© il Deutsch-Italia
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Noi fummo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.

Il Canto degli italiani

Il Canto degli italiani

Questa strofa dell’Inno di Mameli, pressoché sconosciuta alla stragrande maggioranza degli italiani, racchiude come meglio non potrebbe l’essenza della nostra nazione, passata presente e futura. Quando la scrisse, il giovane massone Mameli pensò a sette secoli di lotta di quella singolare espressione geografica, per usare un’efficace espressione del diplomatico austriaco Metternich, contro il dominio straniero. Truppe spagnole, francesi, arabe, inglesi (soprattutto in Sicilia), austriache, per non parlare dei lanzichenecchi tedeschi luterani che nel 1527 misero a ferro e fuoco Roma, uccidendo e violentando persino le suore; in pratica tutte le nazioni circostanti ci avevano invaso, mettendo al comando delle nostre città peones e signorotti locali intenti a dividere e comandare, secondo l’eterna logica del potere. Pochi però, così come ignorano totalmente questa strofa epifanica del “Canto degli Italiani”, ignorano con altrettanta noncuranza come per secoli l’occupazione dello Stivale fosse stata possibile anche grazie al collaborazionismo fattivo di potentati locali (pensiamo per esempio ai Visconti di Milano), che di volta in volta si schieravano dalla parte dei francesi o degli spagnoli, o di altre potenze continentali, per mera brama di potere e per distruggere la fazione avversa. Pensiamo poi per esempio all’eterna lotta tra guelfi e ghibellini o ai campanilismi provinciali mai veramente sopiti.

Gino Cervi - Peppone

Gino Cervi – Peppone

Ora logicamente i tempi per il nostro Paese sono del tutto cambiati: non siamo più sotto occupazione straniera, anche se dal 1945 sono presenti centinaia di grandi e piccole basi statunitensi e NATO, con relative testate nucleari pronte all’uso. Il secolare, ma non secolarizzato, Stato della Chiesa, che per quasi 2mila anni era stato uno degli ostacoli maggiori alla riunificazione italiana e all’avanzamento di quelli che ora verrebbero definiti diritti civili o umani che dir si voglia, si è dissolto nel 1870, anche se ancora adesso al centro dell’Italia è presente un minuscolo Stato, il più piccolo al mondo, che si ostina a far politica attiva, dando indicazioni a milioni di cattolici italiani su chi votare o non votare ad ogni tornata elettorale. Anche le divisioni croniche tra gli italiani sono scomparse, giusto? Non vi sono più infatti gli antifascisti in assenza di fascismo, i cui nonni con tutta probabilità esultarono alla notizia della sconfitta dei “negri d’Abissinia” e alla relativa proclamazione dell’Impero nel 1936, ma che nei giorni odierni, probabilmente anche a causa della “coscienza borghese infelice” già scoperta da Karl Marx 150 anni fa, si sentono in dovere di marchiare a fuoco con l’infamante nomea di “fasssssista” (per prendere in prestito l’accento emiliano del Peppone di Guareschi) o, peggio ancora, di razzista chiunque osi chiedere anche solo dei controlli formali all’immigrazione clandestina o semplicemente solo perché non la pensa come loro.

Leoni da tastieraNegli ultimi giorni il dibattito pubblico e privato tra milioni di cittadini italiani, residenti o meno nella nota espressione geografica, ha dato il peggio di sé. Su questo speriamo che ogni essere pensante sia d’accordo. Leoni o pecore da tastiera, spesso precari o emigranti coatti dopo 10 anni di austerità made in EU, si sono scontrati sull’arena virtuale a favore o a sfavore del capitano o della capitana. Per chiunque avesse avuto la masochistica idea di avventurarsi sui social, in verità covo di carbonari mancati oltre che asociali, avrà con tutta probabilità notato come a farla da padrone siano stati gli slogan, con relative offese di rito, senza mai un riferimento a fatti o dati statistici. Questo è un vero peccato e questo contributo vuole tentare di fare luce su alcuni eventi oggettivi, da cui speriamo possa partire una discussione da persone mature, e non da Processo di Biscardi.

Carola Rackete © Der Spiegel

Carola Rackete © Der Spiegel

Innanzitutto nelle ultime ore ci sono state a Berlino ed in altre città tedesche diverse manifestazioni a favore dell’ormai famosa capitana Rackete, cui “Der Spiegel” ha dedicato la sua copertina questa settimana, e dei diritti dei migranti. In verità lo slogan precedente con hasthag di rito era “#Free Carola”. In un Paese come l’Italia, dominato dall’illegalità diffusa e dall’atavica legge del più forte, al contrario di quanto avviene nei civili Paesi del Nord Europa, una giudice dell’udienza preliminare (in breve GIP) ha deciso di liberare la capitana coraggiosa dopo nemmeno 96 ore di carcerazione, nonostante le accuse nei suoi riguardi andassero dal favoreggiamento dell’immigrazione clandestina alla resistenza alle Forze armate italiane, ossia contro la famosa vedetta della Guardia di Finanza speronata a tutta forza. Gli organizzatori non si sono persi d’animo, cancellando in poche ore l’oramai vetusto slogan in cui si richiedeva la sua liberazione a favore di una più generale rivendicazione di diritti per tutti i migranti.

