Hard Brexit
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Brexit

Brexit

Per l’economia tedesca una Brexit “dura” con relativi dazi e tariffe doganali rappresenta un vero incubo geopolitico. Già in un articolo precedente avevamo riportato come le esportazioni totali della Germania verso il Regno Unito ammontino a 85miliardi di euro all’anno. Dopo gli Stati Uniti, la Francia e la Cina, il Regno Unito rappresenta il quarto partner commerciale in tema di export per l’economia tedesca. Ad affermarlo è lo Statistisches Bundesamt, l’ufficio statale tedesco preposto alla raccolta di dati statistici, in un suo report uscito l’anno scorso. Anche in fatto di beni importati, la Gran Bretagna si rivela imprescindibile per il tessuto economico tedesco; sempre secondo l’ufficio federale statistico, con quasi 61miliardi di fatturato annuo la Gran Bretagna si conferma il quarto Paese al mondo per esportazioni verso la Germania. Al primo posto si colloca la Cina, seguita dall’Olanda e dalla Francia.

Berexit

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Da questi oggettivi dati macroeconomici ne consegue che il Regno Unito è un importatore netto rispetto alla Germania (e in generale nei confronti degli altri Paesi UE), nel senso che importa più beni rispetto a quanti ne esporti. Qualora dovesse verificarsi la temuta “hard Brexit”, ossia un’uscita britannica senza accordo condiviso tra il Governo di “sua maestà” e la UE e con relativi dazi incrociati, entrambe le economie verrebbero danneggiate. Tuttavia a farne maggiormente le spese sarebbe quel Paese europeo maggiormente esposto con le esportazioni verso l’UK, manco a dirlo la Germania. Non bisogna poi dimenticare come la Gran Bretagna, al contrario della Repubblica federale che detiene un possente apparato industriale risalente al secolo scorso, è un Paese prevalentemente finanziario, nel quale i soli servizi gravitanti intorno alla City di Londra rappresentano una grossa fetta del Pil della nazione insulare. Lo smantellamento, non senza dure proteste dei sindacati, delle proprie fabbriche venne inaugurato e portato a termine dalle riforme neoliberistiche della signora Thatcher per tutti gli anni ‘80.

volkswagen

© il Deutsch-Italia

Lo stesso organo tedesco “progressista” per eccellenza, lo “Spiegel”, in un articolo uscito il 21 gennaio aveva condiviso le medesime preoccupazioni. Nello specifico il settimanale convintamente europeista, da sempre vicino alle istanze politiche dei socialdemocratici della SPD, che non ha spesso mancato di minacciare scenari orrendi per i cittadini britannici che a causa della Brexit non potrebbero in futuro nemmeno dotarsi dei farmaci essenziali, questa volta abbassa i toni guerreggianti e si limita a riportare dei meri dati economici. In primo luogo ha ricordato anch’esso l’oggettiva cifra di 85miliardi di euro di esportazioni annuali tedesche verso il Regno Unito di cui si parlava sopra. Poi ci rivela come nessun dato statistico può informare con esattezza quante siano le aziende tedesche (e non) con sede legale in Germania che esportano o che detengono intensi rapporti finanziari col Regno Unito; le stime generali sono comunque nell’ordine delle migliaia, ma lo “Spiegel” alza mestamente le braccia rivelando che il numero esatto è impossibile da stimare. Il quotidiano con sede ad Amburgo (ex zona di occupazione inglese dopo la guerra) riporta che la BMW ha perfino paventato il rischio che l’intera catena di produzione delle proprie auto negli stabilimenti dislocati in UK potrebbe fermarsi.

© il Deutsch-Italia

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Questo perché per assemblare, poniamo, i motori dei veicoli, la BMW necessita di piccole parti provenienti da altri Paesi UE. Nel caso in cui venissero introdotti dei dazi, sarebbe molto costoso per loro importarli, senza contare i lunghi ed imprevedibili tempi d’attesa che potrebbero pregiudicare il completamento degli ordinativi secondo le scadenze prefissate. I prezzi finali di vendita potrebbero aumentare, il che potrebbe perciò far diminuire la possibilità di vendita di auto nuove di zecca ai consumatori britannici, costretti a loro volta ad acquistare con una sterlina svalutata veicoli ben più costosi rispetto ad un tempo. Questi sono solo alcuni dei fattori di disturbo – Störfaktoren – finalmente ammessi da alcuni giornali tedeschi dopo anni di ottuso negazionismo economico. A dare stime più precise ci ha pensato un’indagine del Leibniz-Instituts für Wirtschaftsforschung di Halle (IWH), riportata dall’inserto domenicale del quotidiano “die Welt”. Gli economisti vedono più di 100.000 posti di lavoro in Germania a rischio in caso di una Brexit “dura”. «Gli effetti sull’occupazione di una Brexit disordinata sarebbero particolarmente evidenti nei siti automobilistici», afferma l’autore dello studio Oliver Holtemöller. Ad essere maggiormente colpiti sarebbero i dipendenti della Volkswagen a Wolfsburg e della BMW nella Bassa Baviera. In quelle regioni le due case automobilistiche, senza contare i subfornitori e l’indotto, sono i maggiori datori di lavoro.

Berexit

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A dar man forte alle preoccupazioni dei ceti produttivi tedeschi, da anni esposti in maniera esagerata all’export estero, nonostante le indicazioni di diversi economisti ad incentivare la domanda interna, ci ha pensato anche l’Istituto dell’Economia Tedesca, das Institut der Deutschen Wirtschaft. Le sue stime danno i costi annuali per l’economia tedesca, legati ad una sempre più probabile uscita senza accordo, a 3miliardi di euro, di cui il 60 per cento sarebbe da accollare al solo settore automobilistico. Secondo l’Istituto economico, nel caso in cui si realizzasse il peggior scenario immaginabile, le esportazioni tedesche verso l’UK potrebbero perfino dimezzarsi. Se si tiene conto che gli 85miliardi di euro annuali ammontano a circa il 6,6 per cento del totale dell’export tedesco, qualcuno a Berlino dovrebbe seriamente iniziare a preoccuparsi. Le stime sono comunque imprecise, vista la continua incertezza politica, ma il calo del solo Pil tedesco potrebbe arrivare al 5,5 per cento, aprendo le porte ad una recessione in Germania, che fino a poco tempo fa sarebbe stata considerata fantascienza. Comunque sia dal 2016 al 2017 le esportazioni verso la Gran Bretagna sono già calate del 2 per cento, cifra che potrebbe essere considerata un preludio a ben più fosche previsioni per il futuro.

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Chi paga per la Brexit?

© Youtube Institut der deutschen Wirtschaft

Le conseguenze della Brexit sul lavoro in Germania

© Youtube Welt

Matteo Corallo
classe 1987, laureato in Giurisprudenza a Trieste, sua città natale, blogger. Dal dicembre 2013 vive in pianta stabile a Berlino, dove si diletta a scrivere di Germania e dintorni tentando di verificare se è vero quanto si dice sul mito tedesco della “locomotiva d’Europa”. Dal febbraio 2018 collabora con il Deutsch – Italia, per il quale scrive di politica, attualità ed anche piccole curiosità berlinesi, a suo modesto parere non analizzate a sufficienza dai media cosiddetti mainstream. Per contatti: m.corallo@ildeutschitalia.com.

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