Fauser © Youtube

«Quante strade deve percorrere un uomo prima che si possa chiamare uomo?» canta Bob Dylan in “Blowin’ in the Wind”.

Sembra proprio di sentire questa canzone mentre Harry percorre molte strade, alla ricerca di quella giusta, quella di una casa editrice che pubblichi “Stamboul blues”, il suo primo libro scritto appuntando lunghe frasi su quei taccuini lasciati nella fatiscente stanza di un albergo di Istanbul, insieme al conto da pagare.

Su quei taccuini ci sono gli appunti di Jörg Fauser, autore del libro “Rohstoff”, tradotto in Italia per la prima volta da Daria Biagi per L’Orma editore, con il titolo “Materia prima.

La “materia prima” è la droga di cui lo stesso Fauser, poeta, romanziere, sceneggiatore e giornalista tedesco, è stato dipendente dall’età di venticinque anni fino al 1972, e che ha consentito allo scrittore di poter ritrarre perfettamente tutti i disagi della tossicodipendenza attraverso Harry, il personaggio del libro, nonché suo alter ego.

Harry Gelb è un ragazzo tedesco, iscritto con scarsi risultati all’Università di Francoforte sul Meno, e, da quando ha compiuto diciotto anni ha capito di voler diventare uno scrittore, come Kerouac e Burroughs, i suoi maestri.

Si rifiuta di svolgere il servizio militare e viene chiamato come obiettore in una clinica per tisici ed asmatici, dove farà la sua prima esperienza con le droghe.

Materia prima

Divenuto ormai tossicodipendente, si trasferisce ad Istanbul, in Turchia, la meta di tanti giovani europei hippies che negli anni ‘70 fanno propri i temi sdoganati dalla “beat generation”, nata negli Usa sul finire degli anni ‘60. La sperimentazione delle droghe, il sesso libero, il rifiuto del capitalismo e del materialismo, la scoperta delle religioni orientali: i giovani sovversivi che ascoltano Bob Dylan, The Doors e Lou Reed vogliono questo negli anni ‘70.

La vita di Harry, viaggiando tra Istanbul, Berlino, Gottinga, negli anni tra il 1967 e il 1980 è un giro sulle montagne russe, dove ogni azione è dettata da due necessità: scrivere e drogarsi.

Le esperienze di Jorg ed Harry si confondono in questo racconto e il lettore non percepisce il confine tra l’invenzione del personaggio e l’elemento autobiografico delle scrittore.

Harry, dopo Istanbul, viene a contatto con i movimenti studenteschi socialisti e comunisti, con i dibattiti e le occupazioni degli universitari nella Berlino Ovest degli anni ‘70, ancora divisa dal Muro. Conduce una vita da balordo: vive nella comune di Berlino, trova diversi lavori che poi abbandona, si droga, invia incessantemente il suo libro a qualsiasi casa editrice «La posta faceva soldi a palate con gli scrittori falliti». La droga, l’aspettativa di diventare l’Henry Miller della letteratura tedesca, l’amore per Sarah sono i punti fermi della sua vita. «Sarah aveva diciannove anni e mi faceva pensare al Cantico dei cantici: “Come sei bella, amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe dietro il tuo velo”. Adesso era a Berlino anche lei ed io ero fermamente deciso a non separarmene mai più». Sarah lo lascerà proprio a causa del suo modo di vivere dissoluto, come faranno anche le altre donne che seguiranno.

L’oppio iniettato direttamente in vena, la scrittura, il sesso, lo stile di vita confuso e alla giornata, fanno della vita di Harry «una stagione all’inferno», come scrisse Rimbaud.

© CC BY-SA 3.0 Olivier92

D’altro canto, lo stesso Fauser è riconducibile alla categoria degli scrittori maledetti, tanto da essere definito da Charles Bukowski “il duro per eccellenza”. I tasti della macchina da scrivere di Fauser sono proprio quelli della durezza di cui parlava Bukowski, allorquando in “Materia prima” descrive lucidamente la tossicodipendenza: «La dipendenza ti fa chiudere in te stesso, e solo quando l’organismo ti lancia l’allarme torni ad affrontare il mondo esterno che non ci mette niente a gettarti nel panico». Ma in questo libro non c’è solo un tossico dalle vene ormai “bruciate”, c’è anche un uomo capace di tornare a godere delle gioie dell’amore dopo l’abbandono di Sarah, tra un disco dei Beatles ed una lettura di Dostoevskij. «Con Bernadette ogni bacio era un attacco selvaggio, un assalto che toglieva il respiro, un darsi in totale abnegazione». Soprattutto c’è la fiducia in sé stesso di poter diventare uno scrittore a qualsiasi costo, nonostante i rifiuti, armato della sola certezza di possedere quella “Olympia splendid 33”, la macchina da scrivere che gli ha regalato Sarah: «Provai i tasti. Si, era possibile vivere di scrittura. Mi batteva forte il cuore. Una macchina da scrivere era un’arma. Non dovevo dimenticarlo mai. Avevo sempre avuto la sensazione di dovermi difendere dal mondo e ora avevo trovato la mia arma».

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Blowin’ in the wind

Jörg Fauser 

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