Horst Seehofer © Kremlin.ru

Nei giorni immediatamente successivi alla strage di Charlie Hebdo, quando un commando jihadista uccise dodici redattori della rivista satirica francese, molti intellettuali engagé stentarono a dimostrare pubblicamente la loro solidarietà con le vittime perché, a loro dire, l’Islam era la religione dei poveri e loro, tra un vernissage a Le Marais e un party sulla rive gauche, stavano con i poveri.

Oltre alla miseria intellettuale e alla pavidità di certi pensatori gagà, il fatto mette in evidenza un errore di valutazione commesso sovente quando ci si rapporta con l’Islam, vale a dire consideralo solo una religione, per cui le uniche preoccupazioni di uno Stato dovrebbero essere quelle di garantirne la libertà di culto e di salvaguardare i suoi fedeli da potenziali discriminazioni. L’accento cade sulle parole libertà e diritti, concetti ampiamente garantiti dalle nostre Costituzioni, di cui l’Islam deve godere esattamente come tutte le altre religioni. Ma come detto si tratta di un errore di valutazione che a lungo termine rischia di generare conseguenze pericolose.

L’Islam infatti non è solo una religione, quanto piuttosto un sistema ideologico-religioso costituito da diverse componenti, dove quella religiosa è senza dubbio la principale, ma non l’unica. Di fianco ad essa, se non addirittura sopra, troviamo una forte componente ideologica fondata sulla teologia più conservatrice, una componente giuridica fondata su un codice medioevale conosciuto come Sharia, detta Legge di Dio, una componente sociale e una componente militare fondata sul mito delle guerre di conquista di Maometto. Ciò è perfettamente comprensibile considerando che il fondatore dell’Islam, Maometto, era al tempo stesso profeta, statista, uomo politico e condottiero militare. Quest’ultima affermazione è carica di conseguenze e merita una riflessione a parte perché sarebbe un po’ come se Giulio Cesare avesse fondato il cristianesimo o Gengis Khan il buddismo, diffondendoli nel mondo in punta di lancia, proprio come fece Maometto con l’Islam. Le conseguenze di un Gengis Khan padre del buddismo sono facilmente intuibili per chiunque.

Islam come ideologia religiosa con ambizioni di dominio universale

Il filosofo e giornalista svizzero Georg Brunold, esperto di questioni islamiche, affronta il tema in un lungo saggio pubblicato sulla Rivista “Lettre International” N° 112. In esso viene evidenziato come la codificazione definitiva del sistema ideologico islamico così come lo consociamo oggi, avvenga nell’VIII secolo, quando il potentissimo teologo di Baghdad Ahmad Ibn Hanbal, fondatore dell’hanbalismo, dal quale successivamente derivò il wahhabismo saudita, impose l’attuazione letterale del Corano, dichiarandolo al di sopra di ogni tentativo di interpretazione o contestualizzazione. Secondo tale interpretazione il Corano è parola increata, quindi eterna e immutabile, dettata da Dio al suo profeta Maometto e quindi va preso alla lettera senza la possibilità di spostare nemmeno una virgola.

La conseguenza di tale codificazione è che versetti come questi: «In verità, coloro che avranno rifiutato la fede ai nostri segni li faremo ardere in un fuoco e non appena la loro pelle sarà cotta dalla fiamma la cambieremo in altra pelle, a che meglio gustino il tormento, perché Allah è potente e saggio» (Sura 4:56).«La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra (…)» (Sura 5;33) «Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa dei miscredenti.» (Sura 2:191) «Quando poi saranno trascorsi i mesi sacri ucciderete gli idolatri dovunque li troviate, prendeteli, circondateli, catturateli ovunque in imboscate! Se poi si convertono e compiono la Preghiera e pagano la Decima, lasciateli andare« (Sura 9:5). «Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri» (Sura 47:4), non vanno né interpretati né storicamente contestualizzati, come i racconti della Bibbia ad esempio, ma eseguiti. Va notato come il Corano sia pieno di versetti che incitano alla violenza e alla guerra non metaforica contro gli infedeli. Del resto se Giulio Cesare avesse fondato una religione, il suo Vangelo si sarebbe certamente basato sul “De Bello Gallico”.

