© Twitter Matteo Salvini
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Montecitorio © il Deutsch-Italia

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Se non vivessimo in tempi di avvilente imbarbarimento linguistico, in cui le aggressioni verbali sono all’ordine del giorno e la parlata tra amici che giocano a biliardo e si bevono una birra è quella sentita e condivisa anche per i corridoi di Montecitorio, si potrebbe pensare che un “intellettualone”, secondo una semplice analisi grammaticale per cui il suffisso “one” è un accrescitivo, sia parafrasi per un “grande intellettuale”. Se non vivessimo in questi tempi di lingua impoverita e spiccia, l’affermazione potrebbe apparirci meritoria. Ma sappiamo bene che purtroppo non è così. Dopo aver definito sciacalli (e non solo) i giornalisti, troie le italiane che hanno sposato migranti, è l’ora di denigrare le voci critiche nei confronti della politica di questo ultimo Governo, invitando i propri sostenitori a scatenarsi con l’insulto libero sui social anche contro gente pensante e per bene. È questa una tecnica oramai consolidata e l’attacco alle voci critiche è ahimè anche questo all’ordine del giorno, eppure la commistione di disprezzo delle urgenze umanitarie come quella della “Sea Watch” in questi ultimi giorni e la gogna virtuale per chiunque remi contro, è perfidia a tutto tondo.

Claudio Baglioni © Inviaggio Wikipedia

Claudio Baglioni © Inviaggio Wikipedia

Adesso tocca a Giuseppe Genna, che dopo aver sottoscritto l’appello “nonsiamopesci”, promosso da Luigi Manconi e Sandro Veronesi, si ritrova travolto dai marosi delle invettive tronfie e irrispettose del vicepremier leghista e del suo popolo. Solo poco prima è stata la volta di Claudio Baglioni, che si è permesso di esprimere l’augurio di vivere un’Italia meno “incattivita” e più accogliente verso gli immigrati. E di certo il direttore artistico di San Remo non è un artista impegnato alla Guccini o alla Dario Fo, ma si è semplicemente fatto voce di una umanità e solidarietà che appaiono démodé, finite in un angolino oscuro dell’anima italiana.

Nel momento in cui un artista, una persona di spettacolo, un giornalista o un intellettuale decidono di prendere posizione e di schierarsi ideologicamente, pro o contro gli orientamenti politici imperanti, lo fa a proprio rischio e pericolo. L’intellettuale che decide di scendere in campo per denunciare azioni di governo non condivise, corre il rischio del non ritorno, dell’esclusione dalla scena. Armato di un eccesso di ottimismo, animato da un sogno, posseduto da un ideale, decide di muoversi e di mettersi in gioco con l’obbiettivo altissimo di cambiare la realtà o semplicemente di smuovere un po’ le acque per ingenerare una discussione più ampia. Colui, e naturalmente colei, che decide di rompere il proprio isolazionismo ovattato e si affaccia alla finestra della propria elfenbeinturm (torre d’avorio) si espone a una caduta profonda. Dalla quale potrebbe non rialzarsi più, perché una volta che cadi dalla finestra, sei weg vom Fenster (fuori dalla finestra).

Ernst Nolte © Rai-Wikipedia Schmidt & Paetzel

Ernst Nolte © Rai-Wikipedia Schmidt & Paetzel

All’origine di questa esposizione c’è un atto di coraggio misto a un pizzico di impertinenza, che merita rispetto e alzata di cappello. Le conseguenze di tale impegno possono arrivare a essere un scossa vigorosa con grande effetti collaterali. Pensiamo al 1986, quando l’articolo Vergangenheit, die nicht vergehen will (Il passato che non passa) dello storico Ernst Nolte sulle pagine della “Frankfurter Allgemeine Zeitung” instaurò una reazione a catena che portò ad affrontare il tema dello sterminio nazista sotto una luce nuova, con un atteggiamento radicale e una discussione schietta che la Germania del dopoguerra non era ancora riuscita ad avviare. Ponendo una serie di domande retoriche, Nolte considera i crimini capitali nazisti come una reazione a genocidi precedenti, come per esempio quello armeno ad opera dei turchi, di cui i tedeschi erano stati testimoni e che avevano pur condannato, e i misfatti del sistema sovietico dei Gulag. Principale oppositore di Nolte fu Jürgen Habermas, la cui risposta nell’articolo Eine Art Schadensabwicklung (Una sorta di liquidazione di una sventura) giunse dalle pagine del settimanale “Die Zeit”, in cui Habermas accusa Nolte e altri storici di revisionismo. Il botta e risposta di storici e pensatori di prim’ordine sull’argomento durò all’incirca un anno.

