Il Kurdistan secondo la CIA
Il Kurdistan secondo la CIA
Merkel-Erdogan

Recep Tayyip Erdoğan Angela Merkel © Kremlin.ru il Deutsch-Italia

La Cancelliera tedesca Angela Merkel, in una telefonata avuta qualche giorno fa, con il leader turco, ha chiesto al Presidente Recep Tayyip Erdoğan di fermare l’offensiva nel Nord-est della Siria. Lo riferisce l’agenzia stampa tedesca “Dpa” citando una portavoce governativa. La Cancelliera si è pronunciata per «un’immediata fine dell’operazione militare», ha detto la portavoce. L’agenzia aggiunge che a prescindere dai giustificati interessi della Turchia, l’azione rischia di destabilizzare la regione e rafforzare l’Isis.

Le esportazioni di armi dalla Germania verso la Turchia nei primi otto mesi del 2019 hanno raggiunto il valore di 250,4milioni di euro, la somma più alta dal 2005, anche se tale cifra si riferisce ai dati di fine agosto di quest’anno. Lo scrive la stessa agenzia stampa tedesca, citando dati forniti dal ministero dell’Economia di Berlino su richiesta della Linke. Lo scorso anno le vendite di armi ad Ankara hanno raggiunto i 242,8milioni di euro, un valore complessivo che ha fatto della Turchia il primo importatore di armi tedesche. Il numero di nuovi permessi concessi dal Governo tedesco su esportazioni nel settore della Difesa verso la Turchia è salito quest’anno per la prima volta in tre anni: al 9 ottobre, il Governo aveva dato luce verde al trasferimento di materiale bellico del valore di 28,5milioni di euro, più che nell’intero 2018 (12,9milioni di euro).

Heiko Maas © CC BY-SA 3.0 Sandro Halank WC

Stop alle armi tedesche alla Turchia. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas (SPD) alla “Bild am Sonntag”. Una misura, ha spiegato, che intende colpire l’operazione militare avviata da Ankara.

Russia e Turchia hanno posizioni opposte rispetto al destino dello stato mediorientale con Mosca che appoggia il regime di Bashar al-Assad e la sua unità territoriale; mentre Ankara da otto anni appoggia le milizie ribelli sunnite che avevano tentato di prendere il potere a Damasco, salvo poi dover riparare in alcune enclave a ridosso dei confini.

Potrebbe già bastare per avere una idea del caos che si agita in quel territorio che vide nascere lo Stato Islamico e in cui ancora migliaia di miliziani vivono nelle prigioni curde. Ma nella partita non possono non far parte anche gli Stati Uniti. Perché il territorio del Kurdistan, che si estende dall’Iraq alla Turchia passando appunto per il Nord-est siriano, nasconde sotto la sua superficie semidesertica un vero e proprio tesoro petrolifero.

L’avvertimento di Erdoğan arriva poco dopo un’altra denuncia da parte del governo turco, secondo cui Ue e Nato sarebbero palesemente «dalla parte dei terroristi», criticando l’operazione militare contro i curdi in Siria e abbandonando Ankara nel suo isolamento. «Riuscite a crederci? Tutto l’Occidente si è schierato con i terroristi e ci ha attaccato», ha detto il Presidente turco.

Donald Trump

Nel frattempo, il New York Times ha fatto sapere che il Presidente Trump avrebbe deciso di lasciare 200 dei suoi militari nel Nord-est siriano. L’obiettivo è duplice: da un lato difendere i pozzi petroliferi della regione dalle milizie siriane, dall’altro impedire all’Isis di riprendere forza dopo l’operazione turca. Succede nonostante lo stesso Trump abbia annunciato (solo lo scorso 13 ottobre) il ritiro del proprio esercito dal territorio.

L’aggressione turca sta usando tutte le armi disponibili contro Ras al-Ayn (piccola cittadina nel Nord della Siria). Di fronte all’evidente fallimento del suo piano, Erdoğan sta ricorrendo ad armi che sono vietate a livello globale come il fosforo e il napalm. «Dopo 8 giorni di accanita resistenza contro i pesanti attacchi di terra e aerei della Turchia a Serêkaniyê (Ras al-Ayn), sospettiamo che vengano usate armi non convenzionali contro i combattenti delle Fds in base alle segnalazioni che riceviamo dalla città assediata», questo è quanto scrive su Twitter il portavoce delle Forze democratiche siriane a maggioranza curda Mustafa Bali. «Sollecitiamo le organizzazioni internazionali a inviare le loro squadre per indagare sulle ferite riportate negli attacchi. Le strutture mediche del Nord-est della Siria mancano di squadre di esperti in seguito del ritiro delle Ong a causa degli attacchi dell’invasione turca». L’accusa, formulata nella nota dell’amministrazione autonoma curda, riguarderebbe l’utilizzo di napalm e munizioni al fosforo bianco. Il medico curdo Manal Mohammed, responsabile del Rojava Health Board, all’emittente Rudaw ha detto che «il personale sanitario sta ora indagando per vedere quale tipo di armi siano state usate contro di noi». I medici curdi rilevano che “le ferite che stiamo curando negli ospedali non sono per nulla ferite normali”. Ankara, per voce del ministro della Difesa, Hulusi Akar, nega. «Tutti sanno che l’esercito turco non ha armi chimiche nel suo inventario. Alcune informazioni ci indicano che le milizie curde dello Ypg usano armi chimiche per poi accusare la Turchia».