Ahmad Ibn Hanbal, come ricorda Brunold, ispirò il wahhabismo saudita che oggi è diventato la corrente più influente dell’Islam contemporaneo, corrente alla quale si rifanno i fondamentalisti religiosi e i vari movimenti terroristici di matrice islamica come l’Isis. Vale la pena sottolineare che l’Islam contemporaneo più influente si fonda su un palinsesto teologico fissato una volta per tutte tredici secoli fa da un teologo ultraconservatore, e che da allora tale palinsesto sia considerato immutabile. A questo proposito è opportuno notare come l’ambizione di trasformare la realtà circostante sottomettendola alla propria ideologia religiosa sia un processo al quale in Occidente non siamo più abituati, avendo le religioni da noi perso ogni aspirazione al predominio in seguito alla suddivisione netta tra Stato e Chiesa, pagata tra l’altro a caro prezzo. Questo discorso però non vale per l’Islam, che non solo non ha perso le sue ambizioni di dominio sul reale, ma negli ultimi decenni, con il risveglio del fondamentalismo, il suo desiderio di egemonia si è rinforzato.

Il militarismo dell’Islam: Jihad

Le ambizioni di dominio dell’Islam sono tutt’altro che velleitarie o mitizzate. Maometto in persona partecipò a 27 campagne militari, tra le quali due incursioni contro i Bizantini, concepite per estendere il dominio dell’Islam a tutta la penisola arabica e poi al mondo intero. A tale scopo fu centrale il concetto di Jihad, la guerra santa. Una volta proclamato dal Califfo, il Jihad obbliga ogni musulmano a parteciparvi. In questo modo la guerra santa si è rivelata nel tempo una strategia efficace per costruire in brevissimo tempo un esercito di conquista. Con la disgregazione del mondo musulmano, in seguito alla caduta dell’Impero Ottomano, è anche venuta a mancare l’autorità politico-religiosa in grado di proclamare il Jihad.

I movimenti islamisti del XXI secolo hanno risolto il problema arrogando a sé tale diritto e l’Isis completò, sebbene temporaneamente, l’opera proclamando la restaurazione del Califfato e con esso la facoltà di bandire la guerra santa. In questo modo l’Isis non fece altro che occupare il posto nella Storia assegnatogli dall’ideologia islamica, e con ciò poté dichiararsi a tutti gli effetti parte integrante dell’Islam, anche se di quello più radicale. È vero che a fianco di quella tradizionale esistono interpretazioni più liberali e

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moderne del concetto di Jihad, inteso soprattutto come sforzo spirituale per sottomettersi alla volontà di Allah, ma queste interpretazioni spiritual non sono alternative bensì complementari alla prima, inoltre nel mondo islamico contemporaneo sono minoritarie o comunque sottomesse alla corrente più aggressiva che ha sempre più appeal tra i giovani musulmani; vale a dire quella wahhabita. Che le cose siano messe male lo dimostra uno studio del Centro delle ricerche sociali di Berlino (WBZ). La ricerca prende come campione di riferimento i musulmani residenti in sei diversi Paesi europei (Germania, Francia, Belgio, Olanda, Austria e Svezia). I risultati dello studio effettuato nel 2008, ben prima dell’ondata migratoria recente che molto probabilmente ha peggiorato lo scenario, sono a dir poco allarmanti. Il 65 per cento degli intervistati ritiene che le norme religiose siano più importanti di quelle civili. Il 60 per cento ritiene necessario un ritorno all’Islam delle origini (ossia il Califfato, senza nessuna divisione tra Stato e religione). Il 75 per cento esclude qualsiasi possibilità di interpretazione del Corano, ritendendo che il testo sacro vada inteso in maniera letterale come nella migliore tradizione wahhabita. Il 55 per cento è convinto che l’Occidente voglia distruggere l’Islam. Infine il 25 per cento si dichiara disposto, in caso di necessità, a compiere atti di violenza contro gli infedeli.

