Migranti in Germania ne arrivano molti meno da quando la rotta balcanica è stata blindata. Non ne arrivano molti neppure dal Sud, per i controlli in Austria ed in Baviera.

Ciò nondimeno lo scorso anno ne sono giunti circa 280mila (nel 2015 erano stati 890mila) e a fine maggio di quest’anno c’erano circa 165mila richieste d’asilo pendenti presso il BAMF, Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, l’Agenzia federale che si occupa di gestire il fenomeno. Siria, Iraq ed Afghanistan continuano ad essere i Paesi di origine della maggioranza dei rifugiati. A ruota seguono quelli che fuggono dall’Eritrea, ma anche dall’Africa subsahariana.

Il sistema di accoglienza diffuso è ormai generalmente praticato ovunque, soprattutto in Baviera dove praticamente in ogni centro, grande o piccolo, si trova un contingente di profughi.

Qualche tempo fa vi abbiamo raccontato di come Greifenberg, paesino di poco più di 2.000 abitanti, a 35 km da Monaco, ne abbia accolti, dopo una lunga attesa, una settantina. Per loro il Landkreis di Landsberg am Lech ha affittato un ex albergo, che aveva anche il pregio di offrire l’unica osteria della località. Il bilancio di quasi due anni di permanenza dei rifugiati – il numero oscilla in media tra i 40 e i 70, il “ricambio” è continuo e praticamente inavvertito dal resto della popolazione – è decisamente positivo. Non si può parlare d’integrazione, ma certamente di presenza senza problemi. A Greifenberg si era costituito subito un gruppo di volontari, molto nutrito, che – come ovunque in Germania – si è occupato dell’organizzazione dell’accoglienza. A differenza di quanto accade in Italia, i volontari non fanno capo a cooperative che a loro volta ricevono i finanziamenti pubblici per gestire i rifugiati. Trattasi di volontariato puro e semplice, autonomamente organizzato. I rifugiati ricevono direttamente dallo Stato il sussidio giornaliero di circa 35 euro, senza intermediari, che possono spendere come vogliono. I volontari si occupano delle loro condizioni, curano i corsi di lingua tedesca, provvedono alle esigenze logistiche, come l’accompagnamento dal medico o ai colloqui con le istituzioni, se necessario.

Il “Post” di Grefenberg

La maggioranza degli ospiti di quello che era una volta l’albergo “Post” è in attesa di una risposta alla richiesta di asilo in Germania. I tempi sono lunghi. Ogni tanto, specialmente tra gli afghani, che sono i più esposti al rischio del rimpatrio forzato, qualcuno scompare e fa perdere le tracce. Ma sono casi sporadici. Qualcuno accetta di seguire corsi di lingua, molti non lo fanno, nessuno li costringe a farlo. Questo è un po’ ovunque il problema maggiore. Alcuni rifugiati, quelli che hanno già visto accettata la loro richiesta di asilo e parlano un po’ di tedesco, lavorano in qualche azienda della zona. Altri frequentano la scuola.

Per passare il tempo gli ospiti dell’ex albergo “Post” hanno a disposizione un paio di apparecchi tv satellitari, ma soprattutto il wi-fi gratuito. La maggioranza di loro non fa nulla tutto il giorno, ma non crea neppure problemi: nessun disturbo alla popolazione locale, nessun episodio di intolleranza nei confronti dei migranti stessi.

Gli stranieri sono tutti maschi, di età piuttosto giovanema in alcuni periodi nella struttura di Greifenberg hanno soggiornato anche delle famiglie – vivono praticamente all’interno dell’ex albergo in piccoli gruppi a seconda della loro nazionalità e della loro lingua. Ogni tanto c’è qualche screzio, ma niente di grave. L’organizzazione dei volontari cerca di creare anche momenti di aggregazione sociale, ma la partecipazione degli ospiti stranieri non è altissima. Una volta ottenuto il riconoscimento dell’asilo, i migranti devono – dovrebbero – lasciare i centri di accoglienza e sistemarsi autonomamente. Ma è molto difficile, se non quasi impossibile. Soltanto le famiglie costituite hanno qualche probabilità di vedersi offerto un appartamento a buon prezzo. E in zone come queste della Baviera, decisamente ricche e per di più anche a vocazione turistica, non è un’impresa facile.

Ma ormai i Flüchtlinge fanno parte del territorio e nessuno fa quasi più caso a loro. Il sistema di accoglienza diffusa, almeno qui in Baviera, sembra funzionare e tutti sperano continui così.

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Integrazione riuscita? Un viaggio in Germania

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