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Le bustine di zucchero, quelle che ti mettono accanto alla tazzina di caffè, sono importanti per capire un Paese. Nel magazine della “Süddeutsche Zeitung”, allegato alla copia del venerdì, c’è una rubrica che seguo con attenzione, come ho già scritto, la «Gewissensfrage», il problema di coscienza. I lettori confessano i loro dubbi, assolutamente typisch deutsch, impensabili altrove. Risponde il Doktor Doktor Rainer Erlinger, un doppio titolo come una garanzia. I colleghi del quotidiano di Monaco mi assicurano che le lettere non sono inventate.

Helmut da Norimberga si chiede: mia moglie beve il caffè senza zucchero, a me basta una bustina, ma ci portiamo a casa quelle che restano, almeno tre, che usiamo quando abbiamo ospiti. È lecito, o è un furto? Il Doktor lo rassicura: le bustine sono calcolate nel prezzo praticato dal locale, una bustina costa 2 centesimi, e comunque è una pubblicità per il Café, da scrivere con una sola effe. Confesso di aver pensato male di Herr Helmut. Avrà pure una coscienza, ma è un pignolo.

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Lunedì è capitato a me. Per far passare il tempo in attesa di un appuntamento, sono entrato in una panetteria, che vende anche dolci, liquori, caffè e cappuccini, come è frequente da queste parti. A Berlino, e in Germania, non ti gusti l’espresso al bancone. Comunque non ti fanno pagare un sovrapprezzo se te lo servono al tavolo. La commessa mi ha portato il caffè, quello tedesco, in una tazzona, che a me piace. «Le basta una bustina?», mi ha chiesto. «Kein Zucker», le ho risposto. «Io lo bevo amaro». Lei mi ha sorriso: «Allora posso portarmi via la bustina che non le serve?».

Non pensate male. Quel locale fa parte di una catena di Delikatessen, e la ragazza non intendeva usare la bustina per sé. Faceva risparmiare un paio di centesimi alla sua società. Aggiungo che se si fosse messa in tasca la Zuckerbeutel, la bustina, poteva essere licenziata. Non importa l’entità del danno o, se vogliamo, del furto. Conta l’abuso di fiducia. Mentre bevevo il mio caffè prussiano che, nonostante i nostri pregiudizi, contiene più caffeina di un espresso, ho letto sul “Tagesspiegel”, il più importante quotidiano della Capitale, che bisogna stare attenti a caricare il telefonino in ufficio. È prudente chiedere il permesso al capo, altrimenti si rischia di perdere il posto. E la carica costa un paio di centesimi, come la bustina di Helmut.

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A Napoli ti portano l’espresso già zuccherato. O ti portavano, non ci vado da anni. Per me imbevibile, troppo dolce, ma gli amici partenopei mi spiegano che molti clienti in difficoltà riempivano la tazzina con cinque, sei cucchiaini. Quello zucchero, per loro, era nutrimento gratis. Per i prussiani, noi che viviamo sul Mediterraneo saremmo cicale sprecone. Ma le cicale cercano di sopravvivere. Forse la spiegazione degli amici partenopei non è vera, non importa.

Le bustine di zucchero e i centesimi possono essere importanti per l’economia. E per questo i tedeschi non vogliono che vengano abolite le monetine da 1 e 2 centesimi, seguendo l’esempio dell’Olanda, del Belgio, dell’Irlanda, e presto dell’Italia. Lo Stato sarebbe favorevole alla condanna a morte: fabbricare una moneta da 1 centesimo costa 1,65 centesimi. Un’operazione in perdita. Ogni tedesco detiene in media 175 monetine di cui fa fatica a disfarsi. Ma l’abolizione potrebbe provocare un’impennata dei prezzi, avverte l’associazione consumatori. Che fare? Sarebbe una domanda per il Doktor Erlinger.

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Lettura di Leopoldo Innocenti

La fiducia nella satira tedesca

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