Chiunque arrivi in Germania e debba lavorare deve mettersi alla prova con un’inevitabile trafila burocratica. Io non faccio eccezione, ma devo dire che le sorprese che la burocrazia tedesca mi ha riservato non sono poche. Era un martedì sera e faticavo ad addormentarmi. Scorrevo il computer ricontrollando indirizzi e definizioni, tesa come una liceale il giorno prima della maturità. Le nozioni da ficcarmi in testa erano certo un po’ diverse: a quale fermata scendo per andare al Finanzamt? Quanto costa l’assicurazione in Germania? Che cos’è il Versicherungsnummer? Perché nel giro di poche ore avrei dovuto affrontare una grande sfida: passare dalla condizione di neolaureata-stagista-ospite di Berlino a quella di lavoratrice-registrata-membro efficiente della società tedesca.

Provo da sempre una sottile insofferenza per quelle cose pratiche, burocratiche e necessarie: data la mia timidezza, rivolgermi a un funzionario o a un impiegato costa ogni volta una crisi esistenziale. Essere una giovane italiana con un tedesco mediocre non migliora la situazione: nel più felice dei casi mi avrebbero trattata come una bambina un po’ idiota, rispondendo ai miei coraggiosi tentativi di articolare il discorso con l’inglese riservato agli stranieri. Restava il fatto che, senza una quantità di documentazione legale il cui significato profondo perlopiù mi sfuggiva, la mia avventura a Berlino non sarebbe durata granché. Mi feci dunque battagliera e, armata di mappa, carta di identità e Anmeldung*, il giorno dopo schizzai fuori dal letto alle 6.00 – per non trovare coda agli uffici. Prima tappa: il Finanzamt.

Da Weissensee non feci molta fatica a raggiungerlo, solo poche fermate di S-Bahn. Fuori dalla stazione di Storkower Strasse mi aspettava una gradita sorpresa: un cartello con freccia indica infatti proprio il Finanzamt. Mi avviai tutta contenta per una stradina tranquilla, senza traffico, che porta al grigio palazzo della mia prima prova. All’ingresso una donna gentile mi salutò, facendo segno di procedere lungo il corridoio fino alla sala d’attesa, dove c’era solo un signore prima di me. Mi sedetti aspettando il mio turno.

Entrarono una seconda, una terza, una quarta persona… tutte erano interessate a una macchinetta fissata al muro, con due bottoni e due scritte: Prenzlauer Berg a sinistra, Weissensee a destra. Schiacciando il bottone, la macchina emettevano un ronzio e producevano un pezzettino di carta, che veniva ritirato con aria soddisfatta. Mentre osservavo la scena con interesse, sentii come un click in fondo al cervello, seguito dalla consapevolezza dell’importanza di quel pezzetto di carta. Saltai sulla sedia, mi precipitai a premere il bottone, e ricevetti il mio numerino. La fila non si era allungata molto, aspettai una decina di minuti. Chiamata infine nell’ufficio, mi sedetti nervosamente di fronte a una signora dai capelli corti, a cui esposi in breve la mia situazione: mi occorreva il Finanzamtnummer.

Il Finanzamtnummer – o Steuernummer – è in pratica il nostro codice fiscale che permette di associare il cittadino al pagamento delle tasse; in Germania è necessario per lavorare. Il comune provvede a inviarlo a casa dopo l’Anmeldung, che avevo portato a termine con successo in settembre: in teoria dovevo già averlo. “Sì”, spiegai alla signora, “in effetti me l’hanno spedito ma… qualcuno l’ha preso e buttato… sa, vivo in un WG con molte persone”.**

La donna interruppe le mie farneticazioni con un sorriso indulgente, impugnò la cornetta, telefonò al municipio di Pankow – dove avevo fatto l’Anmeldung – per chiedere del mio Finanzamtnummer. “Sì”, risposero, l’avevano spedito, ma se era andato perso avrebbero risolto in quindici giorni. Nel frattempo avrei potuto lavorare senza per tre mesi, possibilità in effetti prevista dalla legge tedesca. Mi venne dato un biglietto che spiegava questa clausola, evidenziando le parole noch keine Identifikationsnummer e von bis zu drei Monaten.

