© Fondazione Bertelsmann

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In un articolo apparso recentemente sul sito della Fondazione Bertelsmann, l’esperto di politiche migratorie Dr. Matthias Mayer spiega che per rimanere competitivo il mercato del lavoro tedesco ha bisogno di almeno 260.000 nuovi migranti all’anno, la metà dei quali dovrà provenire da Paesi extraeuropei. Il dato si basa su uno studio congiunto del sociologo Johann Fuchs e dell’economista Alexander Kubis, apparso nel volume “Immigration und Arbeitsmarkt” (2017 Edition Aumann).

La tesi dei due studiosi parte da una constatazione semplice: il calo demografico tedesco porterà a una diminuzione complessiva della forza lavoro di circa 20milioni di unità entro il 2060. Meno forza lavoro significa meno output produttivo, meno Pil e quindi meno benessere. Il deficit potrà essere compensato solo in minima parte dall’entrata nel mercato del lavoro di tutte le donne, dal reinserimento dei disoccupati di lungo corso o dall’allungamento dell’età pensionabile. Il buco dovrà quindi essere colmato da fuori, pena il declino dell’economia tedesca e l’impossibilità di sostenere il sistema pensionistico. Inoltre, dal momento che l’immigrazione dai Paesi dell’Est o da quelli dell’Europa meridionale tenderà a diminuire, e questo per due motivi: primo perché anche quei Paesi saranno toccati dal calo demografico e quindi esporteranno meno lavoratori, secondo perché le condizioni economiche locali non sono più molto diverse da quelle offerte dal mercato tedesco, il deficit dovrà essere saldato con migrazioni da Paesi non europei. Di conseguenza la Germania dovrà munirsi di una nuova legge per l’immigrazione/integrazione in grado di regolare ed assorbire questo flusso nei decenni a venire.

© il Deutsch-Italia

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«Migration ist ein zentraler Schlüssel zu einer gelingenden Zukunft. Deutschland braucht Fachkräfte – auch aus Regionen außerhalb Europas», (la migrazione è la chiave per un futuro di successo. La Germania ha bisogno di lavoratori specializzati provenienti anche da paesi extraeuropei), chiosa l’articolista citando Jörg Dräger, amministratore delegato della fondazione Bertelsmann.

Questo però è solo un lato della medaglia, quello che viene tirato a lucido per poterlo mettere in mostra nella bacheca dei buoni intenti. Ma dietro purtroppo c’è l’altro, più opaco e che per quanto lo si strofini non brillerà mai altrettanto bene.

Secondo il McKinsey Global Institute report, un think tank nordamericano con focus sui processi tecnologici, l’impatto della rivoluzione tecnologia attualmente in corso avrà dimensioni analoghe a quelle della prima rivoluzione industriale di inizio Novecento. Nei prossimi 10-20 anni, robot dotati di intelligenza artificiale e software capaci di auto apprendere potrebbero distruggere il 30 per cento del lavoro umano a livello planetario. A seconda di come si impostano gli scenari di previsione, entro il 2030, cioè dopodomani, l’automatizzazione smantellerà tra i 400 e gli 800milioni di posti di lavoro a livello mondiale, obbligando altri 75milioni di lavoratori a cambiare radicalmente occupazione: «Jobs made up of routine work activities and predictable, programmable tasks will be particularly vulnerable to replacement by AI (Intelligenza artificiale). Because of the cost-benefit calculation, middle-skill workers may bear the initial brunt, while lower-paying positions may survive longer. However, this is not to say that high-skill jobs today will be completely shielded from disruption. Many of the tasks performed by professionals with specialized knowledge and experience, such as doctors, may be subject to automation; these jobs could change to focus more heavily on personal interactions. Many jobs will not disappear, but their mix of activities will change, and education and training systems will need to respond».

Da questa epidemia planetaria si salveranno inizialmente i lavori più umili come operai edili, badanti per anziani, addetti alle pulizie, e quelli più elevati o tecnici come high executives, programmatori software, ricercatori specializzati e affini. Nel primo caso perché l’automatizzazione costerebbe di più che impiegare risorse umane, che così finirebbero per essere pagate sempre meno, nel secondo caso perché gestiranno direttamente la rivoluzione. Il vero massacro avverrà nel mezzo. Il middle management, quelli che un tempo venivano chiamati “impiegati di concetto”, il personale di amministrazione, gli operatori del customer service, gli addetti alla logistica e agli approvvigionamenti, nonché le miriadi di lavoratori autonomi impegnati nei servizi alle imprese. Praticamente tutto il settore terziario così come si è sviluppato a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, e che ha costituito la dorsale economica dei Paesi industrializzati, sarà spazzato via dalla rivoluzione tecnologica ormai alle porte.

