Recep Tayyip Erdogan © Kremlin.ru

La recente offensiva dal nome che ha un che di ironico “operazione ramoscello d’ulivo” scatenata dalle milizie “Sirian Defense Forces” (e non dall’esercito regolare) della Turchia nei confronti di quelle curde della YPG, ossia l’Unità di protezione popolare, nella regione siriana di Afrin, rischia di diventare una fra le tante gatte da pelare dei colloqui per la formazione di un nuovo governo tedesco tra l’Unione e l’Spd, perché tocca il tema delle esportazioni di armi. Sono tedeschi infatti i carri armati del tipo Leopard 2 A4 usati dalle truppe di Erdogan.

La Germania è il quinto esportatore mondiale di armamenti, con una quota del 5,6 per cento. In una dichiarazione congiunta durante i colloqui esplorativi è stato detto che “non sarà approvata nessuna esportazione di armi verso quei Paesi che sono coinvolti nella guerra contro lo Yemen”. Cosa quest’ultima che è senz’altro positiva, tranne per il fatto che all’Arabia Saudita, nazione che principalmente è coinvolta nel conflitto che sta decimando la popolazione yemenita (per lo più nel silenzio della stampa mainstream internazionale), le motovedette le si possono vendere eccome.

Molti sono i quesiti che da più parti si sono levati circa il significato di tali dichiarazioni, soprattutto per capire se tale principio sarà applicato per tutte le tipologie di armi. «E come bisogna comportarsi nei confronti degli alleati europei di cui siamo fornitori?», si chiede Hans-Christoph Atzpodien, a capo della Associazione federale delle industrie tedesche della sicurezza e della difesa.

L’Unione e l’Spd dovranno chiarire quale dovrebbe essere la futura strategia di esportazione delle armi della Germania. Secondo la politica dei Verdi Agnieszka Brugger, lo scorso anno le esportazioni hanno continuato ad essere molto alte. Nel 2017, il governo federale ha rilasciato una licenza di esportazione del valore di 6,24 miliardi di euro. Sebbene il volume sia diminuito di 610 milioni di euro rispetto all’anno precedente, rimane comunque al di sopra della media a lungo termine. Tra il 2001 e il 2013, ogni anno sono stati approvati in media 4,24 miliardi di euro di esportazioni.

Agnieszka Brugger © CC BY-SA 3.0 Wp Stefan Kaminski

Il socialdemocratico Sigmar Gabriel (Spd) nel 2013, quando assunse l’incarico di ministro degli Affari economici, aveva anche annunciato che sarebbe stato più restrittivo nella vendita delle armi. Già nel 2015, tuttavia, le esportazioni erano passate da quattro a quasi otto miliardi di euro, e da allora hanno superato i sei miliardi di euro. Inoltre, i tassi di esportazione nei Paesi non Ue e Nato sono aumentati dal 53,7 per cento al 61 per cento nel 2017, anche se Gabriel voleva tagliarli. Il maggior cliente nel 2017 era l’Algeria. Il Consiglio di Sicurezza Federale ha approvato esportazioni verso il Paese del Maghreb, con un volume di 1,36 miliardi di euro. Al secondo posto l’Egitto con 0,71 miliardi, davanti alla Lituania con 0,49 miliardi di euro. L’Arabia Saudita è al sesto posto con 0,25 miliardi di euro. La Turchia non è tra i primi 15 Paesi consumatori. Nel complesso, le consegne ai Paesi terzi sono leggermente aumentate nel 2017 da 3,67 a 3,79 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. È dal 2012 che è stata prevista la consegna di due fregate e sei elicotteri, il cui valore ammonta, secondo gli esperti del settore a quasi 2,2 miliardi di euro all’Algeria. Quasi un miliardo di euro invece nel solo 2017. All’Egitto è stato consegnato in estate il secondo di 4 sottomarini, per un totale di un miliardo di euro.

L’unica cosa che sembra essere in calo è l’export di armi leggere. Nel 2016, la Germania ha esportato un totale di 46,9 milioni di euro di armi leggere. Solo un terzo del valore del 2013.

Tuttavia politiche troppo restrittive contrasterebbero con l’accordo raggiunto in estate tra Angela Merkel e Emmanuel Macron per affrontare progetti di armamento congiunto, come un nuovo jet da combattimento e un nuovo carro armato. Spirano venti di guerra, tanto per cambiare, nella martoriata Siria. Ma le raffiche arrivano fino a Berlino.

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I panzer tedeschi coinvolti nella battaglia in Siria

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