Già il film americano “Holocaust”, del 1978 con regia di Marvin Chomsky, aveva scosso le anime e aperto gli occhi della popolazione tedesca sul genocidio nazista come né il processo di Norimberga né quello di Gerusalemme erano riusciti a fare. Eppure fu proprio l’Historikerstreit (disputa storica) inaugurato da Nolte ad avviare una analisi radicale sulla singolarità della Shoá nella storia dell’umanità, e sulle conseguenze dirette che questo riconoscimento apportò alla identità nazionale tedesca. Fu un dibattito che definì precipue decisioni politico-sociali rimaste valide e costituenti fino al giorno d’oggi, che diede ai tedeschi i mezzi necessari per dare avvio alla rielaborazione del trauma Seconda Guerra Mondiale e “colpa”, un dibattito che cambiò un “mondo” di essere.

Potremmo augurarci la stessa portata per la querelle aperta recentemente da Alessandro Baricco sulla “Repubblica”. Identificato uno scollamento epocale tra le élite e il popolo, Baricco esorta la classe dirigente a prendere iniziativa per combattere la crisi di sistema in atto. La riflessione di Baricco ha aperto un vivissimo e costruttivo scambio di opinioni con tanti spunti pratici oltre che analisi filosofiche e sociologiche di cui sono partecipi Ezio Mauro, Nadia Urbinati, Emanuele Coccia, Silvia Ronchey e molti altri. Si procede dunque a una essenziale disputa fra attori che discutono dei temi salienti delle difficoltà attuali: democrazie moderne in crisi, Europa assente o mal funzionante o comunque insoddisfacente, iato tra classe politica e cittadini, impoverimento galoppante delle fasce già poco abbienti.

A queste voci, altre seguiranno. Per fortuna. Perché coloro che si prendono la briga di dire la propria, di affrontare una analisi storica, sociale o politica che possa contribuire a migliorare o cambiare le cose, sono il trampolino di lancio per i pensieri del futuro, bussole in tempi di spaesamento e crisi politiche o esistenziali.

Horst Seehofer

Horst Seehofer © Kremlin.ru

Per questo possiamo chiamarli pensatori, filosofi, opinionisti o intellettuali. Che loro siano scrittori, giornalisti, artisti, professori o poeti. Non è giusto però chiamarli “intellettualoni”. A chi paragona i toni e gli schieramenti politici tedeschi e italiani attuali, accostando Lega e M5S alla AfD o ad altre forme di populismo europeo, dico solo che mentre in Italia il dibattito parlamentare si è da tempo scordato dei basilari delle forma e del rispetto istituzionale, in Germania questi sono ancora all’ordine del giorno.

Cosa ci rimane da fare, allora, rendere pan per focaccia e parlare della nostra attuale classe dirigente in termini di “politichini” o “ministrini”? Non lo nego, sarebbe catartico. Ma non si fa. Pur nell’insofferenza della smodatezza linguistica che tocca subire quotidianamente, rimane impensabile mancare di rispetto a figure di alto rango costituzionale. Non mi pare che il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer (CSU), che è sì noto per scivoloni di stile e argomentazioni molto poco ben riuscite, si sia mai permesso di parlare in termini ridicolizzanti o di sminuire esponenti della cultura per un motivo o per l’altro. Al contrario in Italia sta diventando uso comune e largamente accettato gettar del fango addosso a questo e prendere a pesci in faccia quell’altro. Per questo è fondamentale in questo momento storico aver il coraggio di dire anche noi: “nonsiamopesci”! “iostoconlucano”! “wirschaffendas”!

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Il ministro Salvini contro gli intellettuali

© Youtube La7 Attualità

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