Deutsche Bank © il Deutsch-Italia
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Non passa giorno che sulla stampa nazionale e su quella internazionale non si parli delle disastrose condizioni delle banche italiane. Purtroppo una realtà innegabile. Tuttavia poco si parla della situazione economica di quella di altri istituti, quelli tedeschi inclusi. Chiunque pensi alla stabilità finanziaria della Germania ha in mente un marchio famoso in tutto il mondo: quello della Deutsche Bank, fondata nel lontano 1870. Tuttavia quest’immagine di solidità di quello che secondo gli analisti finanziari è il quindicesimo istituto bancario più importante al mondo, sembrerebbe proprio che non corrisponda alla verità dei fatti. Infatti, nonostante il fatto che la sua crisi duri da più di un decennio, e che la più grande banca presente in Germania sia a rischio bancarotta, non viene di solito messo in evidenza né dalla stampa nostrana (eccezion fatta per qualche avveduto economista come Alberto Bagnai, che già nel 2013 sul suo blog lo sottolineava), né da quella della Repubblica federale. Eppure questo dato non è affatto nascosto. Basta digitare su Google il nome dell’Istituto finanziario assieme alla parolina magica “Aktien” (che in tedesco significa azioni), e tutte le informazioni appaiono per incanto. Negli ultimi 5 anni la Deutsche Bank ha perso il 75 per cento, detto altrimenti i tre quarti, del valore delle sue azioni, facendole vincere il poco ambito premio di maggior perdente sul mercato azionario tedesco. Nel solo ultimo anno ha lasciato sul mercato azionario qualcosa come il 52 per cento del proprio valore.

© Zero Hedge

© Zero Hedge

Appena lasciatoci alle spalle il decennale del fallimento della banca americana Lehman Brothers, che ha dato il via alla crisi economica mondiale, sembra che nel mondo della finanza pochi abbiano imparato la lezione. Già nell’aprile 2016 un articolo del blog americano di finanza ed economia ZeroHedge, dall’emblematico titolo “Deutsche Bank is probably insolvent”, diede conto dell’opinione del professore Kevin Dowd. Alla domanda se il prestigioso istituto tedesco con ramificazioni mondiali fosse tecnicamente insolvente, l’esperto ammise di non essere in grado di fornire una risposta certa per il disarmante fatto che già all’epoca non si poteva calcolare la quantità precisa di derivati presenti al suo interno. Stime generali, riportate dallo stesso ZeroHedge, avevano calcolato in maniera del tutto approssimativa che l’esposizione per derivati della Deutsche Bank fosse di almeno 42migliaia di miliardi di euro. Inutile e stucchevole aggiungere che “migliaia” non è affatto un errore di battitura. Si tenga solo conto che il Pil annuo della Germania è stimato intorno alle 3.200migliaia di miliardi di dollari (dati del 2017).

Christian Sewing © Youtube Bloomberg Markets and Finance

Christian Sewing © Youtube Bloomberg Markets and Finance

Nel frattempo, nell’aprile scorso si è insediato il nuovo capo alla DB, il tedesco Christian Sewing. Tuttavia gli scandali e il crollo delle azioni non sono finiti, anzi. Accuse di aver manipolato i tassi di interesse, operazioni offshore, riciclaggio di denaro, perfino l’infamante sospetto di essere invischiata negli sporchi affari di evasione di somme colossali all’interno dell’inchiesta internazionale sui Panama Papers. Questi sono solo alcuni dei processi, per i quali i vertici della Deutsche Bank hanno dovuto sborsare miliardi di euro in multe. Un pezzo uscito recentemente sull’Epoch Times a firma di Hubert von Brunn dal duro titolo “Deutsche Bank come sinonimo del declino tedesco”, fa risalire l’attuale stato miserrimo delle finanze del colosso bancario all’insediamento, avvenuto nel 2002, dell’allora nuovo presidente esecutivo, lo svizzero Josef Ackermann. Secondo l’opinione dell’editorialista, nei suoi 10 anni di mandato egli avrebbe trasformato questo faro dell’economia tedesca in un cumulo di macerie. Origine dei futuri disastri, non ancora risolti ai giorni nostri, del “grande malato d’Europa” ci sarebbe stata anche la decisione presa da Ackermann di fissare l’ambizioso obiettivo di raggiungere un rendimento sul capitale pari al 25 per cento. Al tempo stesso il banchiere svizzero, pagato 13milioni di euro l’anno per i suoi servigi, aveva annunciato la riduzione di 6.400 posti di lavoro, scatenando un grido d’indignazione attraverso il Paese. E tutto ciò accadeva proprio il giorno dopo che il numero dei disoccupati in Germania per la prima volta aveva superato (all’epoca) le cinque milioni di unità. Nel frattempo altri presidenti si sono succeduti alla guida della Deutsche Bank, ma la situazione finanziaria non ha fatto che peggiorare. Qualora il nuovo vertice societario, capitanato dal tedesco Sewing, non riesca ad invertire la rotta, l’ipotesi del fallimento si fa ogni giorno più probabile.

