Emily Atef © Jessica Backhaus

Era un bel mestiere, il giornalista, appena qualche anno fa. Mestiere, chi lavora per un giornale o una rivista è un artigiano. O lo era. Al giornalismo è dedicato “The Post”, ma la protagonista è in realtà la proprietaria del giornale, Katharine Graham. E al nostro mestiere è dedicato uno dei film migliori in concorso alla Berlinale (che si chiude oggi), “Tre giorni a Quiberon”. Pochi dei nostri critici se ne sono accorti. Non è un caso.

La regista Emily Atef, franco tedesca di origine iraniana, racconta tre giorni nella vita di Romy Schneider. Nel marzo del 1981, l’attrice in crisi, a 42 anni, si è ritirata in un Kurhotel sull’Atlantico, in Bretagna, senza alcol e fumo. Ma accetta di incontrare un giornalista e un fotografo di “Stern”, l’intervista si trasforma in una battaglia crudele. Il film, in un bellissimo bianconero, è la cronaca quasi esatta di quei giorni. Giornalista e fotografo hanno i nomi reali, Michael Jürgs, 73 anni, e Robert Lebeck, scomparso nel 2014. La Schneider, che morirà l’anno dopo, è interpretata da Maria Baümer, candidata all’orso d’argento come migliore attrice, a meno che non vinca la piccola Sara Casu, undici anni, la bambina contesa in “Figlia mia” di Laura Bispuri, unico film italiano in concorso.

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L’amica d’infanzia Hilde cerca di convincere Romy a tacere: «Sono giornalisti, pubblicheranno tutto quello che dici». Ma lei vuol andare avanti. L’intervista è sempre una sfida, intendo quelle vere, non quelle “per finta” alla Fazio, e quelle concordate con i politici. In Italia, sono rimasti in pochi bravi intervistatori, come il nostro Goffredo Pistelli. Un’intervista richiede molto tempo, e spazio che i giornali non concedono più.

Nel 1981 “Stern” vendeva un milione e mezzo di copie. Poi pubblicò i falsi diari di Hitler, e perse un milione di lettori, mai più recuperati. Le riviste, e anche i quotidiani, avevano i loro fotografi, come “L’Europeo” o “Epoca”, nel frattempo scomparsi. Sono scomparsi anche i fotografi. Lebeck scattò in tre giorni oltre 500 foto, che poi pubblicò in un libro. L’intervista alla Schneider, apparsa nell’aprile seguente, è entrata nella storia del giornalismo. Ma al di là del ritratto di Romy, a cui i tedeschi non perdonano di non essere più la sdolcinata Sissi, il tema del film è: fino a che punto si può spingere un giornalista? Lei sembra senza difese. Un tema ancora importante in Germania: la “Süddeutsche Zeitung” ha invitato Jürgs a scrivere cosa avvenne realmente, e gli ha lasciato tre pagine. La storia interessa anche i lettori. Jürgs la fa bere, e la provoca: «Mi guardo sullo schermo…ero veramente così? Non posso più chiederlo a nessuno, sono tutti morti», commenta oggi.

© Rohfilm Factory Prokino Peter Hartwig

C’è chi aggredisce l’intervistato con domande cattive. È più importante porre domande giuste. L’intervista comincia, secondo me, quando l’intervistato crede che sia finita. Si stabilisce una complice fiducia, e si parla a ruota libera. È onesto pubblicare tutto? Lui sa chi sei, dovrebbe stare in guardia. Devo fare un esempio personale. Intervistai Rudolf Augstein, il fondatore e direttore dello “Spiegel” quando la rivista compì 50 anni. Mantenne l’impegno anche se soffriva per un forte mal di denti: «Mezz’ora, non di più», mi avvertì. Indovinai la prima domanda: «Quando ha cominciato ad annoiarsi nel suo lavoro?» Mi invitò a pranzo, conversammo per cinque o sei ore, mi parlò delle sue molte donne, confidenze private. Augstein era un maestro del giornalismo, eppure si fidò. Quando finì l’intervista, e si trasformò in conversazione privata? Non scrissi le confidenze, anche se probabilmente a Augstein non sarebbe importato. Ma io non sono un bravo giornalista.

Alla fine (nel film e nella realtà) Jürgs è preso da scrupoli, e fa leggere il testo a Romy, tolga quello che vuole. Lei cancella solo una battuta sulla madre che la sfruttava, “a lei non piacerebbe”, poi dice: va bene così. Forse lei voleva confidarsi, o giungere a capire se stessa, in un momento cruciale della sua vita. Chissà, un’intervista è un gioco, un duello, un massacro a due, tra sadismo e masochismo. Se è un professionista anche l’intervistatore ne esce provato. Jürgs usò Romy, e lei usò lui? Se si pubblicassero ancora interviste come quella di Quiberon, oggi giornali e riviste non dovrebbero temere la concorrenza dei pettegolezzi online.

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Lettura di Leopoldo Innocenti

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Tre giorni a Quiberon

Per gentile concessione di Italia Oggi

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