Una combattente dello YPJ Rojava © CC BY-SA 4.0 Denilaur WC

Una combattente dello YPJ Rojava © CC BY-SA 4.0 Denilaur WC

L’operazione militare turca nel Nord-est della Siria contro i curdi siriani è già finita al centro del dibattito politico di diversi Stati del mondo, oltre che delle principali organizzazioni internazionali come Unione Europea e Nazioni Unite. L’offensiva, almeno a parole, non sta piacendo quasi a nessuno, soprattutto per il rischio che il conflitto venga sfruttato dall’Isis per riorganizzarsi dopo le sconfitte subite negli ultimi anni in Siria. Nei fatti le differenze tra Paesi stanno però impedendo di prendere misure punitive rilevanti contro la Turchia, che molto probabilmente potrà continuare senza grossi ostacoli la sua occupazione del Nord-est siriano.

I Governi interessati a dire la loro sull’offensiva turca sono parecchi: ci sono per esempio quelli che hanno partecipato direttamente alla guerra e che hanno interessi molto forti nel Paese medio-orientale, come Stati Uniti, Russia, Iran e in misura minore Israele; ci sono nazioni europee preoccupate dal terrorismo dell’Isis e che hanno ancora propri cittadini detenuti nelle prigioni curde; e poi ci sono gli Stati del Golfo, che negli ultimi anni hanno finanziato e appoggiato vari gruppi di ribelli siriani e che sono interessati a quello che succede soprattutto per le conseguenze che potrebbe avere sui rapporti di potere nella regione.

Le reazioni italiane ed europee
Conte - Merkel © il Deutsch-Italia

Conte – Merkel © il Deutsch-Italia

«L’Italia in Europa sarà capofila per una decisione forte», ha assicurato il premier italiano Giuseppe Conte (M5S), che promette di voler «adottare tutte le misure, a patto che si decida in modo unitario». Scettico sulla reale efficacia di una moratoria sulla fornitura delle armi, però, è anche il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli (PD), che chiede al Consiglio europeo di adottare “sanzioni concrete”. L’Europa, ha aggiunto il Presidente dell’Europarlamento dovrebbe esercitare «forti pressioni diplomatiche su America e Russia, perché si assumano le responsabilità in un scena in cui loro hanno potere e la possibilità di fermare queste azioni di guerra».

Didier Reynders © CC BY-SA 4.0 Didier Reynders WC

Didier Reynders © CC BY-SA 4.0 Didier Reynders WC

Annullare formalmente i negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea. È la proposta avanzata dal capo della diplomazia austriaca, Alexander Schallenberg, a margine del Consiglio sugli Affari Esteri della UE tenutosi a Lussemburgo. Secondo Sassoli, poi, quella sull’annullamento dei negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea sarebbe «una polemica inutile». «I negoziati con la Turchia – ha sottolineato – non vanno avanti da almeno dieci anni, per cui sono già congelati, non ci sono tavoli in corso». Il ministro belga Didier Reynders (MR) ha chiesto che venga fatto un passo ulteriore rispetto all’embargo sulle armi.

Se un provvedimento di questo tipo non fosse sufficiente, però, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, assicura di essere pronto ad adottare “altre misure” per spingere Erdoğan a fermare la carneficina e l’esodo di centinaia di migliaia di civili. «Fermare l’avanzata turca, ha spiegato il capo della diplomazia di Berlino, è essenziale per prevenire «una destabilizzazione della regione che avrà conseguenze ben oltre quella zona».

Il problema dell’Isis

Tra gli effetti collaterali dell’iniziativa di Ankara c’è anche quello di “rivitalizzare l’Isis”. Nelle prigioni curde, infatti, sono rinchiusi migliaia di mujahiddin europei pronti ad approfittare del caos, come hanno fatto gli 800 jihadisti fuggiti da un campo profughi del Rojava nei giorni scorsi. «La Turchia e i curdi non devono lasciarli scappare», ha ammonito anche il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, invitando gli Stati europei a rimpatriare i propri concittadini prima che sia troppo tardi.

