Mantegna e Bellini © il Deutsch-Italia
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Due uomini geniali, due dei maggiori maestri del Rinascimento italiano, sono i protagonisti della mostra “Mantegna und Bellini, Meister der Reinassance” che si apre ufficialmente oggi (fino al 30 giugno prossimo) alla Gemäldegalerie di Berlino. Andrea Mantegna (Isola di Carturo -1431 circa, Mantova -1506) e Giovanni Bellini (Venezia 1433-35, Venezia 1516) sono i magnifici artefici di un insieme di capolavori unici che presero forma nell’arco di una sessantina d’anni, nel contesto della Serenissima, a cavallo fra il 15esimo e i primi anni del 16esimo secolo.

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I curatori della mostra berlinese © il Deutsch-Italia

Il rapporto stretto tra i due artisti è testimoniato in tutto lo svolgimento della mostra, che espone autentici capolavori, provenienti dai più famosi musei del mondo, oltre che da collezioni private, per la prima volta in assoluto raccolti per una comparazione nel museo berlinese, diretto dal dott. Michael Eissenhauer. La mostra è stata curata, oltre che da Caroline Campbell della National Gallery e Sarah Vowles del British Museum di Londra, dal dott. Neville Rowley e dalla dott.ssa Dagmar Korbacher a Berlino. Otto le città italiane che hanno prestato le proprie opere, e in particolare quattro sono le istituzioni veneziane che hanno aderito: la Fondazione Quirini Stampalia, la Galleria dell’Accademia, la Fondazione dei Musei Civici (Museo Correr) e la Biblioteca Nazionale Marciana. Le altre opere provenienti dal nostro Paese vengono da Firenze, Ferrara, Milano, Pesaro e Rimini.

Mantegna e Bellini © il Deutsch-Italia

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Il percorso si sviluppa a partire da Padova, città dove il giovane Andrea Mantegna andò a bottega da Francesco Squarcione (di cui si può ammirare l’opera “Vergine con bambino”). Di questo periodo è il dipinto di “San Marco evangelista” che si può ammirare in comparazione tanto con l’opera del maestro, che con una terracotta di Donatello (“Madonna con cherubino”), allora già uno dei mostri sacri del Rinascimento fiorentino e da cui Andrea imparò l’arte della prospettiva e il dinamismo per la composizione. Il dipinto del giovane pittore fa già intuire le potenzialità enormi di quello che risulterà essere uno dei pilastri indiscussi della pittura italiana.

© Fondazione Querini Stampalia cameraphoto arte snc

Il confronto è, come dicevamo, il fil rouge che accompagna il visitatore. E quello con il cognato Giovanni Bellini lo si può vedere chiaramente con due opere che accolgono gli ospiti della galleria in tutta la loro magnificenza: “La presentazione di Gesù al Tempio”. Stesso soggetto, ma dipinto in due epoche diverse. Bellini lo realizzò circa 20 anni dopo Mantegna, che a sua volta lo aveva dipinto nel 1453/54, dopo aver sposato Nicolosia, la sorella di Giovanni, e che aveva avuto come fonte di ispirazione il figlio che attendevano o che era da poco nato. Nel dipinto sono rappresentati i due coniugi stessi facenti parte della scena della storia evangelica, che in Mantegna è racchiusa in una cornice marmorea, quasi in una proporzione di una visione in 4/3, mentre in Bellini la vista si allarga ai lati (con altri personaggi, fra cui, forse, lo stesso pittore), e con i protagonisti appoggiati ad una balaustra in uno spazio che si potrebbe definire in 16/9. Quel che appare chiaro fin da subito è che il tratto distintivo di Mantegna è il particolare, mentre quello di Bellini è la luce. Il primo inventa, il secondo copia e non copia, rendendo il modello di partenza un nuovo capolavoro a se stante.

