C’è un grande mito, soprattutto fra gli italiani, in Germania: la città di Berlino. Seguendo il dibattitto presente sulla stampa e le tv italiane sulla Capitale tedesca, descritta come una sorta di Mecca e una delle mete preferite dei “giovani” Italiani di oggi, sembra quasi implicita la considerazione opposta, ovvero che nel passato fossero arrivati a Berlino “i vecchi”. Ma Berlino è sempre stata dei giovani (non solo anagraficamente) e ha sempre attratto persone che ci venivano per via della sua peculiare situazione culturale e sociale, anche se allora non era facile raggiungere la città. Non si doveva solo superare due confini simbolo della Guerra Fredda (BRD-DDR; DDR-West-Berlin), passando in macchina o in treno per corridoi di transito che dalla Germania Occidentale attraverso la DDR ti portavano a Berlino Ovest, ma non esistevano nemmeno i voli internazionali e low cost della Easyjet o Ryanair: uniche compagnie che volavano su Berlino Ovest, attraversando pure dei corridoi aerei, erano quelle degli Alleati Pan Am, British Airways ed Air France con soli voli nazionali.

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Una città particolare anche durante la Guerra Fredda

Nonostante ciò, ai tempi della divisione della Germania e di Berlino, la parte occidentale della città era meta di tante persone che vi venivano a vivere perché attratte da un clima liberale, aperto, avanguardistico e dove si potevano sviluppare differenti progetti di vita. Berlino è stata la città del movimento studentesco, delle “comuni”, dell’opposizione antiparlamentare (denomcitinata in tedesco con la sigla APO). Inoltre la città per via del suo status di città controllata dagli Alleati ha attirato tanti giovani tedeschi che, una volta residenti a Berlino, non avrebbero più avuto l’obbligo di fare il servizio militare.

Anche la Berlino di quegli anni era già una città aperta, libertaria, seducente e grazie alla sua vivacità sociale e culturale, che per altro riceveva molti fondi dal governo federale anche per l’arte e la cultura, offriva spazi a tutti: artisti, creativi, giramondo. La metropoli sulla Sprea attirava non solo rockstar come David Bowie e Lou Reed, registi come Peter Stein ed attori come Bruno Ganz, ma anche giovani italiani. Il carattere politico, economico e sociale della città ha favorito l’immigrazione di differenti tipi di italiani che hanno contribuito con i loro stili di vita e mentalità, e attraverso le loro attività economiche, sociali e culturali, a uno sviluppo eterogeneo della comunità.

Ristorante Bacco di Massimo Mannozzi

Anche per i pochi “emigrati per lavoro”, giunti a Berlino negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, provenendo sovente dalla Germania occidentale, la scelta di spostarsi in una grande città, anonima, aveva una componente “avventurosa”, una ricerca di indipendenza-emancipazione e di autonomia-libertà. Non si veniva a Berlino solo per motivi economici, ma anche perché attratti dalla grande città, dalle possibilità che poteva offrire ai giovani provenienti dalla provincia italiana. Così fra di loro c’erano anche persone che, approfittando della politica di reclutamento dell’industria, si lasciavano ingaggiare per un lavoro in fabbrica a Berlino, per poi sviluppare altri progetti di vita. Anche fra le “ragazze” italiane sbarcate a Berlino a cavallo degli anni Sessanta-Settanta possiamo trovare persone che emigravano perché spinte dalla curiosità, desiderose di conoscere realtà diverse, o semplicemente perché si erano innamorate. Per alcune di loro provenienti dall’Italia del Sud l’emigrazione significava poter costruire qualcosa di proprio, emanciparsi e non dover chiedere conto a nessuno.

Con gli anni Settanta immigrano i “ribelli-le” attratti dal mito di Berlino come città delle rivolte studentesche e nella quale poter avviare le più differenti forme di vita, in un quadro culturale alternativo e molto vivace. Attorno alla metà degli anni Settanta alcuni di loro, fondarono una Casa di Cultura Popolare con lo scopo di propagare e coltivare l’“altra” cultura attraverso diverse attività e il lavoro politico culturale fra gli immigrati.. Negli anni Ottanta a richiamare molti giovani italiani furono miti come il quartiere multiculturale di Kreuzberg, l’occupazione delle case, il movimento degli l’autonomi e i diversi progetti alternativi nell’edificio dell’ex ospedale Bethanien che, occupato salvandolo dalla demolizione, fu trasformato in un Centro sociale di cultura. Gli Ottanta registrano anche l’arrivo di un altro tipo di immigrati: “i postmoderni”. Spesso anche loro in possesso di una certa istruzione, sono gli iniziatori di nuove attività e proposte che, anche se trovano riscontro in settori tradizionali come la gastronomia, evidenziano nuove caratteristiche.

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La nuova migrazione dopo la caduta del Muro

La Bergmannstrasse a Kreuzberg

Negli anni ‘90 Berlino è meta dei “nuovi mobili”. Dopo il processo di riunificazione e lo spostamento della capitale da Bonn a Berlino, la città ha visto aumentare il numero di italiani attivi nelle libere professioni, giornalisti, manager, architetti etc. I progetti Erasmus hanno inoltre incrementato l’afflusso di studenti, che spesso prolungando la loro permanenza nella città lavorano per due o tre giorni alla settimana in uno dei tanti ristoranti e pizzerie. Oggigiorno, l’Europa si deve però confrontare con una migrazione interna dettata dalla necessità, e Berlino, come altre Regioni della Germania, è meta di questa mobilità. Fra i nuovi arrivati non ci sono solo giovani, single e laureati, ma anche tante persone con un diploma di scuola secondaria e gruppi famigliari. Inoltre si può constatare una nuova categoria di “stabili-instabili” quelli che si potrebbero definire dei “passeggeri”: persone non comprese nei dati statistici, perché non registrate presso il comune di Berlino dove abitano, ne all’AIRE, ma visibili nel contesto urbano e così attori di una mobilità quasi stagionale. Per alcuni di loro Berlino rappresenta solo un momentaneo interessante “palcoscenico” quotidiano.

Così a differenza delle altre città tedesche, dove a partire dalla fine degli anni ‘70 la popolazione italiana rimaneva stabile o diminuiva di numero, i processi elencati sopra hanno incrementato costantemente la popolazione italiana di Berlino: dalle 1.300 persone negli anni ’60, alle 9.000 persone all’inizio dei ’90, fino a raggiungere attraverso la nuova mobilità agevolata dai mezzi di comunicazione e trasporto (incentivata in parte da miti e leggende) il numero di 26.715 italiani alla fine del 2015. Se a questi si aggiungono le 6.172 persone di origine italiana, ma con cittadinanza tedesca, il loro numero raggiunge le 32.887 unità. Ultimante si registra però un calo degli arrivi e un maggiore orientamento al rientro. Queste tendenze possono indicare sia la “smitizzazione” di Berlino, che essere il sintomo di progetti migratori (se esistevano) non riusciti, ma anche delle trasformazioni che sta vivendo la città: processi di gentrificazione, aumento dei costi della vita e degli affitti hanno fatto sì che Berlino non sia più così tanto “povera ma sexy” come disse anni fa l’ex sindaco Wowereit. D’altra parte la generazione del Millennio facilita dai diversi mezzi di comunicazione potrebbe riorientarsi e “scoprire” una nuova meta, un nuovo “palcoscenico” dove poter sviluppare i propri progetti in chissà quale parte del mondo.

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La Berlino degli italiani

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