Afrikanisches Viertel © il Deutsch-Italia
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Afrikanisches Viertel © il Deutsch-Italia

Alle volte capita che fatti apparentemente poco importanti rivelino di più sullo spirito del tempo di un trattato di sociologia. A Berlino c’è una zona nel quartiere di Wedding chiamata Afrikanisches Viertel (distretto africano), dove le strade hanno nomi come Togo Straße, Afrikanische Straße, ma anche Nachtigal Platz oppure Lüderitz Straße. Questi ultimi, gli esploratori Gustav Nachtigal e Adolf Lüderitz, sono considerati gli apripista del colonialismo tedesco in Africa tra il XIX e il XX secolo, che in Namibia provocò innumerevoli vittime tra le popolazioni degli Herero e dei Nama. A causa di questo oscuro passato, il distretto di “Mitte”, nel quale il quartiere di Wedding è integrato, ha deciso di cambiare il nome alle strade. Il senso è quello di voler evitare di mettere in evidenza un passato colonialista onorandolo con l’intestazione di alcune vie della Capitale. A favore di questa tesi si cita la rimozione delle centinaia di Hitler Platz o di Stalin Allee dopo la caduta dei due dittatori, dimenticando però che Gustav Nachtigal non era un conquistatore e nemmeno un militare, ma un esploratore, colonialista quanto si vuole, che tuttavia non partecipò ne organizzò mai alcun genocidio. Tanto vale allora mettere in discussione anche le strade e le piazze intestate a Otto von Bismarck, per conto del quale quegli esploratori agivano. Ma questi sono dettagli che non interessano ai nuovi censori che pretendono di correggere la storia con il cancellino.

Oscar Zimmermann 1909

Oscar Zimmermann 1909

La prima volta che m’imbattei nell’Afrikanisches Viertel, parecchi anni fa, il colonialismo tedesco di fine Ottocento fu l’ultima cosa che mi venne in mente pur conoscendone la storia. Nella Germania appena unificata degli anni Novanta, una delle democrazie più avanzate del mondo, Togo Straße suonava più come un’evocazione del mondo africano, un po’ come la quasi adiacente Antwerpen Straße lo era per quello belga, che come elogio al colonialismo. Il passato, come la memoria, non è statico, ma muta a seconda del presente dal quale lo si osserva. Così se si ha la fortuna di vivere in un periodo storico pacifico e democratico, i nomi di un passato oscuro non hanno forza reale, non gettano alcuna ombra nefasta sul contemporaneo, ma servono da segnalibro della storia per non dimenticare, lasciandoci allo stesso tempo liberi di assegnare a quei nomi una prospettiva nuova. È così che la storia va avanti. Il modo come guardiamo a certe parole svela molto di noi. La volontà di rimuovere oggi, nel 2019, Gustav Nachtigal Straße in virtù di un anticolonialismo in ritardo di un secolo, definisce più il censore che il censurato. L’ossessione moralista del censore che pretende di cancellare dal mondo esterno tutto ciò che forse non riesce a rimuovere dal proprio interno è materiale da psicoanalisi del profondo. Va da sé che questa fissazione lo affratella proprio a quei despoti e dittatori che vorrebbe cancellare, i quali agivano spesso da un’intenzione morale assoluta. Naturalmente questo ragionamento sull’uso dei nomi non vale per certi personaggi. Hitler, Stalin, Pol Pot o Ezzelino III da Romano sono abissi infernali sui quali ogni discussione in tal senso sarebbe perfino banale.

Via Amba Aradan Roma © il Deutsch-Italia

Via Amba Aradam Roma © il Deutsch-Italia

Anche in Italia esistono situazioni simili. Tra la stazione marittima e il porto antico di Genova ad esempio, scorre Via Adua, che non è il nome di un personaggio femminile di un romanzo di Guido Gozzano, ma quello di una battaglia, persa, dall’esercito colonialista italiano in Abissinia. Quasi nessuno oggi saprebbe ricondurre quel nome al 1° marzo 1896 e all’allora Presidente del Consiglio Francesco Crispi. Piuttosto tirerebbe fuori dalla naftalina qualche oscuro poeta crepuscolare, rimasuglio di un’istruzione classica ormai caduta nell’oblio, ma non penserebbe mai neanche sotto tortura all’africa orientale italiana. Discorso simile per Via Amba Aradam a Roma. Oggi più che alla battaglia del 1936, dove l’esercito italiano impiegò l’iprite (un gas) contro quello etiope, si pensa alla storpiatura ambaradan, termine grottesco che significa confusione, disordine, baraonda. Il nome di una battaglia colonialista acquista un valore semantico derivato dallo stato confusionale di quell’evento storico; se non è creatività linguistica questa. E noi, secondo l’ottica dei revisori politically correct di Berlin “Mitte”, dovremmo censurare questi colpi di genio per soddisfare le paturnie moraliste di qualche bacchettone che intende mondare una nazione cento anni dopo, cancellando la storia con un click come se si trattasse di un profilo Facebook? Forse bisognerebbe spiegare a queste menti semplici che la storia non è una piattaforma social dalla quale si possono rimuovere i commenti spiacevoli e le idee non gradite come se nulla fosse. Occorrono atti più intelligenti.

Se proprio si vuole esistono modi meno ipocriti e molto più concreti per ripudiare il passato coloniale. Per esempio, si può iniziare col restituire, dove possibile, le opere d’arte trafugate ai Paesi in questione ed ancora esposte come trofei nei musei delle capitali europee. Ma l’impressione è che ai censori di oggi non passi neanche per la testa di restituire il malloppo. Molto meglio, e molto meno impegnativo, cancellare nomi di strade.

Edoardo Laudisi è scrittore e traduttore: qui e qui è possibile acquistare i suoi libri

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Il cambio dei nomi delle strade del distretto berlinese

© Youtube Arte Bildungskanal

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Edoardo Laudisi classe 1967, laureato in Economia, scrittore e traduttore. Nel 2001 ha pubblicato il romanzo Zenone (Prospektiva Letteraria) nel 2014 l’ebook Superenalotto (self publishing) nel 2015 il romanzo Sniper Alley (Elison Publishing) e nel 2018 il romanzo Le Rovine di Babele (Bibliotheka Edizioni). Appassionato di poesia, nel 2007 ha diretto e prodotto il documentario Poesia Final con interviste ai maggiori poeti contemporanei. Attualmente vive a Berlino.

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