Michela Murgia © il Deutsch-Italia
Michela Murgia © il Deutsch-Italia
Istruzioni per diventare fascisti © Giulio Einaudi Editore

Istruzioni per diventare fascisti © Giulio Einaudi Editore

Vorrei mettere bene in chiaro una cosa: la colpa è la mia. Io della signora Michela Murgia, prima del famoso “fascistometro” contenuto in “Istruzioni per diventare fascisti”, libro uscito circa un anno fa dalle rotative della Giulio Einaudi editore (112 pp., 12 euro), non ne avevo mai sentito parlare. In realtà, pur ignorandola, avrei dovuto scavare di più nella memoria e tornare all’ormai lontano 2008, quando vidi al cinema un bel film di Paolo Virzì, “Tutta la vita davanti”, cui lei aveva contribuito alla sceneggiatura, traendo il soggetto dal suo libro autobiografico “Il mondo deve sapere”, cronaca tragicomica di una telefonista precaria.

Faschist werden © Wagenbach Verlag

Faschist werden © Wagenbach Verlag

Ma la vita è giusta e mi ha dato una seconda possibilità. Ha appunto fatto sì che potessi ascoltare e conoscere l’autrice sarda a Berlino, in occasione della presentazione della traduzione del suo libro (Faschist werden, Eine Anleitung, Wagenbach Verlag, 2019, 7 euro) presso il “silent green Kulturquartier” durante il Festival internazionale della letteratura che si tiene nella Capitale tedesca fino al 21 di questo mese.

Ebbene, per me è stata una vera scoperta. Ho infatti avuto modo di capire cosa vuol dire essere una intellettuale di “sinistra” oggi. Ho letto con sincero interesse il libro, cercando di capire quali ne fossero le basi culturali e quali le tematiche che potessero svelarmi la ragione del titolo. Devo dire che alla fine ne sono uscito più confuso di prima. Le tesi in esso sostenute per dimostrare che la “democrazia” è in pericolo mi sembra che descrivano un sistema che al giorno d’oggi permea l’intera classe politica italiana (e non solo quella). I sistemi di propaganda sul quale si baserebbero, secondo l’autrice, alcune delle parti politiche del nostro Paese per irretire i cittadini-votanti (?), a me sono sembrati quelli utilizzati da ogni partito, e non da poco tempo. Sostenere dunque che i metodi utilizzati per tale scopo siano in realtà metodi “fascisti” nascosti (neanche troppo bene, secondo il suo pensiero), equivale a dire che l’intero sistema politico adotta tali sistemi. Il guaio è che la “nostra” parla di “banalizzazione” della “complessità”, non accorgendosi, forse, di mettere anche se stessa e le sue tesi a rischio di tale banalizzazione.

Manifestazione No Expo a Milano 2015 © CC BY-SA 2.0 FEDRA Studio Flickr

Manifestazione No Expo a Milano 2015 © CC BY-SA 2.0 FEDRA Studio Flickr

Mi sembra che le manchino anche le più elementari basi dello Stato di diritto scambiato volutamente, ad esempio, con una sorta di istigazione all’utilizzo della violenza, da parte dei “fascisti”, che solleciterebbero le Forze dell’ordine ad utilizzarla per convenienza politica. Il metodo utilizzato per la dimostrazione di questa tesi vorrebbe essere quello dell’esempio ironico, rovesciando le parti: «Compatisco le forze dell’ordine costrette ad agire dentro a un sistema cosí irrazionale: esse possono usare la violenza perché sono lo Stato, ma poi è lo Stato stesso a pretendere che siano gentili nel farlo. È un controsenso totale, ma a noi in fondo è assai utile: quale migliore terreno di coltura della loro frustrazione per far spuntare sentimenti di simpatia per il metodo fascista? Il fascismo infatti non metterebbe mai nessuno nella contraddizione della non violenza, tanto meno un esponente delle forze dell’ordine: l’uso della violenza come conseguenza della necessità è non solo permesso, ma vivamente consigliato. Il nostro modello organizzativo (e di conseguenza anche politico) è quello dell’ordine naturale e in natura la violenza esiste a profusione e non subisce alcun giudizio morale. Il lupo sbrana l’agnello, ma processeremo il lupo per questo? La leonessa alpha uccide i cuccioli della capobranco precedente, ma di quel sangue le chiederemmo mai conto? Gli elefanti caricano e travolgono chi gli invade il territorio, ma nessuno li giudica criminali a causa della loro violenza». Le Forze dell’ordine sono tenute a rispondere ai comandi dell’autorità del momento, e le modalità con cui lo fanno sono da sempre le stesse. Basterebbe ricordare gli scontri durante la manifestazione anti-Expo del 2015, quando ad indirizzarne l’operato era un altro Governo rispetto a quello del periodo in cui è stato scritto il libro. I metodi erano gli stessi di quelli riportati nel passo sopra. Probabilmente alla scrittrice è sfuggita una poesia intitolata “Il PCI ai giovani”, del 16 giugno 1968 e pubblicata su “L’Espresso”.

