© CC BY-SA 2.0 Andreas Trojak

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La scorsa domenica a Colonia è stata indetta una manifestazione a favore di Recep Tayyip Erdoğan da parte della UETD (Union Europäisch-Türkischer Demokraten), un’emanazione diretta dell’AKP, il partito del Presidente turco per l’appunto. La decisione della Corte Costituzionale Federale tedesca di Karlsruhe (Bundesverfassungsgericht) di vietare un intervento in diretta streaming del Presidente turco, per supportare gli oltre 40mila presenti, ha causato la convocazione formale del vice Ambasciatore tedesco ad Ankara da parte del Governo turco, cosa quest’ultima che sembra diventata una consuetudine negli ultimi tempi (in genere direttamente l’Ambasciatore).

Thomas de Maizière © CC BY-SA 2.0 Christliches Medienmagazine

Thomas de Maizière © CC BY-SA 2.0 Christliches Medienmagazine

Questo non è che l’ultimo, in ordine cronologico, degli scontri formali fra il Governo di Berlino e quello turco. Lo scorso aprile, infatti, era scoppiato il “caso” Böhmermann, il comico che aveva sbeffeggiato Erdoğan con una poesia considerata altamente offensiva. Era stato chiesto formalmente un procedimento penale a carico del reo. A giugno poi è stata la volta del riconoscimento da parte del Parlamento tedesco del genocidio degli Armeni operato dai turchi (ottomani) agli inizi dello scorso secolo. In quell’occasione furono duramente attaccati i parlamentari di origine turca. Lo scorso luglio, il 21 per la precisione, è stata invece la volta della Germania a mostrare contrarietà attraverso il suo Ministro degli Interni, il cristianodemocratico Thomas de Maizière. Il Ministro aveva infatti “ricordato” alle comunità turche e curde che non sarebbero stati accettati eccessi contrari all’ordine e al diritto dello Stato tedesco. Da ultimo le dichiarazioni del vice Cancelliere Sigmar Gabriel (SPD) circa la pretesa di Ankara di esenzione dei visti per entrare in Europa per i cittadini turchi da ottobre, minacciando, in caso contrario, di far saltare l’accordo sulla gestione della cosiddetta crisi dei migranti. “L’Europa non si farà sottoporre a pressioni”, ha dichiarato l’esponente tedesco.

turkey-1104206_1280Questa dunque la recente lista di controversie in atto fra il leader turco ed il Paese della Cancelliera Merkel, tanto criticata ultimamente in patria per la sua politica delle “porte aperte” ai rifugiati, che ha offerto il fianco alle richieste continue da parte di Ankara.

Per comprendere, però, il difficile rapporto fra i turchi che vivono in Germania e la società tedesca, occorre fare un passo indietro di oltre 50 anni.

Per l’esattezza possiamo far riferimento agli accordi intercorsi fra i due Paesi immediatamente dopo la costruzione del Muro, nell’agosto del 1961.

L’arrivo di manodopera turca – inizialmente specializzata, in seguito non qualificata e poco istruita – era diretto prevalentemente verso le fiorenti regioni industriali dell’area renana e meridionale della Germania, dove provocò importanti sconvolgimenti. La maggior parte degli immigrati turchi, infatti, proveniva da un’estrazione economico-sociale di tipo agricolo ed aveva scarsa familiarità con il mondo e le dinamiche del lavoro di fabbrica. Quest’ultimo aspetto portò notevoli problemi sociali, aggravati dall’insufficiente conoscenza della lingua e dei sistemi e modi di vita della società tedesca. L’adattamento ai nuovi stili di vita e a nuove regole sociali fu il primo problema con cui si confrontarono i nuovi arrivati. Un’incognita che rese difficile l’integrazione e la sopravvivenza dei lavoratori stranieri.

Quota degli uomini con un passato migratorio in percentuale sulla popolazione tedesca

Quota degli uomini con un passato migratorio in percentuale sulla popolazione tedesca

Tuttavia, anche la società tedesca subì decise modificazioni a contatto con l’enorme massa di immigrati che progressivamente arrivò in Germania, ivi inclusi noi italiani. Ci fu un’ascesa sociale dei lavoratori tedeschi, i quali, grazie alle maggiori qualifiche e ai corsi di specializzazione e formazione, riuscirono a migliorare la loro posizione, evitando a larghe fasce di popolazione una marcata proletarizzazione. Dall’altra parte, però, la società tedesca occidentale si evolse progressivamente verso una struttura multietnica, multiculturale e plurireligiosa. Evoluzione che comincerà a porre i suoi primi problemi a partire dagli anni ’70 e ’80. Il numero degli immigrati aumentò vertiginosamente e fu sovvertito il cosiddetto Rotazionprinzip, il principio di “rotazione” per i migranti, che prevedeva un ricambio. Fino al 1975, infatti, la società, il governo e gli industriali tedeschi erano convinti di poter controllare l’afflusso degli immigrati, senza problemi, in quanto giustificavano il reclutamento delle nuove risorse di manodopera come una stringente necessità economico-industriale e sociale. Tra il 1961 ed il 1973, le agenzie del lavoro turche, associate al Bundesanstalt fur Arbeit (Bfa) inviarono in Europa più di 790mila lavoratori, di cui l’80,2 per cento in Germania Ovest. In seguito però molti di costoro decisero di stabilirsi definitivamente in Germania, assieme alle loro famiglie. In questo lasso di tempo la società tedesca subì mutamenti determinanti e fu costretta ad interrogarsi sul ruolo che le nuove risorse di forza lavoro dovevano ricoprire.

