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Un aeroporto è un luogo inusuale per una dimostrazione. O almeno lo era. Il primo Muslim ban promosso da Trump aveva acceso proteste spontanee in molti aeroporti statunitensi; una simile manifestazione si è svolta sabato scorso in quello berlinese di Schönefeld. Associazioni politiche e attivisti per i diritti umani si sono riuniti per esprimere il loro dissenso alle deportazioni che stanno dissolvendo la politica dell’accoglienza.

La Germania si è impegnata a integrare il milione di profughi che, dall’autunno 2015, si è riversato nel Paese. A più di un anno dall’ormai storico Wir schaffen das, gli stessi profughi che furono accolti a braccia aperte rischiano di essere rispediti a casa con un biglietto di sola andata – anzi, di solo ritorno.

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Mohammad Feize, afgano di Kandahar, è arrivato a Berlino proprio all’apertura delle frontiere. Il suo Paese di origine è stato dichiarato, almeno in alcune aree, sicuro “ma non lo è affatto”, dichiara il giovane. “Poche settimane fa ci sono stati attentati a Kandahar e a Kabul. Soldati tedeschi e americani sono pagati per stare nel Paese: solo questo dimostra che non è sicuro”. Mohammad ha 17 anni e va a scuola a Neukölln – parla un discreto tedesco. “Quello dei Paesi occidentali è un gioco politico” aggiunge in farsi suo padre, anche lui Mohammad, “a loro interessa sfruttare il Paese. Ma anche le zone in cui non c’è guerra non sono affatto sicure: una ragazza può essere aggredita e persino uccisa mentre va a scuola”. I Feize, padre e figlio, hanno chiesto asilo un anno fa, e per un anno hanno aspettato il loro appuntamento al BAMF (Bundesamt für Migration und Flüchtlinge). Ora hanno ottenuto lo status di rifugiato e, per un anno, potranno restare senza temere di essere deportati. “Ma molte richieste vengono respinte”, racconta il giovane Mohammad, “soprattutto dagli afgani. Per gli arabi è diverso: vicino a noi abitano siriani che hanno ottenuto un alloggio in poco tempo. Per loro è più facile restare”.

Lisa Baum di Welcome2stay, il gruppo organizzatore della protesta, si dice soddisfatta della partecipazione alle proteste non solo a Berlino, ma anche a Francoforte, Monaco e Atene: tutte quante città dove altre associazioni lavorano in coordinazione per sostenere i profughi e gli immigrati. “Da Francoforte ci sono state deportazioni verso l’Afghanistan, ma Berlino si è opposta”. In Germania ogni Land gode di una certa libertà rispetto al Governo federale: anche se questo promuove le deportazioni, le singole amministrazioni hanno il diritto di rifiutarle.Lo Schleswig-Holstein si è dichiarato apertamente contrario alle deportazioni. A Berlino manca ancora una politica precisa, ma per ora non ci sono stati rimpatri”. Non verso l’Afghanistan, almeno. Dal nuovo aeroporto di Schönefeld sono partiti diversi voli verso i Balcani”. Gli immigrati provenienti da quest’area spesso non hanno diritto allo status di rifugiato, perché “migranti economici”: la loro motivazione non è considerata valida per restare in Germania. “Ma è un’argomentazione fallace”, continua Lisa, “molti profughi dei Balcani appartengono a minoranze, come i ROM, che nel loro Paese hanno vita difficile. Ognuno ha una motivazione per venire qui: la libertà di movimento è un diritto”.

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Così la pensano anche gli attivisti del gruppo Corasol, in gran parte africani. “Aiutiamo gli immigrati a trovare casa, lavoro, corsi di tedesco. A integrarsi, insomma. Il Bundestag ha in serbo accordi con Paesi africani? “Al momento stanno cercando di implementare i rimpatri verso il Mali e la Nigeria: spedirebbero chi parla inglese in Nigeria e chi parla francese in Mali. È un sistema del tutto arbitrario. Altrettanto arbitrario appare il processo che porta a definire certi Paesi “sicuri”. Il parlamento tedesco voleva dichiarare tali Tunisia, Algeria e Marocco: una volta raggiunta l’unanimità su questa definizione, è possibile effettuare rapidamente i rimpatri. Una settimana fa, però, i Verdi si sono opposti e il provvedimento non è passato. Per chi proviene da un Paese considerato “sicuro” è molto più difficile ottenere asilo. Tutto dipende dall’intervista al BAMF, quando i profughi raccontano la loro storia e la gravità della loro situazione viene valutata. Se il paese di partenza non è ritenuto sufficientemente pericoloso, la richiesta viene respinta e l’immigrato diventa automaticamente “illegale”.

Gli immigrati di Berlino non provengono solo da Paesi falcidiati da guerre e povertà. Aimee Male, membro del gruppo attivista The Coalition, ha vissuto per anni a San Francisco e si è trasferita in Germania nel 2005. “Ottenere il visto permanente (la cosiddetta blue card) è stato faticoso: l’ho avuto solo due anni fa. Prima dovevo rinnovare il permesso ogni anno”. Fatica che gli europei si possono risparmiare, grazie alla libertà di movimento garantita nello spazio Schengen. “Mi sono trasferita qui perché San Francisco era diventata troppo stressante. Ho vissuto anche in Russia e in Repubblica Ceca: ovunque avessi voglia di viaggiare e lavorare”. Un diritto che oggi è ancora un privilegio.

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