Immagini di propaganda fascista - Mussolini e l'offerta delle spighe 1938

Immagini di propaganda fascista – Mussolini e l’offerta delle spighe 1938

Oppure, riguardo l’utilizzo del linguaggio, sottolinea: «A questo punto si potrebbe pensare che il fascismo sui social media debba comunicare attraverso messaggi semplici, ma sarebbe un grosso errore, peraltro uno dei preferiti dai democratici. La complessità non si deve semplificare, si deve banalizzare. Semplificare, oltre a essere complicatissimo, significa togliere il superfluo e tenere l’essenziale; ma è proprio il superfluo che genera l’utile rumore di fondo che rende tutte le voci uguali e neutralizza il maledetto dissenso. Quel che bisogna fare è invece produrre molti messaggi banali. Una marea. Banalizzare toglie infatti al popolo l’essenziale, che compete al capo, e gli lascia il superfluo, permettendo alle persone di parlare di qualunque cosa tranne di ciò che non è necessario sappiano per vivere bene». Così l’autrice, ma i passaggi da riportare potrebbero essere molti altri. Tutti con una caratteristica comune: il postulato è quello di stare dalla parte della ragione, a prescindere, senza motivare le basi reali di tale ragione. L’assunto è che lei, l’autrice, è la vera portatrice sana dei valori della democrazia («gli anti-fascisti, cioè i democratici», ha detto durante l’incontro), il cui etimo, ricordiamolo, è “governo del popolo” (δημοκρατία, composta da δῆμος, popolo, e κρατος, governo), che invece va educato da chi è custode indiscusso di tali “valori”.

Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia

Tutto ciò mi ha fatto meditare su come sia cambiato il mondo, le idee circolanti e i valori di riferimento. Soprattutto dalla caduta del Muro in poi. Prima di questo evento epocale, ma in particolare da noi in Italia prima di Tangentopoli, ricordo che i punti di riferimento del cosiddetto pensiero di sinistra (all’epoca aveva ancora senso parlare di “sinistra” e di “destra”) legati all’anti-Fascismo erano altri. Mi vengono in mente nomi come Elio Vittorini (“Uomini e no”), Italo Calvino (penso ad un romanzo come “La giornata d’uno scrutatore”), Beppe Fenoglio (“Il partigiano Johnny), Alberto Pincherle, al secolo Moravia (“La mascherata”), per non parlare di due giganti come Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini o, naturalmente, quello di Antonio Gramsci. Questi alcuni degli scrittori e pensatori cui io stesso ho fatto riferimento nella mia formazione intellettuale personale nel corso degli anni.

Renzo De Felice

Renzo De Felice

Ma parlando dell’oggetto del libro della signora Murgia, ossia il Fascismo, mi viene anche in mente la colossale opera di uno dei maggiori studiosi di quel complesso fenomeno storico, politico e sociologico che fu appunto il Fascismo (e del quale ancora oggi alcuni aspetti sono del tutto da chiarire), ossia Renzo De Felice. L’opera dello storico italiano ha sviscerato, come nessun altro prima, ogni aspetto del Ventennio e del suo principale protagonista Benito Mussolini, il tutto con un rigore scientifico incontestabile seppur, forse, lacunoso in alcuni aspetti peculiari. E penso che nessuno si potrebbe sognare di dare del “fascista” allo studioso italiano per il solo fatto di aver scritto oltre 11mila pagine sull’argomento. Oggi, purtroppo, si tende facilmente a dare la caccia alle streghe e a vedere “fascisti” anche lì dove non ve ne sono. D’altronde era lo stesso Sciascia che stigmatizzò questo italico vizio delle etichette facili, per gente che pensa poco: «In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa!» (Leonardo Sciascia, discorso alla Camera dei Deputati del 23 marzo 1982).

