Modello Pepita © il Deutsch-Italia
Modello Pepita © il Deutsch-Italia
Europa Kaputt Mundi © il Deutsch-Italia

Europa Kaputt Mundi © il Deutsch-Italia

C’era una volta Le rouge et le noir. “Il rosso e il nero”, il romanzo epocale di Stendhal che dipinge uno spaccato della società francese dell’Ottocento a tinte forti, espressione di moti passionali. Richiamandosi alla simbologia dei colori, Stendhal scrive di amore e sangue, morte e tragedia, mette in contrasto il rosso delle divise militari al nero dei talari preteschi. Ma questo era l’Ottocento europeo dei furori di popolo, di insurrezioni domate nel sangue, guerre ed ecatombi. Oggi le guerre sono passate, per fortuna, e la passione del rosso si è affievolita nel pallore delle cronache rosa che sono rimaste tra le poche a strappare sospiri sinceri ai più. Lasciamo perdere poi il nero dei talari, i seminari ne sono pressoché svuotati. C’è però una certa tendenza argomentativa diffusa in tutta l’Europa a narrare le cose politiche in bianco e nero, mezzo espressivo di quella classe dirigente nazionalista che si vanta di parlare in nome del popolo e che vede le cose in maniera schematica e semplicistica: in bianco e nero, appunto.

È il bianco e nero che richiama il tessuto finemente quadrettato modello Pepita o Hahnentritt, come lo chiamano i tedeschi, pied de poule per francesi e italiani, pata de gallo per gli spagnoli, houndstooth per gli inglesi. Con il termine Pepita mi riferisco dunque non alle pepite di oro, alle gemme preziose né tantomeno ai tartufi. Non alludo neanche ai quadretti del tessuto Vichy, dato che grazie a dio quel regime è morto e sepolto, né tantomeno all’icona di stile del sopraffino quadrettato del Principe di Galles, visto che purtroppo siamo ancora all’oscuro circa il futuro del Galles. Ad ogni modo, la differenza di nomenclatura in campo sartoriale riporta alle variazioni nominali in campo politico, senza che però la sostanza cambi. Che siano tedeschi, francesi, olandesi, polacchi, ungheresi o italiani, i populisti europei descrivono la realtà dei fatti politici nazionali o europei in toni semplificativi, appellandosi a una linearità di eventi inesistente nei rapporti umani e nel mondo degli affari internazionali.

Questo nostro mondo è fatto di tanti colori. Tra il bianco e il nero esistono infinitesimali sfumature di grigio. Come possiamo accettare opinioni che vengono propinate come certezze granitiche, quando da sempre l’essere umano ha espresso il dubbi e domande in tutti i campi dello scibile? E proprio quel continuo interrogarci e mettere in discussione che ci ha portati a migliorare, a cambiare e a evolverci. Pertanto non ci si può accontentare di politici che propongono quotidianamente un appianamento nell’analisi dei fatti del mondo, quando la vita è la complessità per antonomasia. Ma nel momento in cui la Le Pen o Melanchon, o gli spagnoli di Podemos, gli olandesi di Geert Wilders, i tedeschi della AfD o gli austriaci della Övp ridimensionano elaborate questioni politiche in slogan dozzinali a effetto immediato, fanno il gioco del bianco e del nero.

Se gli immigrati arrivano per mare sulle nostre coste: chiudiamo i porti. Se il tasso di disoccupazione si alza, è colpa del governo precedente. Se il tasso della criminalità nel Paese aumenta, è colpa degli immigrati. Se tocca alzare le tasse, è colpa dell’Europa. Hai violentato una donna? State tutti tranquilli, gli addormentiamo il pisello. Perdonate la banale semplificazione, è giusto per portare qualche esempio e per mettere in evidenza: per ogni questione da risolvere, invece di affrontarla, c’è un capro espiatorio o uno scarica barile a cui ricorrere. Pare di giocare a una partita a scacchi laddove, però, a muoversi sulla scacchiera siano solo dei meri pedoni bianchi e neri che si spostano goffamente e sempre solo di una casella sulla grande quadratura che si spiega ai loro piedi. Non più torri né alfieri a muoversi con scioltezza, lungimiranza e grandi visioni. Non un piccolo sogno.

