Breitscheidplatz © il Deutsch-Italia
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Nel suo libro “La strana morte dell’Europa. Immigrazione, identità, Islam” il saggista inglese Douglas Murray critica il fatalismo con il quale gli Stati europei stanno accettando gli attentati di terrorismo islamico. Murray vede nella mancanza di reazione, soprattutto dei politici, un segno che qualcosa nello spirito europeo si sia inevitabilmente spezzato. Chiamatela resistenza, volontà di opporsi, coraggio, sta di fatto che solo dieci anni fa nessuno avrebbe accettato una frase come quella del sindaco di Londra Sadiq Khan: «Gli abitanti di una grande città devono abituarsi al terrorismo», pronunciata in occasione degli attentati dinamitardi di New York del settembre 2016. La frase ne ricorda un’altra particolarmente disgraziata pronunciata nel 2001 dall’ex Ministro italiano Pietro Lunardi a proposito delle infiltrazioni mafiose nelle gare di appalto: «I problemi della mafia e della camorra ci sono sempre stati e sempre ci saranno; purtroppo ci sono, bisogna convivere con questa realtà». Si direbbe che l’approccio arrendevole di certi politici italiani al problema della criminalità organizzata abbia ispirato il sindaco di Londra.

Weihnachtsmarkt © il Deutsch-Italia

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Una cosa simile, sebbene in forma e stile diversi, è avvenuta per l’attentato al mercatino di Natale di Breitscheidplatz a Berlino del dicembre 2016. La figlia di una delle vittime descrive questo stato di cose in una lunga intervista pubblicata sul “Tagespiegel” di domenica scorsa. Astrid Passin, così si chiama la donna, racconta di come l’incaricato dalle autorità tedesche a seguire i parenti delle vittime si fosse fatto vivo soltanto a gennaio del 2017, quasi un mese dopo l’attentato. Prima il nulla assoluto. La donna non fu nemmeno informata tempestivamente della morte del padre, e nessun parente delle vittime fu invitato alla messa commemorativa del 20 dicembre, il giorno dopo l’attentato, dove invece sfilò tutto l’establishment politico mediatico tedesco. Sembra irreale, ma questo è ciò che avvenne quel giorno: dentro la Gedächtniskirsche di Berlino il who is who della classe dirigente tedesca esibiva il suo lutto costernato, mentre fuori i parenti delle vittime ignoravano il destino dei loro congiunti. La politica aprì le porte ai parenti delle vittime, riconoscendoli ufficialmente come tali, soltanto a febbraio dell’anno successivo, quando il Presidente Gauck li ricevette allo Schloss Bellevue. Considerando che 5 vittime su 12 erano straniere, di cui una italiana (Fabrizia Di Lorenzo), il comportamento incomprensibile delle autorità tedesche è un fatto di rilevanza internazionale.

Weihnachtsmarkt © il Deutsch-Italia

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«In tutti gli incontri con le autorità ho sempre avuto la sensazione che a noi parenti delle vittime non fosse consentito esprimerci o criticare. Però io avevo delle cose da dire»,” dice Astrid Passin. «La politica si mette in prima fila, deposita corone di fiori, sfila. È il modo sbagliato di trattare i parenti delle vittime. Siamo noi che dovremmo depositare fiori per i nostri cari. Noi che dovremmo stare in prima fila. Sono i nostri morti».

Relegare i parenti delle vittime nelle seconde linee, impedire loro di partecipare al lutto pubblico, non riconoscere la dignità del loro dolore è un modo particolarmente crudele per silenziare un attentato ed esprimere il proprio distaccato fatalismo nei confronti di certe tragedie “alle quali gli abitanti di una grande città devono abituarsi”, senza fare troppo casino. C’è qualcosa di omertoso in questo comportamento della classe dirigente tedesca, che ricorda il comportamento vergognoso di certi politici italiani nei confronti dei parenti delle vittime delle stragi di mafia. Quei politici schivavano i parenti dei morti come la peste, per evitare che qualcuno di loro gli chiedesse conto delle loro responsabilità. Immaginate cosa sarebbe successo se durante la cerimonia alla Gedächtniskirsche, Astrid Passin avesse fatto come Rosaria Schifani il 25 maggio del 1992 a Palermo.

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L’attentato del 19 dicembre 2016 è tutto fuorché chiarito. L’incredibile libertà di movimento goduta dal terrorista Amri meriterebbe da sola un’inchiesta. I suoi collegamenti con altri estremisti islamici residenti in Germania, da cui avrebbe ricevuto appoggio logistico e sostegno economico, sono ancora oscuri. E poi ci sono numeri che impressionano: sempre il “Tagespiegel” parla di 1.000 salafisti favorevoli ad azioni violente soltanto a Berlino. In tutta la Germania il loro numero ammonterebbe a 10.000, l’equivalente di una divisione della Bundeswehr (le Forze armate tedesche). In questo scenario non c’è da meravigliarsi se il capo del Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale) Holger Münch dichiari che il numero delle persone pericolose siano quintuplicate dal 2013.

«Tutto ciò (l’indifferenza dei politici) mi provocò molta rabbia», conclude Astrid Passin. Il giorno dell’anniversario della strage la Gedächtniskirsche è rimasta aperta tutto il giorno per commemorare il lutto. In una lettera inviata ai parenti l’incaricato del Governo informa che lo Stato non si farà carico dei costi di viaggio.

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La commemorazione dell’attentato di Berlino 2 anni dopo

© Youtube Euronews

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Edoardo Laudisi classe 1967, laureato in Economia, scrittore e traduttore. Nel 2001 ha pubblicato il romanzo Zenone (Prospektiva Letteraria) nel 2014 l’ebook Superenalotto (self publishing) nel 2015 il romanzo Sniper Alley (Elison Publishing) e nel 2018 il romanzo Le Rovine di Babele (Bibliotheka Edizioni). Appassionato di poesia, nel 2007 ha diretto e prodotto il documentario Poesia Final con interviste ai maggiori poeti contemporanei. Attualmente vive a Berlino.

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