Angela Merkel ©-2017-Nord-Stream

Un famoso proverbio dice: “chi predica bene, spesso razzola male”. Si potrebbe dire che la frase cada a pennello per il Paese della Cancelliera Angela Merkel e per buona parte della stampa tedesca. Non passa infatti settimana che i quotidiani tedeschi, la “Frankfurter Allgemeine Zeitung” in testa con gli articoli al vetriolo di Tobias Piller, o i commenti salaci su Facebook di Udo Gumpel, il corrispondente in Italia della tv tedesca “RTL”, non mettano in evidenza l’inefficienza, la corruzione e il potenziale pericolo economico-politico del nostro Paese. Ma non mancano neppure le reprimenda dei politici e degli alti funzionari dello Stato, ad iniziare dal severissimo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, passando per l’economista Hans-Werner Sinn, ex capo del prestigioso Ifo (Istituto di ricerca economica) di Monaco di Baviera, per finire al pretendente al posto che lascerà libero alla Bce alla fine del 2019 Mario Draghi, ossia il presidente della Bundesbank Jens Weidmann.

Jens Weidmann

Fermo restando che molte delle cose dette sono vere (non è mia intenzione infatti negare i mille difetti della nostra classe politica e manageriale, nonché della nostra società nel suo complesso), per fare la predica continua, tuttavia, occorrerebbe essere come la moglie di Cesare, ossia al di sopra di ogni sospetto. Cosa che in questo caso sembra proprio non essere.

E questo ad iniziare dal Governo della Cancelliera stessa, la quale a parole tanto si prodiga affinché il libero commercio, che tanto bene fa alla Germania, venga allargato a quanti più Paesi possibile. Non ha ovviamente mancato Frau Merkel di rimarcare il concetto anche in occasione del recente G20, tenutosi ai primi di luglio ad Amburgo. Si è infatti sempre detta contraria al protezionismo sbandierato ai quattro venti dal nuovo Presidente statunitense Donald Trump che, con il suo “America first” aveva, fin dalla campagna elettorale che lo ha poi visto vincitore, messo ben in chiaro le intenzioni della sua futura politica economica. Già, se non fosse però che proprio la Germania ha varato lo scorso 12 luglio una direttiva che amplia il mandato di una legge esistente che consente attualmente al governo di bloccare un acquirente non appartenente all’Unione europea (Ue) nell’acquisizione di oltre il 25 per cento di una società tedesca, se si ritiene che tale mossa possa “mettere a rischio l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”. Tale direttiva tende a proteggere quelle “infrastrutture critiche”, in particolare quelle che producono software per servizi pubblici, sistemi di pagamento, di trasporto o sanitari tedeschi che tanto gola fanno agli acquirenti stranieri, Cina in testa. Quest’ultima lo scorso anno ha infatti speso complessivamente 9,1miliardi di euro (10,4miliardi di dollari) in 35 acquisizioni di imprese tedesche. Proprio grazie a queste misure protezionistiche messe in atto nei primi sei mesi di quest’anno gli acquisti stranieri sono arrivati a soli 2,4miliardi di euro. In pratica la Germania fa esattamente quello che accusa di fare agli Stati Uniti (e che in questi giorni sta facendo la Francia nei nostri confronti).

Poi c’è il capitolo corruzione, tanto contestato, giustamente, al nostro Paese. Diciamo che anche da queste parti non è che stiano messi tanto bene, ad iniziare dall’industria automobilistica tedesca. È di questi giorni la notizia, dopo il famoso scandalo del “dieselgate” che ha visto coinvolto in primis il gruppo Volkswagen, del cartello che sarebbe stato messo in atto, secondo quanto riportato dal settimanale “Der Spiegel”, da Volkswagen, BMW, Daimler, Porsche e Audi per concordare gli standard tecnici, le forniture e i prezzi, a scapito dei concorrenti stranieri. Il bello è che poi avrebbero fatto a gara per “soffiare” la notizia all’Ufficio federale tedesco dell’antitrust, per evitare di pagare l’inevitabile sanzione economica (la violazione delle regole europee sulla concorrenza prevede una multa che può arrivare fino al 10 per cento del fatturato totale, ma non per chi per primo rivela l’illecito).