Grafici finanziari

Grafici finanziari

Al rischio di veder chiudere bottega un simbolo dell’economia della “locomotiva d’Europa”, la locale classe politica non rimane certo a guardare. Il quotidiano finanziario Handelsblatt, sorta di corrispettivo tedesco del nostro Sole24ore, ha descritto l’eventualità prospettata dal ministro delle Finanze, il socialdemocratico Olaf Scholz, di fondere la DB assieme ad un altro colosso bancario (il quarto del Paese) in crisi profonda da anni, ovvero la Commerzbank. Anche le azioni di quest’ultima banca hanno dimezzato il proprio valore negli ultimi dodici mesi, esattamente del 54 per cento. Se dunque la Deutsche Bank piange, nemmeno la “sorella” Commerz ride, anche tenendo conto che dal settembre dell’anno scorso quest’ultima è uscita dall’indice primario DAX, in pratica la “Piazza Affari” tedesca che racchiude al suo interno le banche e le società maggiormente quotate in borsa. Da diversi mesi la quarta banca di Germania è stata retrocessa nella cosiddetta seconda lega bancaria, una specie di “serie B” per intenderci meglio, dal nome Mdax. La scelta è stata dovuta ad azzardate manovre finanziarie prese in passato dal suo management, oltre al vistoso calo delle azioni menzionato sopra.

© il Deutsch-Italia

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Contro l’ipotesi della fusione e relativa creazione di un nuovo colosso bancario tedesco, una specie di Moloch pieno di derivati, ma a questo punto too big to fail, vi sono ulteriori punti critici: innanzitutto i costi, che secondo le analisi della società finanziaria Barclays ammonterebbero al 150 per cento dei risparmi annuali previsti. Inoltre un affare così grande rischia di paralizzare la nuova organizzazione per gli anni a venire, in un momento in cui l’intero settore bancario tedesco (ma non solo) viene letteralmente trasformato dalla digitalizzazione. Ci sarebbero di sicuro perdite di posti di lavoro a diversi zero; basti considerare che 25.000 posizioni erano già andate perse solo quando nel 2009 la Commerzbank rilevò la Dresdner Bank, all’epoca terza banca del Paese. Nella prospettiva di una maxi fusione tra la prima e la quarta banca di Germania, per giunta entrambe in crisi profonda da anni, complice anche il taglio degli sportelli dovuto alla digitalizzazione, il bilancio finale in termini di licenziamenti potrebbe essere di ben altra sorta.

Deutsche Bank © il Deutsch-Italia

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Oltre alla dubbia opportunità di unire due banche con rossi in bilancio da anni, con la prospettiva di peggiorare la situazione in caso di ulteriori perdite future invece di semplificarla, sussiste inoltre un problema squisitamente politico, che a sua volta si intreccia con le intricate relazioni tra i Paesi che compongono l’Unione Europea. Infatti ancora oggi, attraverso la direttiva europea BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive) in vigore in Italia dal primo gennaio 2016, si prevede che in caso di gravi difficoltà finanziarie di una banca siano gli azionisti, gli obbligazionisti e i grandi correntisti (con almeno 100mila euro di depositi) della banca stessa a contribuire al salvataggio della medesima con i propri soldi. È il cosiddetto “bail-in” (infaustamente famoso da noi a partire dal governo Monti in poi), il quale viene di solito contrapposto al “bail-out”, che prevede invece un intervento diretto da parte dello Stato nel piano di salvataggio delle banche a rischio bancarotta attraverso i soldi di tutti i contribuenti. Nel caso tedesco di fusione tra i due maggiori istituti bancari, lo Stato potrebbe però svolgere un ruolo di primo piano alla riuscita della rischiosa operazione, visto e considerato che ancora oggi col 15 per cento delle quote è il maggior azionista della Commerzbank. Forse questa implicita presenza statale, sotterranea, ma del tutto decisiva per il buon esito dell’operazione, potrebbe spiegare l’amnesia dei diversi media tedeschi a proposito dell’odierna crisi senza fine della Deutsche Bank, che potrebbe appunto essere salvata solo attraverso l’extrema ratio della fusione pilotata dal ministero delle Finanze.

Comunque sia è un vero peccato che la crisi della banca simbolo del nuovo “miracolo economico tedesco” non susciti neanche l’attenzione da parte dei giornalisti nostrani, che invece non perdono tempo ad analizzare i vari scandali nazionali. Stiamo sempre parlando di quella medesima Deutsche Bank che secondo un’inchiesta della procura pugliese di Trani, ricordata dalla rubrica Gli occhi della guerra del Giornale online, fra dicembre 2010 e luglio 2011 avrebbe attuato una speculazione in grande stile, liberandosi dell’88 per cento dei titoli pubblici italiani, salvo ricomprarne una parte dopo, quando il loro valore era sceso, ed è per questo indagata per manipolazione del mercato. Quel che è certo è che il 2019 si annuncia un anno a dir poco complesso per il governo Merkel, alle prese con diverse grane. Prima tra tutte il salvataggio della sua big bank, il cui precario stato di salute tremar il mondo fa.

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Deutsche Bank, i Panama Papers

© Youtube Die Welt

Matteo Corallo
classe 1987, laureato in Giurisprudenza a Trieste, sua città natale, blogger. Dal dicembre 2013 vive in pianta stabile a Berlino, dove si diletta a scrivere di Germania e dintorni tentando di verificare se è vero quanto si dice sul mito tedesco della “locomotiva d’Europa”. Dal febbraio 2018 collabora con il Deutsch – Italia, per il quale scrive di politica, attualità ed anche piccole curiosità berlinesi, a suo modesto parere non analizzate a sufficienza dai media cosiddetti mainstream. Per contatti: m.corallo@ildeutschitalia.com.

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