Recep Tayyip Erdoğan © Kremlin.ru
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Erdoğan
Recep Tayyip Erdogan

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La strategia di Erdoğan è nota da tempo, e farsi interlocutore del quadrante euroasiatico, ma puntando a dividere e contando su due nuovi progetti: la prima centrale atomica che Rosatom sta realizzando ad Antalyya (di fronte a Cipro), e il gasdotto Turkish Stream che connetterà Russia e Turchia bypassando l’Ucraina. Nel mezzo le mosse provocatorie nel Mediterraneo, dove ha intrapreso la via della provocazione costante. Da un anno i caccia turchi e i nuovi droni “made in Turkey” sconfinano quotidianamente nei cieli ellenici, con l’incidente sfiorato più volte con l’aviazione di Atene, che l’anno scorso perse un pilota di Mirage. Stesso dicasi per il dossier migranti, mai chiuso del tutto, con la spada di Damocle di centinaia di migliaia di profughi che Erdoğan potrebbe decidere di lasciar partire per la Grecia, e quindi per l’Europa.

Questa e la storia recente degli anni per spiegare il perché oggi la Grecia si trova in difficolta con il vicino e alleato della Nato. Nel 2016, Erdoğan affermò: «la Turchia ha “svenduto” le isole che “erano nostre” e che sono “a un tiro di schioppo” [dalla Turchia]. Lì ci sono ancora le nostre moschee, i nostri santuari», disse, riferendosi all’occupazione ottomana delle isole.

Istanbul

Istanbul

La Turchia insidia sistematicamente la Grecia. Più di recente l’anno scorso, il 17 aprile, l’elicottero sul quale volavano dall’isolotto di Ro a Rodi il premier greco Alexis Tsipras, assieme all’ammiraglio capo delle forze armate greche Evangelos Apostolakis, è stato infastidito da due F16 turchi. Intanto due partiti turchi fanno a gara per dimostrare chi è il più potente e patriottico e chi ha il coraggio di mettere in atto la minaccia contro la Grecia. Mentre il CHP (il Partito Popolare Repubblicano) accusa l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) del presidente Recep Tayyip Erdoğan di consentire alla Grecia di occupare le terre turche, l’AKP attacca il CHP, partito fondatore della Turchia, accusandolo di aver permesso alla Grecia di prendersi le isole, grazie al Trattato di Losanna nel 1924, agli accordi italo-turchi del 1932 e al Trattato di Parigi del 1947, che riconoscevano tutti alla Repubblica ellenica i diritti di sovranità sulle isole dell’Egeo.

Il CHP

Il CHP

Lo scorso gennaio, il Presidente turco ha preso di mira il leader del CHP, Kemal Kilicdaroglu, accusando di nuovo il suo partito che firmò il Trattato di Losanna di aver svenduto le isole nel corso dei negoziati. «Informeremo la nostra nazione di questo», ha dichiarato Erdoğan. Tale affermazione implica che il Presidente turco accetti il fatto che le isole appartengano alla Grecia, ma allo stesso tempo ne denuncia “l’invasione” da parte della Repubblica ellenica, esprimendo la volontà di riappropriarsi di quei territori che un tempo erano sotto il dominio dell’Impero ottomano.

Tuttavia, la retorica del CHP è altrettanto aggressiva, con Kilicdaroglu che ha affermato davanti al Parlamento turco che la Grecia aveva “occupato” 18 isole. Quando l’ex ministro greco della Difesa Panos Kammenos si è detto “imbarazzato” per questa affermazione, il responsabile per la politica estera del CHP, Ozturk Yilmaz, gli ha risposto: «La Grecia non deve mettere la nostra pazienza alla prova». Yilmaz avrebbe anche aggiunto che «la Turchia è molto di più di un governo» e che ogni ministro greco che provoca la Turchia sarà «colpito con una mazza sulla testa. (…) Se Kammenos ripassa la storia, troverà molti esempi».

L'area Nord di Cipro

L’area Nord di Cipro

La storia è infatti piena di esempi di violenze e massacri perpetrati dai turchi contro i greci anatolici. Il genocidio commesso contro i cristiani greci e armeni a Izmir nel 1922 è stato evocato da Devlet Bahceli, leader del Partito del movimento nazionalista (MHP), in un discorso pronunciato davanti al Parlamento. Con l’attacco illegale e l’occupazione di Cipro Nord nel 1974 e della città siriana di Afrin nel marzo dello scorso anno– senza pressoché nessuna reazione globale – la Turchia sembra sentirsi incontrastata e impaziente di perseverare, e questa volta sembrerebbe aver preso di mira le isole greche ricche di gas naturale e petrolio.

«Se i greci vogliono di nuovo finire in mare – se hanno voglia di essere inseguiti ancora – beh, sono i benvenuti. La nazione turca è pronta e fiduciosa di rifarlo. Qualcuno deve spiegare al Governo greco cosa accadde nel 1921 e nel 1922. Se non lo farà nessuno, fionderemo come proiettili nel Mar Egeo, pioveremo dal cielo come una vittoria benedetta e insegneremo la storia daccapo ai messaggeri di ahl al-salib [il popolo della croce]». Anche i propagandisti turchi hanno distorto i fatti per cercare di ritrarre la Grecia come l’aggressore. Umit Yalim, ex segretario generale del ministero della Difesa nazionale, ad esempio, ha dichiarato che la «Grecia ha trasformato le isole in arsenali e avamposti militari in vista dei suo futuro intervento militare contro la Turchia». Tutti i politici turchi sembrano avere la propria motivazione a essere ossessionati dalle isole: espansionismo turco tradizionale, turchificazione delle terre elleniche, neo-ottomanesimo e – fiore all’occhiello della conquista islamica – il jihad. Il desiderio di invadere le isole è anche dettato da ragioni strategiche, come si evince da una dichiarazione rilasciata dal Vice-premier Tugrul Turkes sul controllo di Cipro da parte della Turchia dal 1974.

Lucas Papademos © CC BY-SA 2.0 Vasileios Filis Flickr

Lucas Papademos © CC BY-SA 2.0 Vasileios Filis Flickr

Questa dunque è la scusa del perché la Grecia si compra armi ed e armata fino ai denti per un eventuale aggressione Turca (più che probabile in questi giorni con minacce e provocazioni). Ma c’è chi ne approfitta di questa situazione cosi: 11milioni di persone (i greci) ridotte in schiavitù dall’asse franco-tedesco, i cui sistemi bancari detengono rispettivamente 47,9 e 18,6miliardi di dollari di debito greco. Le pretese che la troika BCE-FMI-UE, per mano del suo ex Primo ministro, il fantoccio Papademos, che ha fatto approvare sono da bollettino di guerra. Drastica deregulation del mercato del lavoro. Una diminuzione di oltre il 20 per cento del salario minimo garantito; 150mila lavoratori licenziati, di cui 15mila subito. Taglio netto delle pensioni. Drastica economia di spesa, soprattutto sui farmaci, sugli ospedali e sulle autonomie locali. Vendita delle quote pubbliche in petrolio, gas, acqua e lotteria.

-potete leggere la prima parte qui

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