Gerda e Friedmann © Helenajaneczek.com

Gerda e Friedmann © Helenajaneczek.com

«Un quotidiano che porta la data del 27 luglio 1937. C’è scritto che Madrid resiste eroicamente, anche se con l’aiuto criminale dell’aviazione tedesca e italiana il nemico è avanzato verso Brunete, dove è successo un fatto tragico. È caduta una fotografa venuta da lontano a immortalare la lotta del potere spagnolo, un tale esempio di valore che il generale Enrique Lister si è inchinato alla sua bara e il poeta Rafael Alberti ha dedicato le parole più solenni alla compagna Gerda Taro».

Quella fotografa caduta sul fonte spagnolo, dove infiamma lo scontro civile tra i repubblicani del governo in carica e i nazionalisti di Francisco Franco, è Gerta Pohorylle, una ventisettenne arrivata da Parigi con il proprio compagno, il fotografo ungherese André Friedmann.

Gerda (come preferiva essere chiamata) nasce nel 1910 a Stoccarda, da una famiglia borghese di ebrei polacchi. Vive a Lipsia, città in cui si trasferisce con la famiglia poiché qui il padre ha rilevato una redditizia attività commerciale, fino a quando il clima repressivo della Germania (dove Hitler sta cominciando la propria ascesa al potere) la porta a Parigi, la città della moda e dei bistrot, ideale per una ragazza moderna che vuol vivere liberamente.

La ragazza con la Leica © Guanda editore

La ragazza con la Leica © Guanda editore

A Parigi incontra, tra gli altri, tre persone che vengono sedotte (e spesso deluse) dal suo elegante e vivace carisma che li segnerà per tutta la vita: Willy Chardack, Ruth Cerf e Georg Kuritzkes.

I ricordi di Willy, Ruth e Georg di quella giovane fotografa che voleva conquistare il mondo, prendono forma nel libro vincitore del Premio Strega 2018 “La ragazza con la Leica(18 Euro, Guanda editore), di Helena Janeczek, scrittrice e giornalista di origine ebreo-polacca, nata nel 1964 a Monaco di Baviera e che vive da oltre trent’anni in Italia.

“La ragazza con la Leica” non è né una canonica biografia, né un convenzionale romanzo, ma una originale narrazione divisa in tre capitoli in cui Willy, Ruth e Georg sfogliano il proprio album dei ricordi su Gerda.

Gerda Taro, Passo di Navacerrada, maggio 1937 © Helenajaneczek.com

Gerda Taro, Passo di Navacerrada, maggio 1937 © Helenajaneczek.com

A dare il flash d’inizio è un «Hold on, sir, call from Italy for you». Willy, che vive nel North Buffalo, riceve una telefonata e capisce fin dalla prima parola proferita che dall’altro capo del filo c’è Georg, quell’amico di Lipsia che studiava medicina con lui a Parigi e che adesso lavora presso la sede di Roma della FAO. Georg lo ha chiamato per congratularsi per l’ultimo riconoscimento scientifico ottenuto. È inevitabile che, chiusa la cornetta, entrambi si lascino irretire dalla sirena del ricordo di quando incontrarono quella ragazza sfrontata e brillante di cui si erano innamorati entrambi. Il “Bassotto” (come Willy veniva chiamato all’epoca) ha scolpito nella mente il giorno in cui l’aveva vista per la prima volta, di spalle, davanti alla vetrina di una modista, e aveva desiderato che il tram non fosse ripartito finché lui non avesse visto il volto di quella donna “di un’eleganza irreale, cinematografica”. L’avrebbe conosciuta di persona qualche giorno dopo, presentatagli dai suoi due amici Ruth e Georg, con cui Gerda era già in confidenza. Le avrebbe dato lezioni di chimica, si sarebbe lasciato conquistare dalla sua freschezza e dalla sua spregiudicatezza, ne avrebbe ammirato il fatto di essere l’unica ad essere arrivata a Parigi con un mestiere con cui mantenersi, quello della dattilografa, avrebbe visto il suo primo approccio alla fotografia e avrebbe pensato che sarebbe durato poco, sbagliandosi, perché Gerda sarebbe diventata una vera professionista della fotografia di guerra.

