inclusione_04Il 26 Marzo del 2009 la Germania ha firmato la convenzione europea per i diritti dei disabili, impegnandosi a chiudere le scuole speciali per permettere a tutti gli alunni, con bisogni speciali e non, di stare insieme nella stessa classe. Questo primo passo verso l’inclusione scolastica e sociale ha sollevato molti dubbi sull’efficacia della stessa; sono molti, tra gli insegnanti, i genitori, gli operatori del settore e i politici a criticare e a temere l’inserimento dei bambini disabili nelle classi normali. I timori vengono giustificati sia sul piano culturale, che su quello economico: gli insegnanti delle classi normali non sarebbero formati per un cambiamento come questo, anche perché richiederebbe un intervento economico che la Germania non può e non vuole affrontare permettersi.

inclusione_02In sette anni il radicarsi di questi dubbi ha fatto in modo che la firma del trattato sia stato un gesto puramente meccanico, forzato nel movimento dalla mano invisibile dell’Europa, che vorrebbe che gli Stati che compongono il suo puzzle si somigliassero nei diritti delle persone e, anche perché, la Risoluzione del 3 dicembre 2008 ha chiarito che il Bundestag, secondo la sua comprensione della Convenzione delle Nazioni Unite, impone una scuola “a sistema di istruzione inclusivo”. Di fatto alle Regioni che compongono la Germania e alle scuole presenti nel territorio è concessa un’ampia autonomia: quella di decidere che le strade dei normodotati e dei diversi restino rigorosamente separate, che i loro destini non si incrocino mai. Questo sia per il bene dei normali, che non possono rischiare di rimanere indietro nella folle corsa verso il progresso, sia per quello dei diversamente abili (o disabili o handicappati, nella traduzione corretta dalla lingua tedesca) ai quali viene evitato il frustrante confronto con una normalità irraggiungibile. Con un sospiro di sollievo da parte di genitori, insegnanti e istituzioni.

Ma la Convenzione e la firma, seppure tracciata da un movimento involontario, pesano sulla coscienza della Germania che, continuando a trasportare un fagotto di colpe storiche, non se la sente di aumentarne la quantità. I diritti delle persone disabili, rischiano di diventare un peso insopportabile per uno Stato forte e inviolabile come quello tedesco.

inclusione_05L’Italia ha superato da quarant’anni questo dilemma che ora grava sulla Germania. In Italia, si è approfittato di un momento favorevole al cambiamento, in cui venivano messi in discussione valori e principi a livello globale. Un gruppo di legislatori illuminati ha elaborato e approvato, intorno agli anni Settanta, leggi rivoluzionarie, che hanno permesso un cambiamento etico e morale accolto dalla società mentalmente pronta.

L’inclusione scolastica in Italia è stata un’inclusione sociale, ma non ha funzionato dappertutto. Dopo quarant’anni ci sono ancora episodi di discriminazione, di mal funzionamento dell’inclusione e sono in tanti a lamentarsi. Ci si lamenta perché lo Stato taglia i fondi, perché le strutture scolastiche collassano, perché le ore di sostegno vengono ridotte, così come i beni essenziali che mancano in alcune scuole. Gli italiani si lamentano. Forse è qui la grande differenza con la Germania. L’Italia si lamenta, ma non mette in discussione il modello di inclusione. Ci si indigna insieme, il mal funzionamento genera scandali. Gli articoli dei giornali riportano reazioni indignate.

inclusione_01In Germania, invece, ci si interroga. Ci si chiede se un tale modello sia legittimo, se non sia meglio separare, in modo che i sistemi funzionino: il sistema normale e quello diverso. Due regioni separate, due mondi che solo si sfiorano nella vita di tutti i giorni: sulle metropolitane, nei negozi, nei parchi, per le strade. Zone che non si possono separare. È difficile tracciare una linea e dire: noi stiamo da questa parte, voi dall’altra. È difficile tracciarla quando l’Europa è nata, almeno in principio, con la funzione di mezzo per cancellare linee e confini. Se non di cancellarli, di renderli quanto più sottili e ardui da individuare, in un movimento di cancellazione globale.

Artemisia si propone di aprire un dialogo tra due Paesi che hanno storie e leggi diverse, ma che fanno parte dello stesso puzzle. Ne fanno parte in modo ancora più evidente da quando la facilità di spostarsi, determinata dall’assottigliarsi dei confini, ha permesso una migrazione massiccia di persone dall’Italia alla Germania. Le persone portano con sé esperienze, idee e visioni della vita diversi dal Paese ospitante, e questa può essere una possibilità per la Germania. Può esserlo nel senso di poter imparare dalle esperienze positive e negative dell’Italia, che da quarant’anni attua un modello di inclusione generatosi nel giro di una manciata di anni e a cui la Germania, dopo sette anni dalla firma della Convenzione, stenta ad avvicinarsi.

artemisia_02Forse proprio grazie al dialogo e al confronto con la realtà italiana, la Germania potrà fare il passo decisivo, affrontando con più strumenti i rischi dell’inclusione. I rischi di una società in cui il tracciare linee può diventare uno scandalo invece che un auspicio.

Ricordo ancora le parole della mia insegnante di storia, Maria Rosa Zanasi, che, nell’ora di educazione civica citò, per spingerci a una discussione: “La peggiore delle democrazie è più auspicabile della migliore delle dittature”.

Noi di Artemisia siamo qui per dire: “La peggiore delle inclusioni è più auspicabile della migliore delle separazioni”.

Artemisia vorrebbe affrontare questo scottante tema nel prossimo incontro presso l’AnE, Arbeitkreis neue Erziehung, dal titolo “Inclusione scolastica: un viaggio possibile tra Italia e Germania”. Interverranno Amelia Massetti, fondatrice di Artemisia, Chiara Giorgi insegnante di sostegno in Italia, Alice Marchetto psicologa, con la moderazione di Barbara Rossi.

Quando:il 7 novembre alle ore 18,00

Dove: ANE Arbeitskreis Neue Erziehung e.V., Hasenheide 54,10967  Berlin

Come arrivare: U7 Südstern

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