Helmut Schmidt © Emilio Esbardo per il Deutsch-Italia

Helmut Schmidt © Emilio Esbardo per il Deutsch-Italia

Il Bilateral Agreement (1961-64) e la normativa della Cee e delle leggi tedesche si basavano sul “principio di assoluta eguaglianza di trattamento”, ovvero sulla clausola di “eguale salario per eguale lavoro”. Tuttavia, la condizione di equità salariale non venne mai rispettata, poiché nei settori in cui erano impiegati i lavoratori turchi la manodopera tedesca era pressoché assente. A partire dagli anni ’70, quando le crisi bloccarono e rallentarono l’afflusso dei migranti turchi (fu Helmut Schmidt nel 1973, per la precisione), questi fattori favorirono l’immigrazione clandestina e il racket ad essa collegato. Uno sviluppo che produrrà gravi conseguenze. Infatti i clandestini non godevano di alcun diritto, nemmeno quelli formali garantiti ai loro connazionali immigrati legalmente; questo fece sì che s’incoraggiasse inconsapevolmente lo sfruttamento di tutta la manodopera immigrata, provocando un malumore diffuso tra gli operai tedeschi. La necessità di lavorare e l’assenza di diritti erano la causa del loro sfruttamento, che comportava un monte ore lavorative maggiore, con minore sicurezza e salari bassissimi. Questi ultimi andarono ad influenzare anche i salari della manodopera tedesca, che si trovava in competizione con questa nuova forza lavoro e vide abbassarsi il suo status economico-sociale.

Recep Tayyip Erdoğan © Kremlin.ru

Recep Tayyip Erdoğan © Kremlin.ru

Tutto ciò provocò numerose divisioni tra i lavoratori e anche tra i sindacati, che non riuscirono ad ottenere la fiducia della maggioranza degli operai immigrati. La classe operaia si divise secondo logiche nazionaliste, fornendo così ai datori di lavoro maggior potere contrattuale, favorendo di conseguenza lo sfruttamento di tutta la categoria, ma in modo particolare dei livelli più bassi, ovvero degli immigrati.

In particolare i problemi si acuirono a partire dagli anni ’80 per l’insorgere di spinte razziste e xenofobe, concentrate essenzialmente attorno al gruppo turco, che a partire dal 1970 era divenuto quello più consistente. I governi tedeschi dell’epoca si dovettero confrontare anche con numerose questioni create dalla politica sull’immigrazione (che fino alla legge del 2005 si era dimostrata molto deficitaria e rispondente esclusivamente a necessità momentanee). In particolare Helmut Kohl sottolineò l’impossibilità di integrare cifre d’immigrati tanto massicce (Anwerbestopp) nella società tedesca che, secondo una statistica di quegli anni, era favorevole per un buon 58 per cento alla riduzione dell’immigrazione turca in seno alla Repubblica Federale. Il Cancelliere provò ad offrire 10mila e 500 marchi a testa, oltre alla copertura pensionistica tedesca a quanti fossero voluti tornare in Turchia. Solo in 10mila lo fecero.

Anwerbeabkommen_© CC BY-SA 3.0

Anwerbeabkommen_© CC BY-SA 3.0

Ma quanti sono oggi i turchi in Germania? Secondo le statistiche ufficiali dello Statistisches Bundesamt, l’Ufficio Federale di Statistica, alla fine del 2015 risultavano presenti su territorio tedesco circa un milione e 506mila turchi, di cui circa 108mila e seicento nella sola città di Berlino. Ma si sa, le statistiche non sono mai realmente attendibili e, in questo caso, non lo sono certamente per difetto. Infatti i nostri connazionali, sempre secondo le medesime tabelle, risulterebbero essere poco più di 596mila, di cui circa 17mila nella Capitale, mentre secondo i dati dell’Università di Potsdam gli italiani ufficialmente registrati e presenti a Berlino dovrebbero essere circa 24mila. Si calcola che il numero di coloro che realmente ci vivono sia circa il doppio. Pertanto lo stesso ragionamento può valere anche per i turchi.

