Berlino, Sala Rossa della Volksbühne, il teatro di Frank Castrof e delle avanguardie culturali. Un gruppo di intellettuali e artisti europei ha organizzato una chiamata alle armi contro il fascismo insorgente, a detta loro, ovunque in Europa. Da Varsavia a Zagabria, da Parigi a Dresda fino ad Ankara passando per Roma, recita il manifesto, un fantasma si aggira per l’Europa: il fantasma del fascismo.

Durante la conferenza gli appassionati relatori del Roter Salon gettano tutto dentro al frullatore senza distinzioni: il movimento tedesco di Pegida, il populismo di Marine Le Pen, il risultato elettorale in Italia, il califfo Erdogan, il governo polacco che riforma la Costituzione a colpi di maggioranza, Viktor Orbán, il nazionalismo croato, Trump e centrifugano in nome della resistenza antifascista. Conclusione: ecco il nuovo fascismo generato dal turbocapitalismo e sostenuto dal nazionalismo popolare. Seconda conclusione: le democrazie liberali generano fascismo. Al lupo al lupo.

Se qualcuno avesse avuto ancora dei dubbi riguardo all’incapacità della sinistra movimentista contemporanea di analizzare e comprendere il mondo di oggi, Idillio (post)fascista”, questo il titolo della conferenza, glielo avrebbe tolto definitivamente. La tesi di fondo che agita il sonno agli intellettuali engagé è che gli attuali ripiegamenti su posizioni nazionaliste che si osservano in alcuni Stati europei, soprattutto orientali, e le annesse critiche all’Unione Europea siano il segnale di un assalto al Palazzo da parte delle coorti fasciste del nuovo millennio. Un forte nazionalismo in seno a un sistema economico capitalista sarebbero le due condizioni necessarie e sufficienti a garantire l’eterno ritorno fascista, questo perché le democrazie liberali sono costituzionalmente predisposte a generare il fascismo; sono, in un certo senso, fasciste a loro insaputa.

Ora, a parte il dettaglio storico per nulla trascurabile che dice chiaramente come le due democrazie liberali più antiche, vale a dire Inghilterra e Stati Uniti d’America, non abbiano generato alcun regime fascista, c’è da dire che l’equazione capitalismo + nazionalismo = fascismo poteva in qualche modo sintetizzare il meccanismo che portò ai regimi fascisti del secolo scorso; tuttavia oggi essa è superata e di conseguenza inapplicabile al mondo contemporaneo. Vediamo perché.

Nel libro “La grande trasformazione”, l’economista e sociologo austro-ungherese Karl Polanyi espose una delle critiche forse più chiare e moderne alle società di mercato del XX secolo, spiegando nel dettaglio la trasformazione di alcune di esse in regimi di tipo fascista. Sebbene il testo sia del 1944, qualche anno dopo l’emigrazione di Polanyi negli Stati Uniti, non ha perso un grammo della sua forza, cosa che lo rende attuale ancora oggi. Il sociologo spiegò con chiarezza come, dato uno scenario ben definito, il fascismo si fosse potuto imporre grazie all’alleanza strategica tra i ceti economici dominanti e i movimenti nazionalisti di alcuni Paesi. Lo scenario consisteva in quello che oggi si potrebbe definire come la prima spinta globalizzartice che ebbe luogo negli anni Venti del secolo scorso, e che vide per la prima volta la liberalizzazione degli scambi commerciali e finanziari su scala mondiale.

Palazzo delle Nazioni © de Benutzer Filzstift Flickr

La spinta era fornita dalla “Società delle Nazioni” – embrione dell’Onu – la prima organizzazione intergovernativa, promossa dall’allora Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson, che inseguiva il sogno di un mondo regolato dal libero scambio e non dalle guerre. Sotto la spinta ideologica della Società delle Nazioni il capitalismo trovò la sua dimensione ultima, vale a dire quella finanziaria, che gli permise di svilupparsi e diventare un sistema globale. E furono proprio le interconnessioni finanziarie internazionali sviluppatesi in quel periodo a determinare la natura globale della grande crisi economica del 1929.

In quegli anni di prima globalizzazione, però, vi era chi resisteva. Si trattava in primo luogo delle élite economico-industriali di quei Paesi, come l’Italia ad esempio, che non avevano ancora completato il processo di industrializzazione, oppure che pur avendolo completato volevano difendere le posizioni di monopolio conquistate. Per rimanere al caso dell’Italia, che Polanyi cita spesso in quanto patria del movimento fascista che poi si sarebbe sparso in buona parte d’Europa, le élite economiche nazionali avevano tutto l’interesse ad opporsi al capitalismo globalizzato per escludere quei concorrenti esteri, tecnicamente più avanzati, che avrebbero potuto completare le opere di industrializzazione al loro posto. Per proteggere la loro posizione monopolista e le rendite future l’élite industriali stipularono un’alleanza strategica con il nascente movimento fascista.