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Uno dei problemi maggiori della nostra epoca è quello di non saper veramente cogliere la diversità al di fuori degli schemi preordinati, quelli che ci vengono quotidianamente inoculati dai mass-media. Lo aveva capito bene uno fra i più fini intellettuali del secolo scorso, che pagò probabilmente con la vita il suo essere fuori dal coro e che non si sottrasse dallo sbattere in faccia verità scomode e per niente allineate con il pensiero “di sinistra” a lui contemporaneo, ossia Pier Paolo Pasolini: «Un borghese non sa realmente apprezzare un’innocenza che non sia quella insegnata nei libri di scuola e nel codice non scritto della società. Anzi, egli prova, per l’innocenza, una certa ripugnanza, di carattere razzista. I doveri li ha inventati per poter condannare l’innocenza che non li conosce. Tanto più che spesso l’innocenza è collegata alla delinquenza: e se, quindi, è fuori dalla cultura è anche fuori dalla legge. Il borghese prova sempre davanti all’innocenza un senso di spavento, e, nel migliore dei casi la giudica come un prodotto inferiore del proprio modo di vivere, non sapendo o non volendo immaginare i termini dell’altro modo di vivere, a cui essa appartiene. Così, annettendola alla propria storia, può liberarsene, lavandosene le mani, sfuggirla, tagliare la corda da luoghi in cui essa è relegata» (P.P. Pasolini, Petrolio, Appunto 64, Cause concorrenti del quadro clinico).

Dunque sono sicuro che la signora Murgia non se ne avrà a male se non me la sento proprio di annoverarla fra le icone culturali della sinistra italiana (esiste ancora?), quella che era solita confrontarsi in primo luogo con se stessa, con le sue certezze, mettendo perfino in discussione i propri principi, e in secondo luogo anche con la cosiddetta parte avversa, ossia chi non la pensava come lei, perfino in modo diametralmente opposto. Sì, decisamente preferisco ricordare la signora per la sceneggiatura del bel film di Virzì e, parlando di fascismo, mi permetto di suggerirle la lettura dell’articolo uscito il 24 giugno del 1974 sul “Corriere della Sera” dal titolo “Il Potere senza volto”, sempre a firma di Pasolini.

Federico Rampini 2015 © CC BY-SA 4.0 Niccolò Caranti WC

Federico Rampini 2015 © CC BY-SA 4.0 Niccolò Caranti WC

«Sono cresciuto in un’epoca in cui avevamo altri maître à penser … Bisogna fare molta attenzione a scegliersi gli eroi giusti del proprio tempo… preferisco tornare ad un’epoca in cui invece che Asia Argento (#metoo) le femministe leggevano Elsa Morante, Simone de Beauvoir, Anna Arendt. Ho in mente altre personalità della sinistra». Così Federico Rampini, giornalista, scrittore e docente universitario, a lungo collaboratore di riviste e giornali scomparsi o tutt’ora considerati di sinistra, quali “Rinascita”, “L’Espresso” e “Repubblica”, durante una conferenza tenuta lo scorso giugno presso la Fondazione Palazzo Festari a Valdagno, un paese in provincia di Vicenza.

Ecco, anch’io come Rampini sono cresciuto in un’epoca di cui sento fortemente la mancanza, sentendomi come immerso in un’altra, fatta di apparenza e caratterizzata da un vuoto pneumatico di idee.

 

Pier Paolo Pasolini e l’omologazione del nuovo fascismo

© Youtube Obrazzu

“Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì

© Youtube IlTrailersFilmFest

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Nato a Roma, laureato in Filosofia all'università "la Sapienza", è giornalista professionista. Ha collaborato con ilSole24Ore, con le agenzie stampa Orao News e Nova e in Germania con il magazine online ilMitte.

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