Grecia © il Deutsch-Italia

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Fame nera. In cambio di cosa? Di 130milardi di aiuti e di una rinegoziazione del debito con le banche estere del 70 per cento in meno. Siamo sicuri che siano aiuti? Il debito pubblico greco ammonta a 365,6miliardi di euro. Con l’abbattimento dei crediti bancari potrebbe scendere a 265. Con i 130 miliardi di prestiti (+ 15 salva banche) correrebbe nuovamente verso i 400. Nuovo debito per dare l’illusione di liberarsi di quello vecchio.

E intanto i creditori continuano a fare affari. Nel 2012 la spesa militare ellenica è ammontata a 7miliardi di euro. La gente era disperata, ma si sono delapidati 7mila milioni di euro. A vantaggio di chi? Ma della Merkel e di Sarkozy, naturalmente. Armi vecchie, di seconda mano, in cambio di nuovo debito. La Grecia è ormai ridotta ad area periferica di sfruttamento, estrazione e colonizzazione. E indovinate chi si era opposto all’epoca? Papandreou. Quello che aveva anche osato parlare di referendum. Quello subito rimosso e sostituito dal banchiere della Commissione Trilaterale, amico del senatore Monti, che a sua volta ha fatto più o meno le stesse cose in Italia. «I greci sono alla fame, ma hanno gli arsenali bellici pieni. E continuano a comprare armi. Quest’anno bruceranno il tre per cento del PIL (Prodotto Interno Lordo) in spese militari. Solo gli Stati Uniti, in proporzione, si possono permettere tanto». Cosa spinge un Paese sull’orlo del default a tali spese? Non certo il timore di attacchi bellici, spiegano fonti giornalistiche (Corriere della Sera) citando alcuni media tedeschi, ma le pressioni di Germania (soprattutto) e Francia che, nella sostanza, pongono ad Atene la seguente domanda: volete gli aiuti? Dateci commesse militari.

Il prestigioso quotidiano italiano racconta che «fino al 2009 i rapporti fra Atene e Berlino andavano a gonfie vele, il Governo greco era presieduto da Kostas Karamanlis (centrodestra), grande amico della Merkel». Gli anni di Karamanlis sono stati una vera manna per la Germania. «In quel periodo» – ha calcolato il quotidiano di via Solferino – «i produttori di armi tedeschi hanno guadagnato una fortuna». Una delle commesse di Atene riguardò 170 panzer Leopard, costati 1,7miliardi di euro, e 223 cannoni dismessi dalla Bundeswehr, le Forze armate tedesche. Nel 2008 i capi della Nato osservavano meravigliati le pazze spese in armamenti che facevano balzare la Grecia al quinto posto nel mondo come nazione importatrice di strumenti bellici. «Prima di concludere il suo mandato di premier, Karamanlis fece un ultimo regalo ai tedeschi, ordinò 4 sottomarini prodotti dalla Thyssen Krupp».

George Papandreou © CC BY-SA 2.0 Πρωθυπουργός της Ελλάδας, Αντώνης Σαμαράς Flickr

George Papandreou © CC BY-SA 2.0 Πρωθυπουργός της Ελλάδας, Αντώνης Σαμαράς Flickr

A poco sono valse le rimostranze del successore George Papandreou che, alla fine, ha dovuto cedere: «L’estate scorsa (2012) il “Wall Street Journal” rivelava che Berlino e Parigi avevano preteso l’acquisto di armamenti come condizione per approvare il piano di salvataggio della Grecia. E così il leader di Atene si è dovuto piegare. A marzo scorso dalla Germania ha ottenuto uno sconto, invece dei 4 sottomarini ne ha acquistati 2 al prezzo di 1,3miliardi di euro. Ha dovuto prendere anche 223 carri armati Leopard II per 403milioni di euro, arricchendo l’industria tedesca a spese dei poveri greci». Non solo la Germania, si diceva. «Papandreou ha dovuto pagare pegno anche a Sarkozy. Durante una visita a Parigi ha firmato un accordo per la fornitura di 6 fregate e 15 elicotteri. Costo: 4miliardi di euro. Più motovedette per 400milioni di euro. Alla fine la Merkel è riuscita a liberarsi di Papandreou, sostituito dal più docile Papademos. E i programmi militari ripartono: si progetta di acquisire 60 caccia intercettori. I budget sono subito lievitati. Per il 2012 la Grecia prevede una spesa militare superiore ai 7miliardi di euro, il 18,2 per cento in più rispetto al 2011, il tre per cento del PIL».