Fritz Thyssen © Bundesarchiv 102-06788 CC-BY-SA 3.0

L’industria avrebbe finanziato il movimento ultranazionalista, in cambio il fascismo avrebbe protetto il mercato interno con dazi e barriere all’entrata e represso il movimento sindacale. Un patto analogo venne stipulato in Germania tra Hitler e i gruppi industriali tedeschi, sebbene lì non si trattasse tanto di completare la rivoluzione industriale, processo già abbondantemente compiuto, quanto di garantire i monopoli dell’industria tedesca e accaparrarsi nuovi mercati in caso di conquiste militari. In sostanza negli anni Venti e Trenta del secolo scorso il capitalismo nazionale cercò e trovò nel movimento fascista un alleato prezioso per proteggersi dalla concorrenza internazionale, garantirsi i monopoli e mettere al sicuro i profitti futuri. Allora l’equazione capitalismo + nazionalismo = fascismo poteva dirsi esatta in quanto senza l’appoggio delle élite economico-industriali il fascismo e il nazismo non sarebbero mai arrivati al potere, ed è interessante notare a margine come le responsabilità che questi ceti sociali ebbero nella tragedia del fascismo non siano mai state approfondite più di tanto.

Oggi la situazione è diametralmente opposta. Nell’attuale era della seconda globalizzazione le élite economiche non sono più interessate ai mercati nazionali, o per lo meno non nella misura in cui lo erano novanta anni fa. Non vi è alcuna rivoluzione industriale da completare e nessun monopolio nazionale da difendere. La posta in palio sta ora sui mercati mondiali, sull’operatività internazionale, sul controllo delle informazioni e dei flussi finanziari internazionali. In questa nuova ottica qualsiasi fenomeno locale diventa irrilevante e i partner strategici non possono certo più essere dei partiti nazionalisti che invocano chiusure e protezioni, ma organizzazioni sovranazionali, governative e non, enti globali e indipendenti dai contesti nazionali come la Commissione Europea, il Wto (World Trade Organization), l’Imf (International Monetary Fund) o la Bce. Vale a dire istituzioni internazionali i cui organi direttivi non sono eletti, e che quindi non devono rispondere alla volontà popolare, e che lavorano all’unisono per rimuovere gli ostacoli alla perfetta circolazione delle merci e dei capitali.

Mentre nel secolo scorso la FIAT, tanto per rimanere in ambito italiano, era interessata al processo di industrializzazione italiano e non certo a quello polacco o cinese, e costruì un’alleanza strategica con il fascismo proprio per garantirsi una posizione dominate sul mercato nazionale e tagliare fuori il capitale straniero, oggi quella stessa FIAT è indifferente al tipo di governo o di struttura economica vigente in Italia, dal momento che quell’azienda, come tutti i gruppi industriali di una certa rilevanza, si è completamente sganciata dal Paese di origine e opera sui mercati internazionali, Polonia e Cina inclusa. Ciò che conta oggi è che il modello di mercato globale venga garantito dagli enti e dalle istituzioni sovranazionali i quali devono operare in modo da rimuovere gli ostacoli al capitale, se è il caso anche indebolendo i Parlamenti e le Costituzioni di quegli Stati che prevedano nei loro codici dei limiti o dei paletti allo sviluppo del libero mercato. In altre parole, contrariamente al secolo scorso, oggi il nazionalismo è un ostacolo per lo sviluppo del capitalismo e non un alleato. È questo il motivo, per fare un esempio concreto, che sta dietro alla resistenza delle grosse aziende americane come Google, Amazon o Airbnb al fenomeno Trump.

Antifa-©-CC-BY-SA-2.0-Montecruz-Foto-Flickr

I movimenti di destra nati un po’ ovunque in Europa negli ultimi anni non servono più agli interessi dei grandi gruppi industriali, al contrario; il loro nazionalismo sarebbe un intralcio in quanto finirebbe per mettere dei limiti territoriali all’espansione dei mercati. Dal momento che le élite economiche ragionano ormai in un’ottica internazionale, non hanno più nessun interesse a sostenere partiti nazionalisti di stampo fascista, come invece fecero nel secolo scorso. Oggi piuttosto sostengono quelle forze politiche e quei movimenti internazionalisti che esaltano il multiculturalismo à la page e che allo stesso tempo minano le fondamenta dei Parlamenti nazionali e delle loro Costituzioni che rimangono, loro sì, l’ultimo vero ostacolo al capitalismo sfrenato.

Continuare a invocare lo spauracchio del vecchio nazionalismo alleato con il capitalismo che degenera in fascismo significa non aver capito nulla dei tempi attuali. In sostanza delle auto celebratesi avanguardie europee di sinistra presso la Sala Rossa della Volksbühne di Berlino oggi si può dire quello che Napoleone ripeteva dell’esercito austriaco: Sempre in ritardo; di una marcia, di un’ora, di un’idea.

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Lettura di Leopoldo Innocenti

Il mondo interconnesso della globalizzazione

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Brave new world, il film tratto dal romanzo di Aldous Huxley

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Edoardo Laudisi classe 1967, laureato in Economia, scrittore e traduttore. Nel 2001 ha pubblicato il romanzo Zenone (Prospektiva Letteraria) nel 2014 l’ebook Superenalotto (self publishing) nel 2015 il romanzo Sniper Alley (Elison Publishing) e nel 2018 il romanzo Le Rovine di Babele (Bibliotheka Edizioni). Appassionato di poesia, nel 2007 ha diretto e prodotto il documentario Poesia Final con interviste ai maggiori poeti contemporanei. Attualmente vive a Berlino.

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