Inizo della fine © il Deutsch-Italia
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Europa Kaputt Mundi © il Deutsch-Italia

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Per la nona volta in 40 anni gli europei saranno chiamati ad eleggere i loro deputati al Parlamento europeo. Dal 23 al 26 maggio saranno infatti circa 400milioni i cittadini che potranno esercitare il loro voto per il rinnovamento di questa istituzione comunitaria. Stando alle rilevazioni degli ultimi mesi di molti sondaggi, le forze critiche verso l’UE sarebbero in forte ascesa e, di conseguenza, a farne le spese sarebbero quei partiti che in Europa appartengono al gruppo dei popolari e dei socialisti, che dovrebbero perdere rispettivamente una quarantina di deputati ciascuno. Dal canto loro, i partiti eurocritici ed euroscettici o “sovranisti”, a quanto dicono le rilevazioni delle ultime settimane, potrebbero addirittura raggiungere un terzo dei seggi del Parlamento. Questi elementi hanno portato alcuni commentatori e diversi politici europei a mettere in guardia le forze europeiste e, in qualche caso, a paventare l’inizio della fine dell’Unione. Punto, quest’ultimo, sul quale occorre fare un paio di considerazioni.

Il tema delle migrazioni e delle loro ripercussioni, elemento che per molti aspetti unisce le forze eurocritiche e sovraniste, può essere visto in questo contesto come base di partenza per capire la loro probabile avanzata in termini di consensi su scala continentale.

Immigrazione. È questa infatti una delle parole chiave che contraddistinguerà gli ultimi giorni di campagna elettorale, ma soprattutto inciderà particolarmente sulle intenzioni di voto. Se nel 2014 erano stati i temi economici a preoccupare maggiormente gli europei e a condizionare il loro voto, da qualche anno a questa parte è il tema delle migrazioni a caratterizzare il dibattito europeo e a preoccupare l’opinione pubblica. Infatti, secondo l’Eurobarometro Standard – serie di sondaggi transnazionali concepita per raffrontare le varie opinioni all’interno degli stati membri dell’Unione Europea – è l’immigrazione a piazzarsi al primo posto nella scala delle priorità dei cittadini europei, preceduta dal terrorismo solo in sette Paesi dell’Unione (Cipro, Croazia, Irlanda, Lituania, Portogallo, Romania e Spagna).

Ed è qui che nasce il paradosso. È un dato di fatto che negli ultimi anni i flussi migratori verso il vecchio continente sono di gran lunga diminuiti. Come attesta l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) gli arrivi che nel 2015 superavano il milione di migranti si sono ridotti a 390mila nel 2016, 186mila nel 2017, per poi attestarsi a 144mila nel 2018. Tuttavia, mentre tale numero si riduceva, la percezione come tema emergenziale continuava a salire. I motivi alla base di questo paradosso sono diversi.

In primo luogo, una scarsa conoscenza del fenomeno da parte dei cittadini europei: basti pensare che, secondo uno studio dell’Istituto Cattaneo, nell’intero continente all’incirca un terzo dei rispondenti (31,5 per cento) non è in grado di fornire una risposta sulla percentuale di immigrati che vivono nei loro rispettivi Paesi. Nel caso di Bulgaria, Portogallo e Malta la percentuale di chi non sa rispondere raggiunge picchi addirittura superiori al 55 per cento. Un altro dato emerso dalla stessa analisi, e che si rifà ad un’errata percezione, evidenzia come i cittadini europei sovrastimino nettamente la percentuale di immigrati presenti nei loro Paesi: nel 2017, di fronte al 7,2 per cento di immigrati non-UE presenti “realmente” negli Stati europei, gli intervistati ne stimano il 16,7 per cento. In Italia, il campione interpellato crede che gli extracomunitari residenti in Italia siano pari al 25 per cento, mentre la quota reale è di circa il 7 per cento, il che vuole dire uno scarto di 18 punti percentuali tra percezione e realtà.

In virtù dei sondaggi sembrerebbe improbabile una “Grande Coalizione” in chiave europea

In secondo luogo, una comunicazione non sempre efficiente da parte delle istituzioni europee e di alcuni governi, così come la diffusione di informazioni imprecise, sommarie o distorte di alcuni media (compresi i social) che hanno avuto nel tempo la capacità di condizionare in modo rilevante l’opinione pubblica. Inoltre, è evidente come l’incapacità di trovare una risposta comune, europea, a tale fenomeno da parte dei paesi membri dell’Unione non abbia di certo aiutato i cittadini del vecchio continente a sentirsi meno insicuri.

Quarto elemento, il più importante, la retorica di alcune forze politiche che, riunite sotto la bandiera del sovranismo e del populismo, sfruttano quella paura e quell’insicurezza palesate in modo evidente dai cittadini europei, cavalcano la mancanza di soluzioni comuni e approfittano di quelle percezioni errate ricordate in precedenza. La parola “invasione” nei confronti dei migranti non a caso è stata utilizzata spesso e volentieri da leader politici come Matteo Salvini o Marine Le Pen per esaltare da un lato la gravità e la nota emergenziale del fenomeno e, dall’altro, per favorire un forte senso di insicurezza.