Gerda e Pieter Bote a Stoccarda © Helenajaneczek.com

Gerda e Pieter Bote a Stoccarda © Helenajaneczek.com

Quando Willy ripercorre i tempi passati delle vicissitudini con Gerda, sono sempre presenti anche Ruth e Georg, gli altri due rullini che Helena Janeczek ha sviluppato per far conoscere la ribelle quanto affascinante fotografa polacca.

«Guardala questa piccola donna che attrae tutti gli sguardi, questa incarnazione di eleganza, femminilità, di cui nessuno sospetterebbe mai che ragiona, sente e agisce come un uomo», aveva pensato Ruth della “bambolina di Stoccarda”, divenendone amica intima, lasciandosi anche a volte ferire da quella personalità così esuberante, ma perdonandola sempre.

Georg (che spesso scrive a Ruth invitandola a venire a Roma per farle da Cicerone) ai tempi dell’Università a Parigi aveva invece avuto la meglio sul dott. Chardack, e persino sul precedente fidanzato di Stoccarda: era riuscito a conquistare «quella ragazza carina a cui, come il destino, non si poteva che correre dietro».

Poi era arrivato André Friedmann, e Ruth ricorda bene anche adesso di essere stata lei a presentarlo a Gerda e di «quando a Parigi si scambiavano le loro storie di galera e le sembrava di assistere ad una tenzone tra amanti». Due animi ribelli e battaglieri come quelli di Gerda e André, arrestati per motivi politici, entrambi militanti nelle file dei comunisti, non avrebbero potuto non amarsi reciprocamente, ciascuno con la propria istrionica personalità. Era stata Gerda a pensare che se si fossero dati un nome più cosmopolita, avrebbero potuto avere più fortuna come fotografi: Robert Capa, il fotografo molto celebre in America, ma non ancora in Europa, e la sua compagna Gerda Taro, i “Bonnie e Clayde” dei reportage di guerra. Con quelle speranze avevano raggiunto la Spagna, ma di Gerda, a Parigi, ne sarebbero tornate solo le foto scattate dalla sua Leica.

Gerda Taro, Davanti all'obitorio dell'ospedale di Valencia, maggio 1937 © Helenajaneczek.com

Gerda Taro, Davanti all’obitorio dell’ospedale di Valencia, maggio 1937 © Helenajaneczek.com

“La ragazza con la Leica” è il risultato di un lavoro da certosino dell’autrice che, appassionatasi al personaggio di Gerda attraverso la mostra e le biografie curate da Irme Schaber, ha svolto una profonda ricerca delle fonti presso lo “Staatsarchiv Sachsen” di Lipsia, le sedi universitarie de “La Sapienza” di Roma (consultando i volumi del prezioso archivio dedicato al filosofo della scienza Vittorio Somenzi) e dell’Università di Basilea, nonché presso l’associazione “Kampfer und Freunde der Spanischen Republik”.

Di questa meticolosa indagine al lettore è stato consegnato solo il risultato finale, l’immagine di Gerda attraverso i cassetti della memoria dei suoi tre amici che la raccontano. La penna della scrittrice è sapientemente riuscita a romanzare la realtà dei fatti e del contesto socio-politico di quel delicato periodo storico che vide l’ascesa del Nazismo in Germania, del Fascismo in Italia e della dittatura di Franco in Spagna.

Non a caso, la stessa Helena Janeczek, nei ringraziamenti finali scrive «Grazie a chi ha cercato di mettere un freno alla mia smania di documentazione, ricordandomi che stavo scrivendo un romanzo. È vero: pur aderendo alle fonti, l’anima del libro è, per forza di cose, frutto della mia immaginazione».

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Tributo a Gerda Taro

© Youtube Elena Dilascio

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