Tuttavia sarebbe interessante se i manifestanti di belle speranze, tedeschi e non, facessero anche qualche critica al loro Governo, tedesco appunto, che da anni continua ad espellere decine di migliaia di migranti, cui non è stato riconosciuto il diritto di asilo politico. Già a dicembre dello scorso anno da queste medesime pagine avevamo riportato come nel solo 2017 fossero stati espulsi dalla civile Germania quasi 24.000 stranieri clandestini, nel senso che non avevano alcun diritto legale di rimanere qui, mentre l’anno scorso la cifra è rimasta stabile a circa 23.000 unità. A partire dal 2015, anno fatidico dell’accoglienza di 1milione di arabi, per lo più siriani, da parte della Cancelliera Merkel, la cifra di richiedenti asilo espulsi dalla Germania si è sempre attestata su almeno 20.000 persone l’anno. Per quanto riguarda l’etnia, questa brutta parola che i progressisti no border del terzo millennio vorrebbero eliminare, espulsa, a farla da padrona sono stati gli afghani, che guarda caso è uno di quei gruppi etnici che ha più difficoltà a leggere e scrivere, anche nella propria lingua, ergo non è integrabile nel dinamico mercato del lavoro tedesco. Peccato che l’Afghanistan, già reduce in passato da 8 anni di occupazione sovietica e dal feroce governo islamista (anche questo termine cozza col politicamente corretto imperante) dei talebani, dal 2001 è sotto occupazione occidentale, a maggioranza americana come numero di truppe, nella quale anche la Germania, così come l’Italia, svolgono un ruolo importante. Confidiamo pertanto che i manifestanti “antifa” alla manifestazione contro le perfide politiche del Governo italiano, trovino il tempo per richiedere al loro Governo tedesco l’immediato congelamento di tutte le espulsioni di “risorse”, per impiegare un termine boldriniano, o almeno di quelle dirette verso l’Afghanistan, Paese da anni in guerra e dilaniato da un sanguinoso conflitto civile, ergo non affatto sicuro.

Horst Seehofer

Horst Seehofer © Kremlin.ru

Speriamo poi che quei tanti italiani residenti a Berlino, che a seguire i social asociali sono andati alla manifestazione, e che forse leggeranno questo articolo, possano ricordare ai loro amici tedeschi che nel luglio dell’anno scorso il loro ministro degli Interni avesse dichiarato, giubilante durante una conferenza stampa, come il 69esimo afghano fosse stato espulso dalla Germania. D’altra parte bisognava capirlo Seehofer, visto che quello era il giorno del suo 69esimo compleanno ed il politico bavarese, tuttora al potere al ministero degli Interni, voleva festeggiare col “botto” il suo genetliaco. Peccato che, nemmeno 24 ore dopo la sua improvvida dichiarazione pubblica, a Kabul un giovane afghano si fosse tolto la vita per la disperazione di essere stato espulso dal Governo tedesco verso il suo Paese natale, tuttora dominato da povertà e disperazione nonostante i ripetuti interventi umanitari da parte del libero Occidente. Ma intanto il ministro degli Interni tedesco fa appello all’Italia affinché accolga i migranti che continuano a sbarcare a Lampedusa.

Roberto Saviano © il Deutsch-Italia

Roberto Saviano © il Deutsch-Italia

Siamo sicuri che se ad aver rilasciato una simile dichiarazione fosse stato Salvini, con relativo suicidio di un libico (poniamo) espulso verso la sua città natale, si sarebbe scatenato uno scandalo mediatico mondiale, con le solite dichiarazioni scandalizzate dei Saviano e dei Vauro al seguito. Invece in Germania, a parte qualche protesta abbaiata qua e là dai Verdi e da quel che rimane della Linke, non è successo nulla tanto che, come accennato, Seehofer è ancora in sella. I dimostranti progressisti potrebbero inoltre chiedere lumi al loro Governo sulle continue pratiche di rimpatrio via charter dalla Germania all’Italia. L’occasione è perfetta, anche perché un organo notoriamente sovranista e xenofobo come “La Repubblica” qualche giorno fa aveva riportato la testimonianza di diversi stranieri espulsi dalla Germania, i quali avevano dichiarato di essere stati legati e perfino sedati con farmaci, a loro insaputa, per renderli più docili al trasferimento via aria. Alcuni di loro avevano denunciato di essere stati maltrattati alla stregua di animali. Tutto questo sarebbe avvenuto nella Germania del quarto governo Merkel, fieramente europeista e pro immigrazione, e non nella retrograda Italia populista di Salvini e Co. Vediamo se i numerosi italiani residenti in Germania e partecipanti a queste manifestazioni umanitarie avranno trovato il coraggio di far presente ai loro “compagni” tedeschi la contraddizione morale legata a queste pratiche disumane, portate avanti nell’indifferenza generale dalla loro polizia e Governo.