Mantegna e Bellini © il Deutsch-Italia

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La visita non comprende solo opere pittoriche: ci sono, importantissimi testimoni, numerosi disegni dei due maestri (ed incisioni di Mantegna), che mostrano non solo l’evoluzione del percorso artistico intrapreso da entrambi, ma che anche mettono in evidenza gli stretti legami fra i due cognati. La fama di Mantegna, proprio grazie all’incisione che permetteva copie dei disegni, fu maggiore di quella di Bellini fino all’invenzione della fotografia nell’Ottocento, perché le sue opere potevano “viaggiare” in tutta Europa, al contrario di quelle del cognato che erano prevalentemente pittoriche. Per non danneggiare i disegni, che sono più sensibili alla luce, e per mettere maggiormente in evidenza i quadri è stata studiata appositamente un’illuminazione con faretti tra i 40 e 50 lumen di potenza.

Mantegna e Bellini © il Deutsch-Italia

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Fra i capolavori esposti particolare rilevanza hanno le due versioni dell’“Orazione nell’orto”, con un forte senso prospettico e i particolari accurati in Mantegna, ma con una predominanza del paesaggio in Bellini. Non è il dettaglio che colpisce nell’opera di quest’ultimo, ma il senso di apertura dell’orizzonte, con colori chiari della scena che sottolineano la solitudine del Cristo di fronte al destino che lo attente.

Risurrezione del Cristo © Staatliche Museen zu Berlin Gemäldegalerie Jörg P. Anders

Non mancano le sorprese narrate dal percorso espositivo. Come quella inerente la scoperta, fatta in concomitanza della pubblicazione del catalogo “Accademia Carrara, Bergamo Dipinti Italiani del Trecento e del Quattrocento”, curato da Giovanni Valagussa, di un dipinto di Mantegna, “La resurrezione di Cristo”, molto probabilmente facente parte di una pala d’altare successivamente tagliata in più parti, e che in precedenza era attribuito alla bottega del maestro veneto, oppure considerata una copia coeva o una realizzazione del figlio dell’artista. Si è invece scoperto, analizzando la parte inferiore del dipinto, che la croce che vi è riportata sotto un arco altro non era che la parte superiore di un altro dipinto certo del Mantegna, datato 1492, la “Discesa al Limbo”, facente parte di una collezione privata. I due dipinti si possono ora ammirare affiancati, rendendo così possibile allo spettatore la comprensione dell’iniziale sbaglio nell’attribuzione.

Mantegna e Bellini © il Deutsch-Italia

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Tra i tanti capolavori di Bellini spicca il celebre ritratto del doge Leonardo Loredan, oggi in possesso della National Gallery di Londra. Il morbido tratto espressivo del volto viene messo in contrapposizione con l’austero viso del cardinale Lodovico Trevisan, dipinto dal Mantegna e facente parte della collezione del museo berlinese.

Mantegna e Bellini © il Deutsch-Italia

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Ultimi, ma non meno importanti, sono due quadri molto lunghi. Anche qui entrambi gli artisti affrontarono le stesse tematiche, ma da due punti di vista completamente differenti. Il primo è raffigurante “L’introduzione del culto di Cibele a Roma”, che tratta delle storie della gens Cornelia (quella degli Scipioni). Preciso, puntuale, quasi maniacale nella riproduzione di figure in marmo, facenti parte di un sarcofago “ideale” romano il Mantegna, che lo dipinse su commissione del doge Francesco Corner (che si diceva discendere da tale gens) solo un anno prima della sua morte, avvenuta nel 1506. Il secondo, pastellato, molto più “pittorico”, suggeritore più di un’atmosfera che di un preciso episodio, è il dipinto di Bellini “La continenza di Scipione”, datato tra il 1507 e il 1508, che fa da pendant a quello del cognato. La somiglianza tra le due opere colpisce tanto quanto la loro profonda differenza. Sarà l’ultimo dittico filologico tra i due. Giovanni morirà 10 anni dopo Andrea, nel 1516.

La mostra, imperdibile, conserva il fascino e la grandezza di entrambi i maestri veneti in un viaggio narrativo unico, che, per la prima volta, accompagna il visitatore alla scoperta di analogie e differenze lungo tutto l’arco della loro vita artistica.

 

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Nato a Roma, laureato in Filosofia all'università "la Sapienza", è giornalista professionista. Ha collaborato con ilSole24Ore, con le agenzie stampa Orao News e Nova e in Germania con il magazine online ilMitte.

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