In gennaio, un giudice in un’udienza al Tar di Bologna allontanò un’avvocatessa di origine araba perché aveva il capo coperto dal velo islamico. Poi, all’italiana, il presidente del Tar riammise la dottoressa Asmae Belfakir, 25 anni, praticante dell’ufficio legale dell’Università di Reggio Emilia e di Modena. La legge prescrive che in tribunale si entri a capo scoperto (uomini e donne), secondo l’articolo 129 del codice di procedura civile. Oppure no? Il giudice avrebbe preteso solo il “rispetto della nostra cultura”? Domande scomode, perché a criticare la giovane Belfakir si precipitò subito Salvini. Qualunque cosa sostieni, o il contrario, in Italia vieni subito messo in questa o quell’altra squadra.

Senza timori di politically correct e di opportunità politica, in Baviera hanno deciso che il Kopftuch, il velo islamico appunto, in tribunale rimane tabu. Vietato perché non rispetta la Costituzione tedesca che sancisce la parità tra uomo e donna. Una vertenza che risale alla metà del 1916. Ad Augsburg, la nostra Augusta, i giudici avevano dato il via libera al velo, come aveva chiesto una praticante, una collega dell’avvocatessa Belfakir. Una scelta che aveva suscitato clamore in tutto il Paese, dividendo sostenitori e contrari.

La scorsa settimana il tribunale amministrativo di Colonia ha annullato la sentenza di Augsburg. In tribunale non ci si presenta con il Kopftuch. E la decisione dell’altro mercoledì scorso non è appellabile. In Germania si può porre un limite ai ricorsi, magari fino in Cassazione.

I bavaresi cattolici e reazionari? Se fossero italiani, tutti elettori di Salvini? In questo caso no. In Germania si è in realtà liberali: ognuno vada vestito come gli pare. La Berlino dove vivo è una metropoli multiculturale, ma in tanti anni ho incontrato solo una signora in burka, un paio in chador. Berlino è anche la più grande città turca del continente, con circa 250mila immigrati dal Bosforo, e per strada o in metropolitana è normale vedere ragazze con il Kopftuch.

Ed è strano, o forse no. Un quarto di secolo fa, le loro madri giravano senza velo e in minigonna. Le loro figlie hanno riscoperto la tradizione. Il velo è un segno di sottomissione femminile? Molte giovani turche rispondono di no. Per loro è un segno di identità nazionale. Ho i miei dubbi, ma non importa. Molte ragazze, come protestano quando possono, sono obbligate a vestirsi come pretende il padre.

Però, i tedeschi proibiscono alle dipendenti pubbliche di sfoggiare il velo, alle insegnanti, alle impiegate, o alle poliziotte. Siete funzionarie statali, e quindi rappresentate la Costituzione. Poi, finito l’orario di lavoro, la professoressa o la postina può tornare a casa anche in burka. Ma anche se non ci fosse una legge a vietare il Kopftuch, non si dovrebbe neanche protestare, perché si vuol far rispettare la cultura del Paese ospitante, come si indigna la praticante di Bologna. Una banca può anche obbligare i suoi cassieri uomini a indossare giacche e cravatta, non sfoggiare tatuaggi e piercing, come hanno più volte confermato diverse sentenze.

In passato le decisioni sono state contraddittorie, anche perché la Germania è un Paese federale, e ogni Land può decidere altrimenti. Anni fa, una grande società di cosmetici aveva assunto per una sua filiale una bellissima commessa di origine magrebina. La ragazza a un tratto riscoprì le sue radici, e pretese di servire le clienti con il Kopftuch. Venne licenziata, ma i giudici le diedero ragione. Anche perché una commessa non è una funzionaria pubblica, e una boutique non è un’aula di tribunale. Il risultato è che per prudenza si evita di assumere le giovani musulmane, anche se laiche. Non si sa mai.

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Lettura di Leopoldo Innocenti

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La sentenza bavarese

Per gentile concessione di Italia Oggi

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