Bomba atomica per la Germania? © il Deutsch-Italia
Bomba atomica per la Germania? © il Deutsch-Italia

Negli ultimi giorni la Germania ha preso parte assieme ad altri Paesi occidentali, compreso il nostro, alle esercitazioni militari NATO in Norvegia sotto l’ambito della missione Trident Juncture. Scopo ufficiale delle simulazioni di guerra, le più grandi in Europa Occidentale dalla fine della Guerra Fredda, è testare le capacità di reazione di fronte ad un’eventuale aggressione da parte della Russia. Ma se una guerra sul terreno si verificasse veramente, quale sarebbero le misure estreme cui la Germania (e non solo) dovrebbe ricorrere?

Forse un principio di risposta a questa fatidica domanda è possibile ricercarla in un articolo apparso sabato 29 luglio. Infatti in quel giorno era uscito l’immancabile inserto settimanale del prestigioso quotidiano Die Welt” che aveva aperto con il seguente emblematico titolo: “Brauchen wir die Bombe?” (Abbiamo bisogno della bomba?) A rispondere in maniera positiva al quesito è stato il politologo tedesco Christian Hacke. L’accademico, ora in pensione, era stato per anni collaboratore della “fondazione Adenauer”, politicamente vicina alla CDU, mentre prima aveva lavorato come professore ordinario di Scienze politiche e Sociologia presso l’Università di Bonn. Tra i suoi vari titoli si può inoltre annoverare la presenza come visiting scholar in diverse Università americane.

Christian Hacke © Superbass CC-BY-SA-4.0 Wikimedia Commons

Christian Hacke © Superbass CC-BY-SA-4.0 Wikimedia Commons

L’articolo è consultabile online dal sito di geopolitica Cicero, mentre dal sito Welt.de è possibile leggerlo solo se abbonati. Il testo inizia con un mero elenco delle politiche adottate da Trump dal momento della sua elezione a Presidente: secondo l’accademico, da una parte il Presidente statunitense non ha disdegnato l’approccio diplomatico con dittatori come il nordcoreano Kim e l’immancabile Putin, mentre dall’altra non ha mai smesso di considerare l’Unione Europea e la Germania come pericolosi concorrenti economici. Il dettaglio interessante è che nell’introduzione Hacke non nomina mai gli USA come entità geopolitica, facendo quasi credere al lettore medio tedesco che il problema non siano gli Stati Uniti di per sé, bensì le azioni e le idee di un solo uomo al comando, Trump appunto. Nella seconda parte, che interessa direttamente la Germania, il cambio di passo è perfino tragico. Emerge chiaramente l’immagine di una Germania (nuovamente) assediata ed isolata.

Riportando testualmente le sue parole si scopre come «questa rottura culturale all’interno della società americana sia particolarmente dura per i suoi alleati, specialmente la Germania. Se la Repubblica Federale è stato l’alleato europeo preferito dagli USA per oltre settant’anni, oggi ha uno status speciale: è considerata il nemico numero uno di Trump». Da questa rottura, considerata irreversibile, dei rapporti tedesco-americani ne deriverebbe per l’autore la totale esposizione della Germania nei confronti di una minaccia nucleare. Se infatti, questo il suo ragionamento, l’America di Trump ha deciso di voltarle le spalle, ciò comporterebbe una sua totale mancanza di copertura militare e, soprattutto, nucleare. Da qui l’esigenza di dotarsi dell’atomica, sia per difendere il proprio status di potenza geopolitica, sia per rimediare al disimpegno americano. Un altro punto a favore del programma nucleare sarebbe la sua funzione di deterrenza nei confronti di potenze straniere ostili in caso di gravi crisi diplomatiche; Hacke cita a tal proposito l’annessione della Crimea da parte dell’onnipresente Russia che, a suo modo di vedere, non si sarebbe mai potuta verificare qualora la Germania avesse detenuto degli ordigni nucleari ed avesse minacciato Putin di usarli (sic) in caso di escalation della crisi.

Secondo l’accademico, qualora la politica tedesca applicasse alla lettera le sue indicazioni, lo svantaggio militare si potrebbe ridurre in pochi anni. A parte i problemi logistici legati al reperimento del materiale atomico necessario alla costruzione delle bombe, risulterebbe quantomeno improbabile che la Francia ed il Regno Unito possano accettare di perdere la propria supremazia militare in Europa, derivante proprio dal loro status di potenze nucleari.

Il dibattito è comunque aperto: la versione tedesca dell’Huffington Post si è dimostrata del tutto contraria all’ipotesi di un armamentario nucleare, citando con terrore la possibilità che ad usufruirne sia un governo di estrema destra composto dall’AfD. Inoltre si fa balenare la possibilità, non del tutto remota evidentemente, che altri Paesi europei “autoritari” come la Polonia e l’Ungheria possano seguire il passo tedesco, determinando così le condizioni per un’escalation imprevedibile. D’altronde il titolo già di per sé dovrebbe parlare chiaro: “Se la Germania costruisce la propria bomba, l’intera Europa è in fiamme”. Anche il Tagesspiegel” non è entusiasta della scelta nucleare, sia per la corsa agli armamenti mondiale tra Est ed Ovest già in corso, sia per la progettazione americana di alianti supersonici con testate nucleari incorporate, che sarebbero così veloci da rendere impossibili delle contromisure efficaci. Se a questo contesto aggiungiamo la recente dichiarazione pubblica di Trump di voler uscire dagli accordi START del 1987 tra Reagan e Gorbaciov sulla non proliferazione nucleare e l’altrettanto contemporaneo sviluppo in Russia di missili atomici supersonici, trasportabili anche tramite sommergibili, allora forse sarebbe più saggio raffreddare il clima piuttosto che surriscaldarlo.

Lo stesso Hacke deve prendere atto che i tempi non sono ancora maturi per una german nuke: «Sfortunatamente, per ragioni di correttezza politica e a causa della mancanza di coraggio civile oltre ad inadeguate considerazioni strategiche militari, la questione è stata completamente rimossa in Germania fino ad ora. In relazione a questa domanda ci si comporta come le tre scimmie: non dire, non sentire, non vedere. Ma la Germania deve affrontare il problema e discuterlo pubblicamente senza riserve e paraocchi. L’umore pacifista di base gioca un ruolo decisivo. Ma non sarebbe intelligente se le controverse questioni di sicurezza fossero fin dall’inizio diffamate come militariste.” Il dado, per ora solo mediatico, è stato tratto, e vedremo se il peggioramento delle relazioni internazionali nei prossimi anni “costringerà” la Germania al grande passo.

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Una scena del film di Kubrick, per sorridere un po’

© Youtube BlSabbatH2

Matteo Corallo
classe 1987, laureato in Giurisprudenza a Trieste, sua città natale, blogger. Dal dicembre 2013 vive in pianta stabile a Berlino, dove si diletta a scrivere di Germania e dintorni tentando di verificare se è vero quanto si dice sul mito tedesco della “locomotiva d’Europa”. Dal febbraio 2018 collabora con il Deutsch – Italia, per il quale scrive di politica, attualità ed anche piccole curiosità berlinesi, a suo modesto parere non analizzate a sufficienza dai media cosiddetti mainstream. Per contatti: m.corallo@ildeutschitalia.com.

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