Toscanini, il Fascismo, l’Italia repubblicana e l’omicidio di un luminare: quali migliori ingredienti per una storia di successo? Come nel romanzo di Filippo Iannarone, “Il complotto Toscanini (Piemme, 383 pag.,19,90 euro). L’autore, alla sua opera prima, intreccia fatti storici e fiction in modalità da giallo storico avvalendosi di ricerche in archivio, incluso quello del Quirinale.

I fatti: nel 1931 Toscanini è afflitto da una grave borsite alla spalla destra che gli blocca il braccio costringendolo a dirigere solo col sinistro a Bayreuth, e a interrompere dei concerti con la Filarmonica di New York: rischia la fine della carriera quando viene a sentire delle cure miracolose del dottor Alberto Rinaldi, medico di Piazze, uno sperduto paesino del senese. Il maestro vi si reca e comincia la cura nel 1932. Già al primo trattamento riprende la mobilità dell’arto. La terapia, anche perché lui era molto indisciplinato, non si risparmiava e ignorava le raccomandazioni di riguardare l’arto, va avanti fino al 1935 e fra i due nasce una amicizia. La notte del 27 settembre 1935 Rinaldi viene massacrato da sconosciuti con una mazza di ferro mentre rincasava. Toscanini, che era a Piazze, rimase scioccato e partecipò anche al funerale dell’amico. Attorno al medico benefattore ruotava la vita di tutto il paese, che in breve sviluppò una florida economia e richiamò famose personalità (Italia Garibaldi, Stravinsky, Gucci, Ferragamo, il principe Boncompagni Ludovisi, Horowitz, Respighi). La vicenda emana tuttora un alone di mistero. A Piazze vivono, e risiedono nelle stesse ville di un tempo, i discendenti del medico e alla pronipote Susanna Rinaldi si deve il bel libro di memorie di famiglia “Il medico di Piazze” (Ed. Emmecipi, 18 euro). Sul movente dell’omicidio molte le ipotesi: colleghi invidiosi, le case farmaceutiche, i fascisti. L’autore opta per quest’ultima. Il processo che seguì fu una farsa e qui, con la ricostruzione avvincente di un cold case, si riallaccia il romanzo-indagine di Iannarone, navigando fra realtà e finzione.

Filippo Iannarone © Michael Belk

Lo spunto è l’intenzione nel 1949 del Presidente della neonata Repubblica, Luigi Einaudi, di nominare Toscanini senatore a vita: il curriculum deve essere specchiato e in quello del maestro c’è invece l’ombra del delitto Rinaldi. Viene incaricato allora di condurre indagini segrete un colonnello eroe della Resistenza, Luigi Mari: nome dietro cui si cela uno zio dell’autore, il generale Michelino Iannarone. Fra una cura e l’altra, Toscanini, la cui presenza a Piazze risulta anche dalla fondamentale biografia di Harvey Sachs, non smentì la sua fama di tombeur de femme e intrattenne vivaci relazioni con le signore del posto, in particolare con Gelsa, la bella locandiera del ristorante dove mangiava.

Ma perché era lì la notte del delitto? Cosa lo legava a Rinaldi oltre ad affinità di carattere (entrambi peraltro nati il 25 marzo), l’avversione al Fascismo e la riconoscenza per la guarigione? Perché a casa del medico fu trovata una fortuna in denaro contante? Domande su domande cui il romanzo, imboccando una strada investigativa diversa da quella ufficiale, trova convincente risposta. Un caso di eclatante «mala giustizia con collusioni fra magistrati, regime e stampa. Il giallo è il collante, ma il mio interesse è rivolto al coraggio, è una storia di coraggio», spiega Iannarone ricordando il clamoroso diniego del maestro a Hitler.

Arturo Toscanini – 1944

Toscanini, nel 1933, fece aspettare il Führer un mese prima di rispondere “no” al suo invito a tornare a dirigere a Bayreuth. Il maestro interruppe ogni rapporto col Festival wagneriano, dove avrebbe dovuto dirigere per la terza volta, dopo le misure razziali contro gli ebrei nella Germania nazista, e l’esilio forzato di grandi musicisti come Otto Klemperer, Bruno Walter e Fritz Busch. Un paio di anni prima, nel 1931 – e anche questa è storia – Toscanini fu protagonista di un celebre episodio che determinò la chiusura dei suoi rapporti con l’Italia fascista: per essersi rifiutato di intonare l’inno fascista “Giovinezza” e la “Marcia Reale” a un concerto al Comunale di Bologna in memoria dell’amato compositore Giuseppe Martucci in presenza di alcuni gerarchi. Il maestro fu aggredito con schiaffi e pugni da una squadraccia fascista da lui poi definita in un telegramma a Mussolini “una masnada inqualificabile”. Dopo l’Italia arrivò la fine dei rapporti con la Germania nazista nel 1933 e, nel 1938, dopo l’Anschluss dell’Austria al “III Reich”, Toscanini ruppe anche con il Festival di Salisburgo. Con l’introduzione delle leggi razziali in Italia, da lui qualificate come “roba da Medioevo”, il maestro si spinse a scrivere in una lettera “maledetti siano l’asse Roma-Berlino e la pestilenziale atmosfera mussoliniana”. Toscanini si trasferì a New York e chiuse i ponti con l’Italia facendovi ritorno solo nel 1946 per la riapertura della Scala. Il suo appoggio agli ebrei lo portò invece a dirigere, gratuitamente, a Tel Aviv lo storico concerto del 26 dicembre 1936 per l’inaugurazione dell’Orchestra Filarmonica di Palestina (l’attuale Filarmonica di Israele) dove trovarono rifugio tanti musicisti ebrei europei fuggiti dal nazismo.

Tornando al nostro romanzo, per l’autore Toscanini è un esempio di coraggio. Anche il dottor Rinaldi ha dato prova di coraggio col suo impegno e la sua abnegazione per i pazienti. «Inoltre», racconta Iannarone, «essendo io figlio e fratello di medici, l’immagine del medico missionario cozzava con l’omicidio». Per la cronaca Toscanini, in una lettera a Einaudi, ringraziò e si disse onorato, ma rifiutò la nomina a senatore con questa motivazione: «schivo da ogni accaparramento di onorificenze, titoli accademici e decorazioni, desidererei finire la mia esistenza nella stessa semplicità in cui l’ho sempre percorsa». Grazie alle cure del dottor Rinaldi il maestro poté peraltro continuare a dirigere per altri 20 anni.

Flaminia Bussotti

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