Oltre agli slogan promossi nelle politiche di sicurezza e di economia, la forza elettorale del tema immigrazione e l’ampia offerta di soluzioni, per molti versi semplicistiche, come la politica “dei porti chiusi” o della costruzione di muri da parte dei partiti sovranisti sembrano garantire a questi ultimi una strada spianata da qui al 26 maggio. Corsa, questa, resa ancora più in discesa dalle difficoltà in cui i partiti tradizionali si stanno trovando nello spiegare agli elettori concetti complicati e giustificare alcune scelte fatte negli scorsi anni. Prendendo infatti come esempio l’analisi di Politico.eu che monitora quotidianamente ed in modo trasversale l’andamento delle proiezioni sulla composizione del prossimo Parlamento europeo, i cui seggi dovrebbero rimanere 751 in seguito al rinvio della Brexit, si nota come la galassia variegata delle forze populiste ed euroscettiche raggiunga (dato al 28 di aprile) i 256 seggi. Secondo un recente rapporto dell’istituto di ricerca ECFR (European Council on Foreign Relations) saranno l’ENF (Europa delle Nazioni e delle Libertà), l’ECR (Conservatori e Riformisti Europei), l’EFDD (Europa delle Libertà e della Democrazia Diretta), partiti non sempre allineati alla propria famiglia europea come Fidesz di Viktor Orban, nuovi partiti come lo spagnolo VOX e partiti antisistema a infoltire la parte dell’emiciclo critica e scettica nei confronti dell’Unione. Sono questi i rappresentanti “anti-europei”, definiti dagli stessi ricercatori dello studio Susi Dennison e Pawel Zerka come quei partiti o movimenti che vanno dall’estrema sinistra ai movimenti populisti e nazionalisti, che potrebbero mettere a repentaglio la tenuta dell’Unione Europea.

Questi numeri e queste preoccupazioni non sono ovviamente da sottovalutare, ed è doveroso tenere presente che, comunque andranno le cose, il 27 maggio il continente avrà un Parlamento decisamente più eurocritico ed euroscettico rispetto a quello votato nel 2014. Le forze europeiste, indipendentemente dalla maggioranza che si verrà a formare – in virtù dei sondaggi sembrerebbe improbabile una “Grande Coalizione” in chiave europea – dovranno fare i conti con le forze euroscettiche. Per ritornare ad essere più convincenti dovranno trovare il modo di cooperare in modo più efficace, efficiente e dare risposte concrete alle sfide presenti e future. Non sarà facile.

Tuttavia, in base a quello che si è scritto, occorre mettere in evidenza qui tre considerazioni. In primo luogo, non sarà facile neanche per quelle forze cosiddette “anti-europee” essere unite e fare un blocco unico. Risulta infatti sviante etichettare le forze antisistema, euroscettiche ed eurocritiche sotto un unico cappello: all’interno di questo gruppo sono diverse le sfumature e varie le sensibilità che difficilmente si tramuteranno in proposte politiche comuni. Basti pensare proprio al tema delle migrazioni: se in molti condividono la politica degli “zero sbarchi”, vi sono alcuni partiti che si battono per il ricollocamento dei migranti su scala europea, e altri che difendono a spada tratta la loro indisponibilità ad accettarne anche uno solo. Come secondo punto, non bisogna dimenticare che non tutte le forze critiche nei confronti dell’Unione vogliono abbandonarla. Una volta rilevate le difficoltà relative all’uscita da parte della Gran Bretagna dalla UE e con un’opinione pubblica degli Stati membri gradualmente più favorevole all’adesione del proprio Paese all’Unione, molti di quei partiti hanno abbandonato l’idea di lasciare la UE, focalizzandosi maggiormente sul volerla cambiare radicalmente dall’interno e sul voler riconquistare parte della sovranità nazionale ceduta a Bruxelles. Da ultimo, questa presenza numerosa di forze non europeiste potrebbe far compattare le fila ai partiti tradizionali e spingerli a promuovere e soprattutto a portare a termine riforme europee da troppo tempo rimandate come ad esempio la riforma dell’Eurozona o quella del regolamento di Dublino.

Anche per queste ragioni risulta quindi difficile immaginare al momento l’inizio della fine dell’Unione. Sarà, forse, la fine del business as usual, tanto evocata da Jean-Claude Juncker. Il progetto europeo, però, dovrebbe continuare.

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Nato ad Asti, è dottorando in Scienze Politiche presso l'Università Europea di Flensburg. Da diversi anni vive in Germania e lavora tra Berlino e Roma. Si interessa di questioni europee e del dialogo tra Italia e Germania.

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