L’Europa, sottolinea il ministro austriaco Alexander Schallenberg, non deve cedere ai “ricatti di Erdoğan”. Il riferimento è alle dichiarazioni del Presidente turco sui migranti, per Vienna, serve un passo ulteriore per fermare l’invasione turca. «È un po’ ironico e assurdo discutere di sanzioni e di misure come l’embargo sulle armi contro un Paese che è formalmente in fase di adesione e che ha in corso dei colloqui con la UE», ha notato il politico austriaco prima di sedersi al tavolo con gli omologhi europei. «L’Austria ritiene che questi colloqui sull’adesione che sono stati congelati negli ultimi due o tre anni grazie al nostro governo – rilancia – dovrebbero ora essere formalmente annullati… Aldilà di questo ci sono altri mezzi di pressione», ha spiegato.

Il ricatto di Erdoğan
Vladimir Putin e Bashar al-Assad © Kremlin.ru

Vladimir Putin e Bashar al-Assad © Kremlin.ru

Il Presidente turco, però, è determinato a raggiungere l’obiettivo della safe zone e, come previsto, tira in ballo anche l’Alleanza Atlantica. «Con chi vi schiererete? Con il vostro alleato della Nato o con i terroristi?», si è domandato Erdoğan incontrando i giornalisti prima di volare a Baku. «I Paesi della Nato – ha incalzato – devono combattere il terrorismo e stare dalla nostra parte». Il “sultano” turco ha il coltello dalla parte del manico.

Se le truppe di Ankara venissero prese di mira dall’esercito del Presidente siriano Bashar al-Assad, infatti, la Turchia potrebbe chiedere l’attivazione dell’articolo 5 del trattato Nato e trascinare gli alleati atlantici nella sua personale guerra. Si tratta di una delle opzioni in campo in questo conflitto lampo dagli esiti imprevedibili. Ad assicurarlo è il ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn (SAP), scettico sull’efficacia dell’interruzione della fornitura di armamenti da parte della UE. «L’embargo delle armi è già stato deciso da Francia, Germania Finlandia, Svezia e Olanda, questo è un bene, ma – ha chiarito – bisogna sapere che Erdoğan in questo momento non prende le armi da quei Paesi».

Perché l’attacco della Turchia
Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan durante i colloqui a Sochi © Kremlin.ru

Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan durante i colloqui a Sochi © Kremlin.ru

Perché Erdoğan attacca i curdi? Come spiegato su “Start magazine”da Federico Donelli, docente universitario ed esperto di storia e relazioni internazionali del Medio Oriente ce ne sono diversi.

Un elemento di pressione interna nei confronti del governo Erdoğan è dato dalla presenza in Turchia di quasi tre milioni e mezzo di rifugiati siriani. La gestione di tale flusso ha consentito al Presidente turco di sfruttare una importante leva di contrattazione nei confronti dell’Unione Europea e al tempo stesso ostentare l’approccio umanitario del Paese, soprattutto agli occhi della comunità musulmana mondiale. Tuttavia, la questione rifugiati ha assunto una maggiore rilevanza di politica interna negli ultimi mesi. Infatti, a determinare il malessere nei confronti dell’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) è stata proprio la gestione dei siriani nei grandi centri urbani e nelle aree di confine, dove da alcuni anni sono emersi molteplici problemi di natura socio-economica che hanno interessato soprattutto le classi turche più deboli, da sempre componente essenziale dell’elettorato di Erdoğan. Il progetto turco di reinsediamento dei rifugiati nelle aree conquistate ai curdi risulta non privo di profonde contraddizioni ed effetti deleteri a medio-lungo termine in rapporto agli equilibri demografici della zona.

Putin-Erdogan 5 © Kremlin.ru

Putin-Erdogan 5 © Kremlin.ru

Dietro alla scelta di avviare una nuova operazione militare in territorio siriano vi sono anche moltissimi interessi economici. In particolare due settori, quello edilizio e quello di difesa, hanno un peso specifico significativo nelle recenti scelte dell’esecutivo. Il primo è un settore fondamentale dell’economia turca nonché del sistema clientelare gestito dall’esecutivo che sta risentendo della crisi degli ultimi mesi e troverebbe in una Siria devastata da quasi dieci anni di guerra nuove opportunità per commesse multimilionarie. Il secondo, invece, si lega alla trasformazione del settore avviata a partire dal 2011 e finalizzata a far assumere alla Turchia un ruolo di rilievo nel mercato in quanto produttore ed esportatore di hardware militare.

E intanto la diplomazia russa si è messa al lavoro e, dopo 7 ore di colloqui a Sochi, in Russia, si è arrivati ad un accordo per un ritiro ordinato delle milizie curde con una tregua di 150 ore. Di fronte ad un’Europa impotente, Vladimir Putin e il suo staff diplomatico sembra che siano i soli che sappiano muoversi in una situazione a dir poco complicata.

Marco Rizzo: «Questo è il Governo del trasformismo politico»

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