Giustizia islamica: la Sharia

Come ogni ideologia a carattere religioso che si rispetti, l’Islam ha il suo sistema giuridico conosciuto col nome di Sharia. La scienza giuridica islamica è derivata dal Corano e dalla Sunna, che raccoglie gli episodi della vita del profeta. Ogni integrazione con i codici civili, le costituzioni o i diritti fondamentali così come si sono evoluti nel corso dei secoli in Occidente è categoricamente respinta. La Sharia è una bolla spazio temporale proveniente direttamente dal medioevo più remoto che si ripresenta, immutata e immutabile in quanto emanazione divina, nel XXI secolo con tutto il suo corollario di barbarie e violenze. Nel disporre ciò che è obbligatorio, lecito o vietato la Sharia prevede espressamente l’inferiorità della donna rispetto all’uomo, la lapidazione dell’adultera, la pena di morte per l’apostasia e la blasfemia, la condanna dell’omosessualità, l’esclusione e la repressione del pensiero critico e scientifico. Va notato come la Sharia si stia infiltrando pericolosamente nelle nostre democrazie instaurando di fatto un sistema giudiziario parallelo che non può essere tollerato [1].

Al di là delle divisioni settarie, che comunque non mutano il quadro generale, l’Islam più influente oggi è un’ideologia religiosa fondata su un sistema teologico medioevale, munita di un suo impianto giuridico blindato che respinge ogni progresso, ma che possiede la volontà di trasformare e dominare la realtà. Trattare questo sistema solo come una religione sarebbe un errore. Preoccuparsi esclusivamente della libertà del suo culto, senza porsi il problema della compatibilità di questo sistema con la nostra civiltà sarebbe un errore ancora più grave. Dichiararlo tout court come appartenente a uno Stato Europeo sarebbe un errore gravissimo.

Perché su un punto occorre essere molto chiari: le ideologie religiose non possono accampare nessun diritto sulle nostre società. In altre parole: se un’ideologia religiosa si volesse contrapporre allo Stato in modo minaccioso, lo Stato avrebbe tutto il diritto di intervenire limitandone la diffusione. E dal momento che lo Stato ha il potere di agire politicamente, ha anche il diritto di fare delle distinzioni: un’ideologia religiosa che minaccia le basi democratiche dello Stato deve essere trattata diversamente da un’altra che non lo fa. In definitiva solo una versione liberale, moderna e tollerante dell’Islam può appartenere agli Stati Europei, ma al momento essa rappresenta solo una piccola frazione del mondo islamico in Europa. Tocca ai mussulmani darsi da fare per rinforzarla e ampliarla, se tengono veramente a una piena integrazione; tocca ai politici occidentali incoraggiarli in questo sforzo e smetterla di flirtare con le organizzazioni islamiche che non si riconoscono in un Islam liberale e moderno.

Ascolta il file audio

Lettura di Leopoldo Innocenti

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L’opinione del ministro Seehofer

© Youtube Die Welt

 

E quella della Cancelliera Merkel

© Youtube Reuters

[1] Scrive Cecilia M. Calamani su MicroMega: «Divorzi, matrimoni forzati, eredità, ripudi, affidamento dei figli: è sul terreno del diritto di famiglia che in tutta Europa sta pericolosamente crescendo un vero e proprio sistema giudiziario parallelo, indipendente e indifferente rispetto a quello vigente, a cui i membri della comunità musulmana si rivolgono. Veri e propri ‘tribunali’, talvolta persino riconosciuti formalmente sotto la forma dell’arbitrato, che applicano nel cuore dell’Europa i precetti della sharia, la legge islamica. Nonostante già nel 2001 la Corte europea per i diritti dell’uomo l’abbia dichiarata incompatibile con una democrazia liberale».

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