Billy Wilder © CC BY-SA 3.0 Galerie Poll Berlin Christoph Waghubinger

Nei mesi frenetici prima della caduta del “muro”, a Praga parlai con uno dei giovani oppositori. Era da poco uscito dal carcere, poteva tornarci per avermi incontrato. Mi mostrò una carta della Mitteleuropa, disseminata di puntini e di nomi: invece di città e Paesi, erano quelli degli intellettuali nati in quelle terre, pittori, scrittori, attori, registi poi diventati famosi una volta arrivati in Occidente, o emigrati a Hollywood. Come l’ebreo Billy Wilder, nato Samuel nel 1907 a Sucha, in Galizia, allora nell’Impero Austro Ungarico, oggi Sucha Bestidzka in Polonia. A Vienna fece amicizia con il coetaneo Fred Zinnemann, ebreo, nato sempre in Galizia, a Restzow. I puntini erano più fitti, quasi una nuvola, in Galizia, nome scomparso dalle carte geografiche. E dalla memoria. I miei conoscenti tedeschi sanno dove si trova, ma ho chiesto a cinque amici italiani, due hanno indicato l’altra Galizia, nel nord della Spagna, due non sapevano dove fosse, solo uno ha ricordato la patria di Wilder, o di Joseph Roth. Eppure, letteratura a parte, se oggi abbiamo una guerra civile in Europa, in Ucraina, si deve anche alla Galizia. È una storia recente, dell’altro ieri. Wilder nacque nello stesso anno di mio padre, fuggì a Vienna con i genitori innanzi all’avanzata delle divisioni russe nella Grande Guerra, e Hitler lo costrinse a fuggire ancora più lontano, in California. Billy girerà “A qualcuno piace freddo”, il suo amico Fred “Mezzogiorno di fuoco”, due storie americane raccontate da esuli.

L’editore Keller ha appena fatto tradurre “Galizia- Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa”, di Martin Pollack (ottima la traduzione di Fabio Cremonesi), da non perdere per capire la nostra Europa. “Ma da quando la Galizia è scomparsa dalle carte geografiche”, scrive Pollack, “il suo fascino paradossalmente è aumentato”. Nato in Austria, 73 anni a maggio, è stato corrispondente dello “Spiegel” da Varsavia e da Vienna. In Italia, sempre per Keller, è uscito l’anno scorso “Paesaggi Incontaminati”, e per Boringhieri “Il morto nel Bunker”, un’indagine sul padre, che era maggiore nelle SS.

Questo è un viaggio immaginario”, avverte, “attraverso una regione scomparsa”. Ci conduce in un viaggio non attraverso i luoghi, ma attraverso gli esseri umani, un viaggio letterario attraverso i libri, antiche guide, e romanzi. Con felice scelta, ha preferito riportare lunghi brani, lasciando loro il fascino del tempo, piuttosto che cercare di parafrasarli, e interpretarli. Gli itinerari sono precisi, per paesi e cittadine, con le case in legno e i tetti di paglia, attraverso distese sterminate di campi, fiumi, foreste, fino ai Carpazi.

Joseph Roth

La Galizia è come una zattera in balia dei marosi della storia, trascinata e violentata, tra Oriente e Occidente. Leopoli, la Leopolis dei romani, diventa Lwo’v in russo, L’viv, in polacco, Lemberg in tedesco. Bisognerebbe stare in guardia quando un luogo o una città continua a mutare di nome a seconda di chi la occupa. La Galizia vive in una solitudine trasognata, eppure non è isolata, vi è più cultura di quanto le sue insufficienti fognature farebbero pensare”, scrive con orgogliosa ironia Joseph Roth nel 1924. Convivono polacchi e tedeschi, ungheresi, e ebrei, le lingue sono gli autentici confini, ma sono ambigui e confusi. “Essere ebreo e polacco è come essere baciati due volte dalla sfortuna,” sono i versi di Rapaport. Ma li scrive in tedesco.

Gli ebrei sono artigiani, e commercianti, e gestiscono quasi tutte le osterie. Così li accusano di fomentare l’alcolismo dei contadini, che bruciano in una sbornia il misero guadagno di un mese. Erano oltre 800mila gli ebrei di Galizia e chi non riuscirà fuggire finirà nei forni crematori. L’amministrazione pubblica è in mano ai polacchi, ma il potere è a Vienna.

