Simone Peter © Grüne.de

Il passato pesa sempre in Germania, e impedisce, in parte, misure efficaci contro il terrorismo. Grazie al dna si potrebbe subito avere un quadro preciso del possibile colpevole, ma la legge vieta un’analisi approfondita, per paura di venire paragonati alle ricerche genetiche compiute dai medici nazisti.

Sempre per questo riflesso automatico, la leader verde, Simone Peter, ha protestato contro la polizia che, secondo lei, avrebbe fermato, controllato e respinto i gruppi di giovani nordafricani giunti a Colonia per festeggiare il Capodanno in base al loro aspetto. Una discriminazione razzistica. Ma perché questi gruppi di tunisini, marocchini, algerini, giunti anche dall’estero, si concentravano sulla piazza tra la stazione e il Duomo, dove l’anno scorso sempre da giovani arabi furono aggredite centinaia di donne? Non si può prevenire, e intervenire solo dopo, quando spesso è troppo tardi. Il 90 per cento dei tedeschi, dunque anche chi vota verde o per l’estrema sinistra, elogia il comportamento dei poliziotti.

A Friburgo, a metà ottobre, fu violentata e uccisa una studentessa di medicina. Unica traccia, un capello lungo 18 centimetri, quanto bastava per poter immaginare l’aspetto del presunto colpevole, poi identificato in un profugo afgano minorenne. Ma non tutti gli assassini lasciano sul luogo del delitto tracce evidenti per risalire al loro aspetto fisico, commenta il settimanale “Die Woche”, il Magazin della “Frankfurter Allgemeine Zeitung”.

Grazie ai progressi della biologia molecolare, oggi è possibile dal dna, risalire all’età, al sesso, al colore della pelle, all’origine, africana, asiatica o indoeuropea.

Si può precisare il colore dei capelli, per i rossi con una precisione al 93 per cento, per i capelli neri al 96, per i bruni e biondi all’80 per cento. È possibile anche precisare l’età, con un errore di circa quattro anni. In Olanda, fin dal 2002, la legge permette queste analisi. In Germania, no. Ma il Forensic dna Phenotyping, questa la definizione scientifica dell’analisi, consentirebbe alla polizia di lavorare con maggiore efficacia. Le descrizioni dei testimoni sono spesso inesatte e contraddittorie. Come pretendere che una vittima sotto choc, come nel caso delle donne aggredite a Colonia, si ricordi con precisione l’aspetto dell’aggressore?

Guido Wolf © CC BY-SA 3.0 de Sven Teschke

«Se avessimo potuto cercare subito il colpevole con tutte queste informazioni, lo avremmo trovato molto prima, invece di indagare a tentoni per settimane» protesta il capo della polizia di Friburgo, Bernhard Rotzinger. Invece, si è dovuto controllare il dna di centinaia di uomini, sperando in un colpo di fortuna. Il ministro della Giustizia, del Baden-Württemberg, il cristianodemocratico Guido Wolf, chiede di autorizzare un uso più esteso del dna. «Soprattutto nei casi di omicidio, dovrebbe essere consentito agire senza tanti impedimenti», dice Rüdiger Thust del Bund Deutscher Kriminalbeamter, l’associazione federale della polizia criminale.

Le accuse di razzismo sono infondate. Anzi, al contrario, il dna serve contro i pregiudizi razziali. Proprio in Olanda, si ricorda, nel 1999 venne uccisa una ragazza sedicenne, afgana. Si sospettò subito di giovani profughi iracheni, ospitati in un centro vicino al luogo del delitto. L’analisi del dna dimostrò che il colpevole doveva essere un europeo, e poco dopo venne scoperto il violentatore, un contadino olandese.

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La Cancelliera Merkel sull’omicidio di Friburgo

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