Il minimo comune denominatore che unisce tutti gli attuali partiti populisti, di destra o di sinistra che siano, è inevitabilmente uno: una aspra critica all’Europa. Sono d’accordo con voi, mai sin dal momento della sua fondazione, abbiamo messo in discussione l’Europa come al giorno d’oggi. L’euroscetticismo è diffuso e percepibile in tanti, un forte senso di sfiducia nell’ennesimo apparato burocratico che avrebbe dovuto semplificare, ma che tuttavia spesso ingarbuglia ancor di più le già insoddisfacenti macchine statali. Oltre a esprimere critica e malcontento, si dovrebbe ovviare verso proposte costruttive, come per esempio il piano proposto recentemente da Emmanuel Macron, che ha purtroppo riscontrato una accoglienza troppo tiepida.

La vogliamo veramente un’Europa in bianco e nero?

Cionondimeno, l’Europa è la cosa migliore che ci potesse capitare in questi ultimi settant’anni e di cui abbiamo terribilmente bisogno per i prossimi centoquaranta. È un progetto nato dal sogno sognato da filosofi, letterati e statisti, uomini e donne coraggiosi, per vivere in un continente unito, solidale e pacifico che lasci spazio e rispetti le specificità nazionali da una parte e ne incentivi le contaminazioni dall’altra. L’unione delle micro-particelle di speranze e desideri di decine di migliaia di europei oggi, può essere rappresentata da sovranisti che si ritagliano una realtà su misura, striminzita e inadeguata, e che si cuciono addosso vestiti dai monotoni tessuti bicolori?

Il quadrettato bianco e nero modello Pepita, o zampa di gallina, mi riporta alla mente la mia cara e severissima maestra delle elementari che si affannava a trasformare le nostre grafie sgraziate a zampa di gallina in grafemi comprensibili. Paginette su paginette, dedizione e fatica. Lo stesso vale per i bambini francesi e le loro pattes de mouche (zampette di mosca), o per gli inglesi e le loro chicken scrathes. Anche in questo caso, la nomenclatura cambia, ma il pensiero condiviso è lo stesso: per migliorare bisogna applicarsi e lavorare seriamente.

Tornando al rouge et le noir. Oggi il sangue e la morte portate dalle guerre siamo riusciti a cancellarli, grazie anche a questa Europa, e con queste purtroppo anche quello spirito entusiastico e impetuoso che ha caratterizzato tratti del discorso politico europeo. Come sarebbe augurabile che riuscissimo a rispolverare anche solo un pizzico di quella passione viva e vermiglia raccontata da Stendhal, quella energia popolare (e qui con popolare vogliamo intendere noi tutti che abitiamo il suolo europeo) che si è tristemente affievolita.

La domanda cruciale da porci in questo momento di profonda sfiducia nelle istituzioni europee è: la vogliamo veramente una Europa in bianco e nero? In fin dei conti, l’Europa siamo noi ed è solo esercitando il nostro diritto di voto che lo dimostriamo e che possiamo contribuire a dare un pungolo alla volta del cambiamento. Pertanto, non restate a casa, non lasciate spazio alla scontentezza e usate il vostro voto. Perché chi non si reca alle urne a fine maggio, favorirà la formazione di una pallida Europa modello zampa di gallina. A questa, dobbiamo preferirne una con corona di stelle gialle in campo blu.

Quel buon sapore di cibo vegano “falso”

Articolo precedente

Serata informativa inziativa 26 maggio

Articolo successivo

Ti potrebbe piacere anche

Commenti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *