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Franz-Josef-Strauß-©-Bundesarkiv-B-145-Bild-F023363-0016-Gathmann-Jens-©-CC-BY-SA-3.0

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Correva l’anno 1962 e il luogo era la Repubblica Federale Tedesca. L’allora ministro della Difesa, Franz Josef Strauß (CSU) fece arrestare alcuni giornalisti del settimanale “Der Spiegel”, fra cui il fondatore e direttore Rudolf Augstein e il giornalista Conrad Ahlers, autore dell’articolo Bedingt abwehrbereit (In stato di difesa condizionale). L’accusa era una di quelle gravi: alto tradimento. Il motivo supposto era la pubblicazione di informazioni riguardanti gravi carenze all’interno della capacità militare tedesca in caso di un attacco delle truppe dell’allora “Patto di Varsavia”. Scoppiò uno scandalo in seguito a questo episodio, il cosiddetto “Spiegel-Affäre”, e in seguito movimenti di protesta che si levarono in tutto il Paese e che portarono ad un danno irreparabile di reputazione per Strauß e alla successiva fine della carriera politica dell’allora Cancelliere Konrad Adenauer (CDU). In seguito a tale episodio la Corte Costituzionale Federale tedesca emise un’innovativa sentenza nell’agosto 1966 che stabilì le basi della libertà di stampa per i decenni a venire in Germania.

Horst Seehofer

Horst Seehofer © Kremlin.ru

Facendo un balzo in avanti di 53 anni, ora tale libertà sembrerebbe rimessa in dubbio nell’odierna Repubblica federale riunificata. Infatti, secondo quanto riportato dal quotidiano “Süddeutsche Zeitung”, l’attuale ministro degli Interni, Horst Seehofer (sempre CSU) vorrebbe consentire ai servizi segreti interni, ossia all’Ufficio federale per la Protezione della Costituzione, il Verfassungsschutz (BfV), di indagare in modo digitale sui giornalisti e sul loro operato. Questo anche senza l’approvazione preventiva di un giudice che giustifichi eventuali indagini. Il tutto sarebbe stato denunciato dall’organizzazione “Reporter senza frontiere”, che cita il progetto per una “Legge per l’armonizzazione della legge sulla Protezione della Costituzione” (Gesetz zur Harmonisierung des Verfassungsschutzrechts) voluto da Seehofer, su cui peraltro il ministro della Giustizia Katarina Barley (SPD) ha recentemente sollevato obiezioni su diversi altri punti.

© il Deutsch-Italia

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Cosa accadrebbe se un giornalista stesse facendo un’indagine “scottante” su qualche politico o su un organo dello Stato considerato “sensibile” dall’intelligence? E come potrebbero essere protetti eventuali informatori se computer e smartphone possono essere violati a piacimento senza un ordine di un giudice? Chi stabilirebbe la “necessità” dell’atto di violazione? Il codice di procedura penale tedesco prevede per alcune categorie professionali il diritto a non testimoniare, ossia a sacerdoti, avvocati, medici, parlamentari e giornalisti. Con questa modifica questi ultimi ne sarebbero esclusi. «Ciò rappresenterebbe la caduta di uno dei pilastri della libertà di stampa in Germania, ossia il segreto editoriale». Così si è espresso il direttore di “Reporter senza frontiere” Christian Mihr, e gli ha fatto eco il deputato Thomas Jarzombek (CDU): «Se ci sono tali piani, sono in contraddizione con l’agenda digitale e la recente posizione di politica del Governo federale», mentre il deputato della SPD Jens Zimmermann ha descritto le proposte, in una dichiarazione rilasciata al quotidiano economico “Handelsblatt”, come “decisamente avventurose”

Alle critiche ha risposto un portavoce del ministero degli Interni: «Una limitazione della tutela giuridica esistente del segreto professionale, in particolare inerente i giornalisti, non è in programma né prevista nel progetto».

Infine a rafforzare il concetto ci ha pensato lo stesso titolare del dicastero Seehofer con un tweet: «Noi combattiamo i terroristi e gli estremisti, non i giornalisti».

Il problema, come dicevamo, è stabilire chi sia considerato un estremista.

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