Mu'ammar Gheddafi

Mu’ammar Gheddafi

Per il resto, sempre parlando di fatti oggettivi, ce ne sarebbero di cose da dire. Si potrebbe ricordare la vicenda di quella donna emigrante incinta, morta in Italia dopo essere stata respinta dai doganieri francesi al confine. Trattandosi di Francia, si potrebbe ricordare anche la vicenda di Bardonecchia, nella quale sempre delle guardie di confine francesi avevano sconfinato in Italia con il loro veicolo, scaricandoci migranti respinti manco fossero delle casse da birra. Si potrebbe inoltre menzionare come la Francia, grazie alla fattiva collaborazione dell’allora Governo Berlusconi e dell’ex Presidente Napolitano, nel 2011 avesse distrutto il Paese più ricco d’Africa, la Libia di Gheddafi, fino a quel momento nostro partner economico ed energetico, facendoci inondare da centinaia di migliaia di disperati in fuga da una guerra proclamata dall’onnipresente Occidente, ma con la determinante volontà dell’allora Presidente francese Sarkozy appunto. Come poi dimenticare la decennale presenza in Africa di soldati francesi nelle loro ex colonie, che in alcuni casi hanno anche partecipato sul campo a colpi di Stato locali per defenestrare politici africani, che avrebbero potuto portare avanti interessi contrari ai loro. I valorosi antifascisti in assenza di fascismo, per dirla alla Costanzo Preve, potrebbero perlomeno perorare l’immediato ritiro della sospensione del loro amato “Trattato di Schengen”, che permette loro di viaggiare senza visti in Europa, dichiarata unilateralmente dalla Francia europeista nel 2016 e che è tuttora in vigore. Inoltre le truppe del generale Haftar, che da anni si contendono il potere in Libia e che qualche giorno fa hanno bombardato un campo profughi uccidendo un centinaio di persone, sono appoggiate dalla Francia di Macron. Secondo un altro organo di stampa populista come “La Stampa” di Torino, vi sarebbero anche dei consiglieri militari francesi in mezzo alle truppe di Haftar.

Un mercato di Tunisi

Un mercato di Tunisi

Inoltre nonostante gli accorati appelli degli intellettuali di una certa sinistra oltre che della Chiesa, sia gli arrivi che i morti nel Mediterraneo dal 2016 in poi non hanno fatto altro che calare. A dirlo non è Salvini, almeno non solo, ma anche l’Agenzia ONU sui rifugiati (UNCHR) con un recente report presente sul suo sito online. Parlando poi di altri dati misconosciuti da tutti i media mainstream: la Tunisia, con i suoi porti considerati non sicuri, ha ratificato sia la Convenzione Onu di Ginevra sullo statuto dei rifugiati del 1951, sia il relativo Protocollo del 1967, mentre gli Stati Uniti d’America, da sempre faro della democrazia da esportare manu militari nel resto del mondo, solo il secondo documento. Inoltre gli USA non hanno ancora ratificato il recente documento ONU su un’immigrazione sicura (il cosiddetto Global Compact); il vero problema però è che gli americani con la loro flotta dominano il Mediterraneo e potrebbero fermare i barconi e le ONG in un minuto, qualora lo volessero. Anche se è più comodo farli entrare in Europa, per destabilizzarci? Tuttavia questo è meglio che i coraggiosi umanisti scesi in piazza non lo dicano, altrimenti la “CNN” ci potrebbe accusare di diffondere fake news. E intanto altre barche hanno violato il blocco imposto dall’Italia allo sbarco nei suoi porti, come prevedibile che sarebbe accaduto.

Per il resto che dire ancora della Germania? Beh, che nel Capodanno di Colonia del 2016 non è successo nulla, che le mafie libanesi e turche qui non esistono, che i ghetti urbani a base etnica sono inconcepibili per questo Paese, che i richiedenti asilo africani non spacciano droga nei parchi, ed infine che l’antisemitismo è in aumento sì, ma non a causa dell’odio di milioni di arabi qui residenti contro Israele, bensì per colpa dei neonazisti bianchi e rigorosamente tedeschi. Circolare gente, non c’è nulla da vedere. Circolare.

Matteo Corallo
classe 1987, laureato in Giurisprudenza a Trieste, sua città natale, blogger. Dal dicembre 2013 vive in pianta stabile a Berlino, dove si diletta a scrivere di Germania e dintorni tentando di verificare se è vero quanto si dice sul mito tedesco della “locomotiva d’Europa”. Dal febbraio 2018 collabora con il Deutsch – Italia, per il quale scrive di politica, attualità ed anche piccole curiosità berlinesi, a suo modesto parere non analizzate a sufficienza dai media cosiddetti mainstream. Per contatti: m.corallo@ildeutschitalia.com.

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1 Comment

  1. Bravo. Lucidità storica e imparzialità. Bell articolo.

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