Guerre fatte per presunte “armi di distruzione di massa”, elezioni politiche taroccate in quanto si suppone che siano state influenzate da hacker di nazioni nemiche, personaggi politici fatti comparire a funerali di noti criminali solo attraverso la pubblicazione di una foto fuori contesto, e molte altri esempi ancora fanno tutti parte di quelle che oggi vengono definite come “fake news”, ossia quelle che si sono sempre chiamate “bufale” o “balle” che dir si voglia, in altre parole “falsità”. Una volta sarebbe bastata una querela per sistemare queste cose, oggi le querele si annunciano e poi non si fanno. Sintomo dei tempi?

In una società come la nostra, dove le informazioni sono vero e proprio oro, il problema della falsità o della verità delle notizie stesse assume un carattere prioritario. E questo è senz’altro un bene. Tuttavia il confine tra ciò che è vero e ciò che è falso, spesso, è molto labile, così come è labile quello fra ciò che è una semplice espressione d’opinione e quella che è considerata una pericolosa diffusione di notizie false, oppure tra chi deve detenere il potere di stabilire cosa sia vero e cosa sia falso e chi questa possibilità non la ha.

Abbiamo infatti imparato (se mai ce ne fosse stato bisogno) che le prove di un qualche avvenimento che ha poi causato lutti e tragedie, spesso, sono state per così dire confezionate ad hoc e diffuse su tutti i mezzi di comunicazione come un mantra, finché sono diventate per tutti “la verità”. Salvo poi accorgersi dopo verifiche di poche menti pensanti che così non era.

Ebbene, l’andazzo che si sta prendendo in diversi Paesi del mondo, a partire dagli Stati Uniti con le polemiche legate all’ultima campagna per le presidenziali, per poi passare al vecchio continente, Germania in testa con la legge entrata in vigore il 1° ottobre scorso, la cosiddetta NetzDG (ossia la legge “per il miglioramento del diritto nei social network”), e l’analoga campagna che è stata da più parti politiche in Italia auspicata, ci sembra decisamente quello di un tentativo, neanche troppo velato, di controllare qualunque tipo d’espressione sulla Rete.

Questo in Italia sta avvenendo a partire dalle modifiche che si è tentato (ahinoi riuscendoci) di far passare alla normativa vigente, tramite un disegno di legge in Senato (per così dire “imboscato” nel decreto “mille proroghe”), il n° 2886, poi convertito in legge, dove all’articolo 2  si diceva che “i dati internet e telefonici potranno essere conservati per 6 anni”, di fatto schedando tutti i cittadini, oltre al rischio di furti di dati da parte di terzi male-intenzionati, mentre l’articolo 24 recitava che l’Agcom, ovvero l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, avrà il potere di intervenire sulle comunicazioni elettroniche dei cittadini italiani a tutela del diritto di autore, impedendo, all’occorrenza, l’accesso ai siti “in infrazione”; il che significa spalancare di fatto le porte alla censura sul web con il pretesto di infrazioni marginali, come la pubblicazione di una foto scaricata da un motore di ricerca.

© il Deutsch-Italia

Il NetzDG tedesco avrà piena efficacia dal 1° gennaio del prossimo anno. Tra le altre cose prevede pesanti sanzioni, anche 50milioni di euro di multa, per i social network che non riescano a rimuovere i contenuti considerati offensivi entro le 24 ore. Il rischio da più parti paventato è che per evitare le multe le aziende eccedano nella censura dei propri utenti. Tuttavia la norma non dovrebbe essere applicata a imprese non profit, editoriali e giornalistiche, e piattaforme progettate per consentire la comunicazione individuale (ad esempio le applicazioni di messaggistica), o la diffusione di contenuti specifici (ad esempio siti di incontri). Da questo controllo saranno risparmiate le reti sociali con meno di due milioni di utenti tedeschi registrati. L’onere dell’applicazione della legge, di conseguenza, ricadrà principalmente su quelle più conosciute. Il problema, però, risiede nel fatto che i social network, entro 24 ore dalla ricezione di un reclamo da parte di un utente, devono rimuovere o bloccare l’accesso ai contenuti “manifestamente” illegali. Questi ultimi fanno riferimento a 20 sezioni del Codice Penale tedesco, e includono oltre ai divieti più chiaramente definiti sulla propaganda nazista e la pornografia infantile, crimini più generali: insulti, diffamazione, istigazione all’odio, e la diffusione di immagini violente, così come disposizioni più vaghe come la falsificazione sediziosa e la violazione della quiete pubblica con la minaccia di commettere reati. Chi stabilirà cosa sia reato e cosa no? Da parte del ministero della Giustizia tedesco ci saranno 50 “esperti”, mentre Facebook (principale obiettivo della legge) ha annunciato che dedicherà allo scopo 700 persone nella sua sede di Berlino.

Da noi in un’intervista rilasciata al “Corriere della Sera”, l’amico e consigliere dell’ex premier Matteo Renzi, Marco Carrai ha dichiarato: «Stiamo lavorando con uno scienziato di fama internazionale alla creazione di un “algoritmo verità”, che tramite artificial intelligence riesca a capire se una notizia è falsa. L’altra idea è creare una piattaforma di natural language processing che analizzi le fonti giornalistiche e gli articoli correlandoli e, attraverso un grafico, segnali le anomalie. A mio avviso ciò dovrebbe essere fatto anche a livello istituzionale. Però da solo non basta. È dimostrato che ognuno frequenta sia nella realtà che nei social i propri simili e da essi trova conferme. I social accrescono in modo esponenziale la correlazione tra persone e quindi le false convinzioni. Occorre quindi agire a livello di educazione all’informazione sia nelle scuole che attraverso i quotidiani».

Un’intelligenza artificiale che dovrà decidere cosa possiamo e dobbiamo leggere. È questo il futuro che vogliamo?

.

Una “fake news” che è costata decine di migliaia di morti

Print Friendly, PDF & Email