Il sito di Deutsche Telekom

Il sito di Deutsche Telekom

La tesi è corredata da numerosi esempi. In questi anni di sacrifici per la popolazione greca, la “Deutsche Telekom” ha aumentato dal 40 al 60 per cento la sua partecipazione in “Ote” (la compagnia telefonica di Stato). “Fraport”, la società che gestisce gli aeroporti di Francoforte, si è presa i 14 scali regionali più appetitosi, tra cui Corfù, Rodi e i due di Creta. L’export tedesco verso Atene è passato dai 4miliardi e 737milioni del 2012 ai 4miliardi e 955milioni del 2014 (ultimo dato disponibile). Si va dai prodotti chimici (27,4 per cento del totale) a quelli alimentari (15,1); dalla meccanica (10,1) all’elettronica (7,2).

Per investire in Grecia Berlino usa come strumento un Istituto di credito creato nel 1948 nell’ambito del piano Marshall, il “Kreditanstalt für Wiederaufbau”, che ha già “sostenuto” i Länder dell’Est dopo la caduta del Muro. Lo shopping tedesco riguarda soprattutto i settori del turismo e delle energie rinnovabili (eolico e solare). La Federazione commerciale greco-tedesca stima in 120 il numero delle aziende tedesche presenti in Grecia, che danno lavoro a 29mila persone.

Alexis Tsipras © Kremlin.ru

Alexis Tsipras © Kremlin.ru

Sarà un caso, ma ora tutti gli aeroporti maggiori della Grecia sono in mano a società della Germania, il creditore più severo con Atene a cui chiede austerità e privatizzazioni. La società aeroportuale tedesca “Avi Alliance”, che possiede al 49 per cento l’aeroporto di Amburgo e il 30 per cento di quello di Dusseldorf, ha vinto il rinnovo della concessione per 20 anni, fino al 2046, dell’aeroporto di Atene per una somma pari a 600milioni di euro. Nel terzo piano di aiuti da 86miliardi di euro la Grecia aveva promesso nel 2015 alla UE e al FMI di rinnovare la concessione per l’aeroporto della Capitale greca, il maggiore del Paese, alla sua scadenza naturale. Come promesso il Governo di sinistra guidato da Alexis Tsipras ha mantenuto fede all’impegno, e poco tempo fa il Fondo per le privatizzazioni greco (Hradf) ha confermato il rinnovo della concessione alla “AIA”, l’Athens International Airport, la società che gestisce l’aeroporto di Atene dal 1995.

Più in dettaglio la società aeroportuale tedesca “Avi Alliance” (al 40 per cento) e il gruppo greco “Copelouzos” (al 5 per cento) hanno una quota complessiva del 45 per cento nella società aeroportuale di Atene (AIA). Il fondo greco per le privatizzazioni “HRADF” detiene una quota del 30 per cento, e il Governo greco del 25 per cento. Il completamento dell’intesa è soggetto all’approvazione delle autorità europee e del Parlamento greco.

C’è da dire che anche la Turchia compra armi dalla Germania. Ad esempio, l’offensiva dell’esercito turco contro i curdo-siriani è avvenuta con i carri armati venduti dalla Germania. Ma non basta: sono usciti i dati imbarazzanti, a Berlino, sull’export delle armi: negli anni della Grosse Koalition tedesca l’esportazione del settore è cresciuta in modo molto consistente rispetto alla legislatura precedente. È quello che emerge da una risposta del Ministero dell’Economia a un’interrogazione parlamentare della Linke.

Il valore complessivo delle consegne di armi fra il 2014 e il 2017 ha toccato infatti la quota di 25,1miliardi, segnando un 21 per cento d’incremento rispetto al valore registrato negli anni del Governo di Unione e Liberali. La consegna di armi a Paesi non europei è aumentata addirittura del 47 per cento, (14,48 miliardi). Soltanto l’anno scorso sono state consegnate armi e attrezzature relative per un valore di 3,79miliardi di euro, a Paesi terzi, e cioè 127milioni di euro in più dell’anno precedente.

