regola non ho mai trasgredito. Trovare sé stessi, la propria strada a Berlino, esige una radicalità estrema nel perseguire il proprio progetto».

Nel 1999 lo scrittore Peter Brasch s’installa per due settimane nella libreria e lavora ai suoi testi, che poi legge ogni sera. Coi fratelli Brasch s’instaura un rapporto speciale, soprattutto con Thomas, il più famoso dei due. Uno scrittore cult in Germania, paragonabile al nostro Luciano Bianciardi nel suo periodo di massimo fulgore. Ribelle, radicale, cacciato dalla Germania comunista dove gli era stato proibito di scrivere, e di cui un famoso critico disse che avesse più talento lui nel mignolo che qualsiasi scrittore tedesco nell’intera mano. L’incontro avviene quando Brasch si trova in crisi profonda; da dieci anni, da quando è stata liquidata la DDR, non pubblica una riga. Ma ha accumulato qualcosa come 3.000 pagine di un romanzo a cui lavora in modo intermittente da tre lustri. Nasce l’idea di pubblicarlo con la casa editrice della libreria, ma il lavoro da fare è immenso e il tempo a disposizione insufficiente. Thomas è malato e morirà di lì a poco. Nel 2005 Hartmut Fischer produrrà una videoinstallazione drammatica con letture di stralci dell’opera, affidate a attori e artisti, dal titolo “L’amore e il suo opposto, ovvero l’assassino di ragazze Brunker”, che sarà presentata al “Jüdisches Museum” di Berlino.

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Nel 2003 il “Juliette Literatursalon” chiude, dopo sei anni di appassionanti avventure intellettuali. Troppi debiti, troppo caro l’affitto, che ormai a Mitte se lo possono permettere solo i ricconi, troppi turisti che cercano libri per turisti, troppi ragazzetti che cercano lo sballo nei club e per i quali la letteratura è un’anticaglia da museo.

«Il pubblico non c’è più»

Con questa frase, detta con un mezzo sorriso, Hartmut sigilla il cambiamento di un’epoca che lo ha visto protagonista. In fondo se oggi il mondo è in crisi profonda è anche perché ha soffocato, deliberatamente soffocato, gli spiriti liberi in una griglia di calcoli economici e interessi finanziari. Ciò che non è economicamente quantificabile non ha valore. Se il ritorno sull’investimento non è garantito, il progetto non si propone neanche. Così nulla nasce, nulla cresce, nulla di nuovo emerge al di fuori del conformismo più stupido e ripetitivo. Lo chiamano professionismo, ma è solo un paravento dietro al quale nascondere il fallimento di intere generazioni.

Non resta che svuotare il bicchiere di Sauvignon dell’ottimo Comm. Burlotto e salutarsi in questa giornata gelida, ma soleggiata, con l’augurio di rivedersi presto. Träum weiter mit offenen Augen Hartmut, Berlin braucht es immer noch

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Lettura di Leopoldo Innocenti

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Hartmut Fischer e il “Juliette Literatursalon”

Una serata al “Juliette Literatursalon”

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