Questi ultimi a Berlino sono concentrati in particolare nei quartieri di Wedding, Kreuzberg e Neukölln. Proprio il sindaco di questo municipio, Heinz Buschkowsky (SPD), causò non poche polemiche nel 2012 con la pubblicazione del suo libro Neukölln ist Überall (Neukölln è ovunque), dove esponeva con toni non proprio di tolleranza quelle che per lui erano le problematiche sorte all’interno della comunità turca presente nel quartiere, in primis quella legata alla delinquenza giovanile. Secondo uno studio del Berlin-Institut für Bevölkerung und Entwicklung (l’Istituto berlinese per la popolazione e lo sviluppo) dal titolo Neue Potenziale, zur Lage der Integration in Deutschland (Nuovo potenziale, la situazione dell’integrazione in Germania) le problematiche d’integrazione di una comunità come quella turca sono legate per lo più ad un basso tasso di scolarità. Solo un bambino turco su 4 arriva all’Abitur (maturità), percentuale questa che tutto sommato non è neanche delle peggiori considerando che il mancato raggiungimento di tale titolo di studio sale al 57% (oltre 2 bambini su 4) fra quanti, nelle altre comunità straniere (italiana compresa), nascono in Germania.

Turchi a Neukölln

Turchi a Neukölln

Una volta cresciuti preferiranno accettare, a parità di qualifica, lavori spesso sottopagati offerti da loro connazionali. Questo probabilmente perché hanno avute cattive esperienze d’integrazione, facendo sì che perdano la speranza in una scalata sociale, anche nel caso in cui raggiungano una migliore formazione.

Tale sfiducia ha causato una chiusura della comunità turca in se stessa. Inoltre ha fatto sì che i turchi tedeschi guardino tanto al premier Erdoğan, quanto al boom economico della Turchia, come ad un modello ed un punto di riferimento migliore e di maggior peso di quello del Paese nel quale vivono. Le colpe della politica tedesca al riguardo sono evidenti: si è pensato maggiormente in passato a come “proteggersi” più che a come affrontare la progressiva decrescita demografica, con politiche d’integrazione adeguate.

Tuttavia ci sono anche esempi positivi di integrazione, a partire da coloro che hanno fatto carriera in politica: su 35 deputati di origine straniera presenti nel Parlamento tedesco, ben 11 sono turchi (di italiani non ce ne sono).

Berlin-Rathaus Neukölln © CC BY-SA 3.0 Dguendel

Berlin-Rathaus Neukölln © CC BY-SA 3.0 Dguendel

Non sono solo i deputati ad “avercela fatta” nella società tedesca. Nello sport Mesut Özil, calciatore della tanto amata nazionale tedesca, ne è un esempio. Oppure nel campo cinematografico, il regista Fatih Akin, che con il suo film La sposa turca (Gegen die Wand) vinse l’Orso d’oro nel 2004. Nella letteratura turca in Germania ci sono tre gruppi, vale a dire tre generazioni di autori. Al primo gruppo appartengono scrittori arrivati in Germania già adulti alla ricerca di un lavoro o come esiliati politici. Alcuni erano già conosciuti in Turchia, come Fakir Baykurt e Aysel Özakin. Altri autori diventati famosi in Germania sono Aras Ören e Yüksel Pazarkaya; poi ci sono gli autori turchi di seconda generazione, quella formata da giovani nati in Germania o arrivati qui per studiare, dunque per motivi ben diversi da quelli meramente economici o politici che avevano spinto la prima generazione a lasciare la Turchia. Questi giovani autori hanno iniziato a scrivere in Germania. Tra loro ci sono Zehra Çirak e Renan Demirkan; infine c’è la generazione che comprende giovani nati in Germania da famiglie turche emigrate negli anni precedenti o da famiglie composte da uno dei genitori di origine turca. Questi giovani ricercano nella scrittura le loro radici culturali. Fanno parte delle nuove generazioni di scrittori contemporanei. Alcuni nomi: Feridun Zaimoglu e Jakob Arjouni. Il tema dominante del primo gruppo era quello del mondo del lavoro e del tema della migrazione. Il problema dell’identità e il sentirsi estranei in terra straniera quello del secondo. Tutti comunque sono legati alla quotidianeità.

Numerosi sono stati gli episodi di intolleranza diretti verso la popolazione turca, addirittura con incendi appiccati ai loro danni. E Pegida, il Movimento contro l’islamizzazione dell’Occidente, è la testimonianza più eclatante di questo sentimento non del tutto rivolto all’integrazione.

Dal 2000, i figli degli immigrati turchi che nascono in Germania sono cittadini tedeschi. Questo avrebbe dovuto far capire qualcosa tanto ai primi che ai secondi in questi quindici anni.

L’integrazione dei turchi in Germania

I sempre più difficili rapporti tra Berlino ed Ankara

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