Il valore totale delle esportazioni di armi approvato dalla Germania si attesta nel 2018 a 4.838,5milioni di euro. I primi 10 destinatari degli armamenti tedeschi comprendono un totale di 5 Paesi terzi: Algeria, Arabia Saudita, Corea del Sud, Pakistan e Serbia. Le esportazioni in Arabia Saudita sono aumentate del 63,6 per cento rispetto all’anno precedente arrivando a 416.423.547 euro. Le esportazioni di armi per un valore di 2,55miliardi di euro sono state verso Paesi terzi, rappresentando il 52,8 per cento di tutte le singole autorizzazioni all’esportazione. Per il settimo anno consecutivo, più della metà delle esportazioni di armi tedesche è destinata a Paesi di questa categoria. India e Pakistan sono, a dispetto dello stato di tensione tra i due Paesi, tra i primi 20 destinatari di materiale militare tedesco (Pakistan 7°, con 174.381.514 euro, mentre l’India 12°, con 96.761.266 euro). L’Algeria è il primo per il terzo anno consecutivo per numero di armamenti tedeschi (818.180.923 euro). Alla Turchia sono state rilasciate licenze per l’esportazione di armi per 12.867.843 euro. La Grecia ha ricevuto armi per 15.307.814 euro.

La crisi greca, le cui radici vanno rintracciate soprattutto nei gravi squilibri commerciali causati dall’adozione dell’euro, è scoppiata in seguito all’improvvisa interruzione dei finanziamenti al debito greco da parte dei principali Paesi europei. Poi la situazione è peggiorata in seguito al netto rifiuto (portato avanti segnatamente dal Governo tedesco) di salvare il Paese, quando era ancora possibile farlo a prezzi ragionevoli. Invece di accettare questa soluzione al problema, fu fatta una scelta un po’ diversa: prima lasciare che la preghiera greca ai mercati finanziari fosse d’esempio per tutti e, solo poi, prestare alla Grecia l’ormai molto maggiore somma di denaro necessaria e a un prezzo molto elevato in termini di condizioni e requisiti da soddisfare (importanti tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, ecc.).

Il Muro di Berlino © il Deutsch-Italia

Il Muro di Berlino © il Deutsch-Italia

Caduto il Muro di Berlino nel 1989, finita la Guerra Fredda Usa-Urss, disintegrato l’impero dei Soviet, ci si era illusi di essere entrati in una nuova era di pace, e che le risorse assorbite dalle spese militari potessero servire a combattere fame, povertà, malattie… Invece, eccoci ancora dentro uno scenario che vede aumentare conflitti. L’appello di Papa Francesco: «Tutti vogliamo la pace! Ma guardando questo dramma della guerra […] io mi domando: chi vende le armi a questa gente per fare la guerra? Ecco la radice del male», merita più che una riflessione. E allora quali sono i Paesi maggiori fornitori di armi? Chi le acquista e perché? Cosa muove il commercio bellico? Che peso hanno i trattati internazionali in questa materia?

Mai come in questi tempi, l’Euro è stato messo in discussione. I movimenti critici nei confronti della moneta unica e nel mondo in cui è stata gestita, sono cresciuti in maniera esponenziale. E anche se non tutti sono dichiaratamente a favore dell’uscita dal sistema monetario europeo, sono in molti a chiedere un cambio di passo. Così, ed è evidente, la moneta unica non funziona. E lo dimostrano ormai innumerevoli studi che hanno sancito più volte una critica definitiva nei confronti del sogno di molti difensori della UE.

L’Euro può anche non essere stato un errore, come affermano i suoi difensori. Ma il fatto che sia un’emanazione e un’arma della politica economica della Germania è una realtà di fatto. Tanto che adesso sono numerosi i think tank e i centri studi che affermano che Berlino sia l’unica ad aver realmente guadagnato da questo sistema. Tra il 1999 e il 2017, la Germania oltre i guadagni dalle vendite di armi, ha guadagnato circa 1.900 miliardi di euro, ovvero circa 23mila euro per abitante. E a parte l’Olanda, per il resto nessun Paese ha tratto realmente beneficio da ciò. Anzi, le altre due potenze europee, Italia e Francia, hanno assistito a un netto calo della crescita e della competitività. Per Parigi si parla di una perdita di 3.600 miliardi di euro, mentre per l’Italia addirittura di 4.300 miliardi. Numeri che, divisi in base ai cittadini, indicano che si sono persi 56mila euro pro capite in Francia e 74mila euro in Italia.

la prima parte dell’articolo è consultabile qui

 

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