Me ne andai sollevata e in anticipo: erano solo le 8.30. Il prossimo obiettivo era l’inespugnabile Deutsche Rentenversicherung Bund, la lega per la previdenza sociale, la cui sede si trova in Fehrbelliner Platz 5. Sapevo che là avrei potuto ottenere il Versicherungsnummer, ma ero la più lontana dal capire che cosa fosse esattamente. Più avanti scoprii che si tratta di un codice fiscale simile allo Steuernummer, però relativo alla pensione: permette in pratica di trasformare parte dello stipendio in contributi. Ignara di un disegno più grande di me, entrai timorosa nell’ufficio, al primo piano di un complesso che accoglie anche Rossman e Blumen Florentine. In cima a una simpatica scala a chiocciola trovai un arioso open space con file di scrivanie e un banco informazioni circondato da lunghi divani, dove tedeschi silenziosi attendevano il loro turno. Mi rivolsi alla donna bionda della reception, che mi sorrise con gentilezza e, come se mi stesse aspettando, mi porse un numerino. Tempo due minuti e mi richiamano. Dopo aver fornito i miei dati anagrafici e abitativi, ricevetti il mio Versicherungsnummer. In un paio di settimane, mi spiegarono, mi sarebbe stato spedito il Sozialversicherungsausweis – sostanzialmente la stessa cosa, scritta meglio.

Uscii dopo dieci minuti dopo essere entrata, in perfetto orario per l’appuntamento delle 10:00, preso settimane prima, per la Rote Karte. Si tratta di un certificato rilasciato dal Gesundheitsamt, l’ufficio della Sanità, obbligatorio per chiunque lavori nel campo della ristorazione: online ci si può iscrivere a un incontro al termine del quale, ricevuta una breve lezione su igiene e gastronomia, la si ottiene per 20 euro. Il suddetto ufficio si trova, per una felice coincidenza, a un centinaio di metri dalla Deutsche Rentenversicherung Bund. Insieme a una ventina di persone seguii un filmato che enfatizza l’importanza di lavarsi le mani prima dei pasti ed uscii di nuovo, trionfante, con la mia Rote Karte in una cartelletta sotto il braccio.

Era quasi mezzogiorno quando arrivai a Pankow, ultima tappa del mio percorso. Entrai in un altro complesso, presi l’ascensore e mi fermai al primo piano. L’ufficio della TK, la Techniker Krankenkasse, è grigio e blu, ampio e luminoso, con grandi tavoli e persone che parlano senza fretta; sarà stata l’ora, ma era semivuoto. Farfugliai qualcosa all’accoglienza e non capii se mi occorreva un’assicurazione tedesca ed ero andata lì nell’ingenua speranza che qualcuno mi spiegasse con pazienza cosa fare. Ingenua o no, fui convocata a un tavolo dove una donna dai modi squisiti mi illustrò per filo e per segno, scrivendomi tutto su un foglietto, come funziona l’assicurazione: se si guadagnano più di 500 euro al mese ci pensa il datore di lavoro e non si paga niente; se si guadagna di meno (era il mio caso, trattandosi di un Mini-job) è sufficiente la tessera sanitaria europea. Volendo si può comunque stipulare un’assicurazione completa, ma facendosi carico delle spese mensili. Ripetei un paio di volte, per essere sicura di aver capito bene, mentre la signora annuì incoraggiante. “Se scopre di aver bisogno della nostra assicurazione”, aggiunse, “il suo datore di lavoro ci può chiamare e sistemiamo tutto al telefono”. La guardai con occhi adoranti.

© il Deutsch-Italia

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Tornai a casa col cuore leggero: i miei timori di code infinite, rifiuti e parole di sufficienza mentre io pregavo in lacrime di aiutarmi non si erano avverati. Non voglio con questo sostenere lo stereotipo della Germania perfetta, dove tutto funziona senza intoppi e i treni arrivano puntualissimi. Gli impiegati scortesi, le lungaggini amministrative e le risse all’ufficio postale esisteranno anche qui; per quanto la gentilezza media degli uffici berlinesi è assai più alta di quella che ho riscontrato in Italia nella mia (limitata) esperienza. Ma di sicuro ho risparmiato un sacco di tempo.

Mi manca solo di menzionare il conto corrente, non compreso nella mia maratona burocratica perché, in questo caso, ho seguito la procedura online. Tutto il necessario per aprirlo mi è arrivato per posta in tempi brevi, dilatatisi per il mio errore di scambiare il nome con il cognome nel formulario. Per risolvere questo vizio di forma è bastato contattare il servizio clienti e chiedere se potevano parlare in inglese. Mi hanno passato un funzionario che parlava italiano.

*La Anmeldung è la registrazione del domicilio richiesta a chiunque viva in Germania entro due settimane dal trasferimento; aspettare di più può comportare sanzioni. L’Anmeldung è cruciale per chi voglia stabilirsi qui, perché molti documenti e informazioni importanti arrivano per posta.

**Non mi sono più interrogata sul destino di quella busta: probabilmente era arrivata e l’avevo stracciata, scambiandola per le fastidiose intimazioni della Deutschland Radio di pagare un servizio di cui non faccio uso.

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Finanzamt, la voce amica?

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