Anche in Germania si lavora al nero. Il presidente della Camera, Roberto Fico, non avrebbe pagato i contributi alla sua colf, o a quella della sua compagna a Napoli. Non è chiaro. Provate a trovare a Berlino una Haushelferin, aiutante casalinga questa la traduzione letterale, cioè una collaboratrice domestica, che non voglia essere pagata a nero. La paga minima oraria sarebbe di 8 euro e 80, ma se la proponete, vi ridono giustamente in faccia. Ci si accorda per almeno 10 euro, o 12, e le signore, quasi tutte dell’Europa dell’Est, non vogliono essere messe in regola, perderebbero in parte i contributi familiari per il marito che lavora regolarmente, o l’assegno sociale (416 euro al mese), che verrebbe decurtato. Lavorerebbero per nulla, o quasi. Noi siamo in regola, ma è un caso fortunato, e la signora che ci aiuta da quasi vent’anni, è ormai un’amica. Molte famiglie vorrebbero stipulare un contratto regolare per tutelarsi in caso di incidenti casalinghi, inoltre sarebbe possibile dedurre dalla dichiarazione dei redditi quanto pagato a colf, baby-sitter, badanti. Impossibile, quasi sempre.

Allo Schwarzarbeit, lavoro al nero, dedica un’intera pagina “Die Welt”. Da 9 a 11milioni lavorano di quando in quando al nero, e 2milioni e mezzo esclusivamente al nero. Il danno per lo Stato può essere quantificato nel 10 per cento del Pil. Mi sembra sinceramente esagerato, ma sono calcoli difficili da accertare.

Da quanto leggo su Facebook, sono costretti a lavorare fuori legge molti dei giovani italiani che arrivano a Berlino in cerca di fortuna. Hanno in tasca una laurea che serve a poco, dottori in legge o in filosofia o in scienze politiche, non parlano tedesco, e finiscono nei ristoranti e pizzerie italiane che, protestano, non li mettono in regola. Non vogliono evadere il fisco e sarebbero quasi tutti esenti, dato quel che guadagnano. Finiscono in una spirale diabolica: se non hanno un contratto regolare è impossibile trovare alloggio, e senza un indirizzo ufficiale non possono ottenere l’Anmeldung, la registrazione come residenti, e senza l’Anmeldung non trovano un’occupazione regolare.

Il quotidiano riporta il caso di Agnieszka, signora polacca, che lavora in sette famiglie per 13 euro all’ora, per un totale di 1.456 euro al mese, naturalmente non garantiti, tra malattie e vacanze dei datori di lavoro. Più di tre volte di quanto guadagnerebbe in Polonia. Secondo l’IW, l’Istituto dell’economia tedesca di Colonia, sarebbero 2milioni e 900mila le famiglie che si servono dell’aiuto di collaboratrici al nero. E le colleghe di Agnieszka sarebbero almeno mezzo milione.

Si lavora al nero nei cantieri, negli esercizi artigianali, non si mette in regola l’operaio polacco o bulgaro che tinteggia le pareti, o la lavorante romena che aiuta la parrucchiera. Ma l’economista Friedrich Schneider definisce il nero «Schmierstoff für die Wirtschaft», lubrificante per l’economia. Molti esercizi chiuderebbero se dovessero pagare i collaboratori in modo regolare. Quante famiglie non potrebbero permettersi la badante per la nonna o il padre se dovessero versare i contributi? E quante donne sarebbero disposte a svolgere un lavoro pesante se dovessero pagare le tasse? Infine, se l’anziano fosse affidato all’assistenza pubblica costerebbero allo Stato molto di più.

La “Welt” si allarma, tuttavia le attività al nero mi sembrano quelle classiche, dove il controllo è difficile. Per le aziende è in diverse attività artigianali è più arduo evadere. Quando la mia auto era vecchia andavo da un meccanico esule della ex Jugoslavia, lui con orgoglio si presentava come jugoslavo. Non volevo evadere. Se in Germania alla sede ufficiale della «casa» chiedi di dare un’occhiata alle vettura, scatta la verifica ufficiale, che nel mio caso costava almeno 600 euro, anche se tutto era a posto. Automaticamente, cambiano olio e candele, ma non danno un’occhiata ai freni, perché il loro computer ancora non lo prevede.

Il mio esule della storia si rifiutava persino di essere pagato. Ma se doveva riparare qualcosa, quasi si scusava: «Purtroppo, la ricevuta deve essere in regola». Lui doveva acquistare il pezzo di ricambio con tanto di Iva e dunque era obbligato a denunciare al fisco il lavoro eseguito. Le colf saranno uguali da Napoli a Berlino, ma perché da noi non si riesce a controllare tutti gli altri?

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Quali sono i controlli per il lavoro nero in Germania?

© Youtube WDRforyou

 

Per gentile concessione di Italia Oggi

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