Helene Deutsch © Sigmund Freud Privatstiftung

L’avvocato Wilhelm Rosenbach, aveva lo studio in Ringplatz a Przemysl, “in casa sua, come usavano spesso gli ebrei istruiti si parlava tedesco…Sua figlia Helene, nata nel 1884, si iscrisse dunque a Vienna, dove divenne l’assistente di Sigmund Freud, sposò il medico Gelix Deutsch, e divenne una delle psicoanaliste più note negli Stati Uniti: non sono vissuta a lungo a a Przemysl, e tuttavia essa rimane il centro del mondo per me. Si fugge dalla Galizia, ma non si riesce a evadere. Come Joseph Roth i cui romanzi sono sempre strettamente legati alla sua terra natale. “Io sono un povero ebreo di Brody” rimprovera con masochistico orgoglio all’amico Stefan Zweig, ebreo abbiente di città.

I due scrittori ebrei sono legati da un’antica amicizia, e Zweig tenta invano di salvare Roth dall’autodistruzione. Beve sempre di più, le sue opere peggiorano, scontentano l’editore che non è disposto a pagare anticipi che gli consentano la sopravvivenza. Un rapporto difficile, ed emblematico. La Galizia misera produce talenti, e gli ufficiali dell’impero spediti laggiù, si sentono puniti, in esilio.

Italia-I-Guerra-Mondiale-fanti-classe-1888

I nomi di paesi e cittadine sono ostici, una sfilza di consonanti e poche vocali, come la Przemysil di Helene Deutsch. Eppure sono legati alla nostra storia che ignoriamo. L’Italia entrò in guerra nel 1915, con un anno di ritardo, e pochi ricordano che dichiarammo guerra alla Germania solo nel 1916. Ma gli italiani cominciarono a morire subito, sia pure con la divisa dell’Austria. Gli altoatesini, e anche i trentini che parlano italiano. In 45mila vennero mandati a Przemysil, 45mila abitanti, ai piedi dei Carpazi, nel lembo della Galizia che oggi è Polonia. Era difesa da una cinta di forti lunga 45 chilometri, dove per sette mesi i giovani trentini resistettero alla divisioni russe. Quelli che non morirono, caddero prigionieri, furono condotti a Vladivostock, poi finirono in India, sbarcarono finalmente liberi a Bari dieci anni dopo, nel 1924. E si trovarono nell’Italia fascista. Mussolini li mise in galera, perché non solo avevano combattuto per l’Austria, ma probabilmente erano tornati marxisti.

All’inizio della guerra, gli austriaci (cattivi soldati, ed è un complimento) vennero ricacciati indietro dai russi. I tedeschi vennero in aiuto perché temevano di venire aggirati sul lato meridionale, ma pretesero di prendere il comando. E riconquistarono la Galizia. In questo andare e tornare degli eserciti, ognuno commise atrocità sulla popolazione. Ed oggi, gli ucraini dell’Est e dell’Ovest, anche se la Galizia è stata di nuovo spartita e non esiste più, non hanno dimenticato. Il cuore scomparso d’Europa, uno dei suoi cuori, continua a battere, anche se non sentiamo i suoi battiti.

In occasione di un convegno sulla Grande Guerra a Trento, nel 2015, a cui mi invitarono, ho assistito alla perfomance dell’artista Hannes Egger, 36 anni. Nell’estate del 2013 è partito per la Galizia, voleva andare a Leopoli, ma oggi si trova in Ucraina. Si è fermato in Polonia, ha caricato una tonnellata di terra, nera e fertile, e con un camion austriaco guidato da un polacco, l’ha portata fino al forte di Fortezza, che si vede oggi percorrendo l’autostrada del Brennero. Ha creato un orto in cui ha piantato patate, e alla fine al convegno ha offerto una Kartoffelsuppe, trentina, italiana, polacca, ucraina, galiziana, diciamo europea.

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La zona della Galizia oggi

Curiosità di “A qualcuno piace caldo”

Questo articolo è già apparso sul Quotidiano Nazionale

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