Passiamo poi al capitolo banche. L’Italia, si sa, da questo punto di vista è un vero disastro. Istituti bancari che annegano sotto una quantità enorme di titoli inesigibili e che vengono salvati dallo Stato, ossia dalla fiscalità generale, a danno cioè dei cittadini e dei piccoli correntisti. Sarebbe perfino superfluo aprire un ennesimo discorso su un fatto che parla da sé. Tuttavia è interessante vedere che in casa tedesca non mancano scandali simili, ma che non riscuotono lo stesso clamore. Diciamolo subito, le banche in Germania godono mediamente di maggiore salute rispetto alle nostre e non hanno riempito i piccoli azionisti di titoli tossici, come hanno fatto le nostre. Semplicemente lo hanno fatto all’estero. Infatti solo un anno fa la Deutsche Bank ha patteggiato 7,2miliardi di dollari con il Dipartimento della Giustizia americano per un’indagine sulle modalità scorrette di vendita di titoli garantiti da ipoteca tra il 2005 e il 2007. In pratica alcuni prestiti, fatti a debitori del tutto privi di garanzie, venivano rimpacchettati e rivenduti agli investitori come titoli sicuri. Era parte della famosa bolla scoppiata nel 2008. Inoltre un’affiliata britannica di Deutsche Bank è stata multata per aver permesso il riciclaggio di 10miliardi di dollari di denaro sporco proveniente dalla Russia e per manipolazione del tasso d’interesse “Libor”.

Ultimi capitoli, in ordine di tempo, sono quelli che riguardano due colossi dell’industria pesante tedesca: la Siemens e la ThyssenKrupp. La prima, come fatto emergere dall’agenzia “Reuters”, avrebbe aggirato le sanzioni imposte dalle Ue alla Russia (che allo Stato italiano sono costate diversi miliardi di euro) vendendo 4 turbine a gas attraverso la sua “Siemens Energy Technology” alla società russa “Technopromexport”, che poi a sua insaputa (così sostengono i tedeschi) ne avrebbe portate due in Crimea per alimentare una centrale elettrica della regione, anziché usarle per la centrale russa di Taman cui originariamente erano destinate. Peccato però che, a quanto sembra da quel che emerge dalle indagini, sia praticamente impossibile farle funzionare senza l’intervento degli ingegneri della società di Monaco di Baviera. La seconda, invece, sarebbe coinvolta in un caso di corruzione per la vendita di tre sottomarini al governo israeliano. La “ThyssenKrupp Marine Systems” avrebbe infatti, tramite il suo uomo di fiducia Miki Ganor, corrotto David Schimron, avvocato personale, nonché cugino, del primo ministro Benjamin Netanyahu. In tutto 8 arrestati con l’accusa di aver ricevuto mazzette per circa 1,8miliardi di euro.

© Emilio Esbardo per il Deutsch-Italia

Per concludere il quadro c’è da sottolineare lo scandalo fatto emergere dal quotidiano tedesco “Die Zeit, in collaborazione con il prof. Christoph Spengel dell’Università di Mannheim e della trasmissione “Panorama” del primo canale televisivo “Ard”, circa una gigantesca truffa messa in atto dal 2001, per un periodo di ben 15 anni, da parte di banchieri e agenti di Borsa, facendo perdere alle casse dello Stato tedesco ben 31,8miliardi di euro di tasse non versate e rimborsi non dovuti. Il tutto sotto ben 5 ministri delle Finanze -Theo Waigel (Csu), Oskar Lafontaine (Spd), Hans Eichel (Spd), Peer Steinbrück (Spd) e ultimo, ma non citato, proprio Wolfgang Schäuble (Cdu)- che sembrerebbero non essersi accorti di nulla o di aver fatto finta di non vedere.

In buona sostanza il quadro generale che emerge è che anche nel “Paese del rigore e delle regole” che tutti in Europa dovrebbero rispettare, Paesi del Sud per primi, notoriamente corrotti, spreconi e poco disciplinati, forse qualche problema analogo esiste. Farebbe bene la stampa nostrana, ogni tanto, a documentarsi e ricordare agli altri e a noi stessi che, in fondo in fondo, “tutto il mondo è paese”.

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Una delle lezioni di Piller all’Italia

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