Ora, in uno scenario del genere che senso ha l’articolo della fondazione Bertelsmann? Nel suo testo l’autore sostiene di aver tenuto conto dei cambiamenti tecnologici, ma di averne ridimensionato l’impatto in quanto, sebbene essi distruggeranno posti di lavoro, ne creeranno anche di nuovi. Osservazione ragionevole, se non fosse che, come fa notare il rapporto McKinsey, oggi i posti di lavoro che saranno creati dalla rivoluzione tecnologica non sono quantificabili e nemmeno individuabili. Si possono solo ipotizzare sulla base delle esperienze passate di situazioni analoghe (la prima rivoluzione industriale). Invece i posti di lavoro che andranno perduti sono individuabili e quantificabili con precisione. Inoltre, i nuovi posti di lavoro implicheranno un aggiornamento pressoché totale delle capacità lavorative e questo non potrà avvenire in tempi rapidi. Presumibilmente ci sarà un periodo più o meno lungo di disoccupazione di massa e se una luce ci sarà, essa brillerà alla fine del tunnel, non in mezzo. In un contesto del genere l’arrivo di milioni di immigrati da Paesi extraeuropei non farebbe che aumentare il caos.

Alexander Kubis, uno degli autori dello studio a cui fa riferimento l’articolo, prova a fare chiarezza rispondendo alle critiche piovute sulla pagina Facebook della fondazione. In una intervista con “Sputnik Deutschland”, l’economista puntualizza che i 260.000 migranti annui a cui fa riferimento dovranno essere Fachkräfte, cioè lavoratori specializzati, attrezzati per inserirsi fin da subito nel nuovo contesto tecnologico, e non Flüchtlinge, poco o per nulla alfabetizzati. I dati sui flussi dicono però che i migranti provengono principalmente dall’Africa e dall’Asia, oltre che dal Medio Oriente. Ora, quante probabilità ci sono che un africano adulto con una istruzione approssimativa, approdato in Europa con il barcone, possa diventare fin da subito un big data specialist oppure un sofware expert o un AI programmer? E se non dall’Africa, da quali Paesi extra europei dovrebbero arrivare le Fachkräfte del terzo millennio, che avrebbero il compito di cavalcare la rivoluzione tecnologica a sostegno del benessere economico tedesco? Dall’Afghanistan che ha una percentuale di analfabetismo pari all’Italia preunitaria? Dall’Iraq, flagellato da anni di guerra, dove scuole e università sono un ricordo dei tempi di Saddam Hussein? Dal Pakistan dove il testo scientifico di riferimento è il Corano?

Inutile girarci attorno, i Paesi papabili per l’immigrazione auspicata dall’economista della fondazione Bertelsmann sono quelli occidentali più Giappone, Corea del Sud, Cina, Russia e India. Solo che per avere queste Fachkräfte le aziende tedesche devono rendere attrattivo il trasferimento allargando i cordoni della borsa. Perché oggi un software architect ha prospettive più allettanti in Cina, in India o a Singapore rispetto a quelle che avrebbe in Germania o in un altro Paese europeo. L’unica nazione occidentale che esporta laureati di alto livello tecnico a basso costo è l’Italia, che evidentemente è così tecnologicamente avanzata, così sviluppata, così economicamente florida e in crescita da non avere bisogno di personale specializzato.

© il Deutsch-Italia

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Quindi si torna al punto di partenza. Perché la fondazione Bertelsmann insiste sulla migrazione di massa in Germania e, di riflesso, in Europa? Una risposta arriva appena si cambiano i termini della ricerca. Vale a dire non più Fachkräfte, personale altamente specializzato, ma semplici Arbeitskräfte, forza lavoro e basta. Qui infatti la rivoluzione tecnologica lascia margini di manovra, anzi, li apre. Forse nei tempi che ci attendono non ci sarà più bisogno di impiegati di concetto, ma sicuramente di personale assegnato alla cura degli anziani sì, visto il tasso di invecchiamento della popolazione, o di addetti alle faccende domestiche, dal momento che i padroni di casa, le Fachkräfte, saranno impegnati 24/7 a difendere il benessere della nazione. Un’idea di quello che ci aspetta si può avere già oggi: secondo uno studio dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) il 40 per cento dei lavori di bassa qualifica in Germania, Austria e Svezia è svolto da migranti, tendenza in crescita. In Svizzera la percentuale arriva al 60 per cento. L’arrivo di altri migranti comprimerebbe ancora di più i già bassi salari, e permetterebbe di non introdurre le costose automazioni in settori tutto sommato marginali ai fini della competizione internazionale.

In fondo anche questo è un modo efficace per difendere il benessere di una nazione. Basta saperlo confezionare con una bella narrativa politically correct, e la fondazione Bertelsmann lo sa fare benissimo.

«(…) there will be a new premium on digital skills but at the same time, there will be reduced demand for medium skill workers. This may decrease total labor demand, and while the average income may rise, the distribution may become even more skewed toward people with the right skill sets. The “digital divide” could manifest as a societal divide». McKinsey Global Institute report.

 

Edoardo Laudisi è scrittore e traduttore: qui e qui è possibile acquistare i suoi libri

 

 

Il processo d’integrazione nel mercato del lavoro tedesco

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Edoardo Laudisi classe 1967, laureato in Economia, scrittore e traduttore. Nel 2001 ha pubblicato il romanzo Zenone (Prospektiva Letteraria) nel 2014 l’ebook Superenalotto (self publishing) nel 2015 il romanzo Sniper Alley (Elison Publishing) e nel 2018 il romanzo Le Rovine di Babele (Bibliotheka Edizioni). Appassionato di poesia, nel 2007 ha diretto e prodotto il documentario Poesia Final con interviste ai maggiori poeti contemporanei. Attualmente vive a Berlino.

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