Come tutti, a un certo punto, mi chiedo se non ho sbagliato qualcosa, o tutto. Non mi pento della scelta fatta, essere pagato per dire sempre quel che pensi, dovrebbe essere considerato un colpo di fortuna, ma forse sarebbe stato meglio specializzarsi, invece di divagare. Un giornalista sportivo che sa in anticipo lo stato dei polpacci di Dybala è conteso da tutti i quotidiani sportivi.

O il collega che raccoglie in esclusiva le confidenze di Renzi, e l’altro che conosce i segreti della Borsa di Tokyo, non hanno timore di rimanere un giorno a spasso. O i corrispondenti da Bruxelles che si orientano senza timore nella giungla di sigle, percentuali e leggi europee, sui parametri dei pomodori e del latte. Avrei guadagnato di più, chissà, ma mi sarei annoiato a morte.

Scrivere di tutto è più stimolante, purché non si esageri. Il pericolo è diventare un tuttologo. Bene, la mia specialità della non specializzazione sta diventando tra le più richieste in Germania. Generalisten gesucht”, intitola a tutta pagina la “Süddeutsche Zeitung” l’articolo d’apertura del suo fascicolo “Beruf & Karriere”, lavoro e carriera. Cioè si cercano generalisti, che poi sarebbero i jolly. Per la verità, chi si laurea in una facoltà umanistica guadagna di meno di chi ha un diploma in economia o in qualche specialità tecnica: si parte da 33 mila euro all’anno, quasi una miseria al lordo, per giungere verso i 60 anni a poco meno di 50 mila, esattamente da dove parte, ad esempio, un laureato in ingegneria che a fine carriera arriverà a sfiorare gli 80 mila euro. Un laureato in economica o in scienza delle finanze parte da 43 mila euro e supererà i 70 mila prima di andare in pensione.

La situazione cambia, avverte il quotidiano di Monaco, se il laureato in lettere o in filosofia, invece di provare disgusto verso una specializzazione tecnica, unisca alla sua cultura altre conoscenze pratiche. Se arriva in una posizione di comando, le chances di fare carriera e giungere al vertice sono più alte dei colleghi ultraspecializzati. Britta Matthes, direttrice della Berufsforschung, Ufficio per la ricerca professionale a Norimberga, non si meraviglia: «Oggi ci sono molte più prospettive per questi laureati perché le aziende che producono auto o macchine utensili cercano di raggiungere il maggior numero di utenti, e hanno bisogno dunque di persone in grado di comunicare in modo chiaro e semplice. Non si tratta solo di spiegare particolari tecnici». Secondo l’Arbeitsamt, l’Ufficio del lavoro, i disoccupati con una preparazione umanistica sono il gruppo che è più diminuito in assoluto. Per loro le offerte di lavoro sono aumentate negli ultimi due anni del 17 per cento. Per i laureati in materie scientifiche, sono salite del 14.

Ad esempio, Hans-Jörg Stotz, 49 anni, è manager alla Sap (software), ma ha studiato Filosofia e Storia dell’arte a Tubinga, subito dopo è andato negli Usa, dove ha fatto esperienza in società tecnologiche. Quanti possono diventare professori di filosofia o direttori di museo? Thomas Martin, 51 anni, ha studiato storia e russo a Giessen, oggi lavora alla Deutsche Bahn, le Ferrovie, nel settore che studia i cambiamenti nel management, dopo essere stato per anni alla Lufthansa. «Scrissi la mia tesi sull’industria del cotone in Russia, racconta, e subito dopo capii che era finita, dovevo trovare un’altra strada». E si fece assumere come impiegato al check-in della Lufthansa. Lo studio umanistico ti prepara, spiega, al contatto con le persone.

Bisogna aggiungere che, già all’Università, agli studenti si consiglia di seguire semestri in altre facoltà, come economia, legge, o si segue un corso in pubblicità. Essere specialisti di Hegel o di Cartesio serve, ma non basta.

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Studiare per fare l’insegnante non garantisce il posto di lavoro

 

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