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Clan arabi controllano Berlino. Alcune zone della metropoli sono in mano a grandi famiglie criminali, si allarma la “Frankfurter Allgemeine”, o il “Tagesspiegel”, il più diffuso quotidiano della Capitale che nella sua versione cartacea intitola: “Berlin wird arabischer”, diventa sempre più araba. Berlino è multiculturale e contraddittoria.

Vivo nel quartiere di Charlottenburg, borghese e tranquillo, con 350mila abitanti grande quanto Firenze o Bologna, più o meno. Ma per strada non incontro mai un Flüchtling, un profugo. I turchi sono ovunque, e i miei vicini sono da anni integrati, non vivono vendendo kebab, sono diventati stimati professionisti. Bastano dieci minuti in metropolitana e la situazione cambia. In certe vie intorno a Gesundbrunnen, la stazione da cui partono i treni per il Baltico, la polizia preferisce non entrare. Nella Sonnenallee, che è la lunga strada, dove si svolge il film “Good bye Lenin”, il 90 per cento dei negozi è gestito da arabi. E non sempre l’attività del locale è quella che sembra.

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Anni fa, fu lanciata la campagna “Mafia, nein danke”, per denunciare la nostra mafia che stava per conquistare Berlino, almeno nell’immaginazione dei promotori. Erano preoccupati perché un giovane fuori di testa per saldare i debiti di gioco aveva mandato una lettera con minacce a una ventina di nostri ristoratori. Fu arrestato al primo appuntamento con la vittima. Il capo della polizia berlinese protestò invano. La criminalità organizzata italiana a lui non risultava. La mafia opera altrove, come a Duisburg, nella Ruhr. E ricicla miliardi investendo a Francoforte, la capitale finanziaria. A Berlino opera, caso mai, la mafia dell’Europa dell’Est.

Gli immigrati più numerosi sono i turchi, quasi 250mila. Gli italiani sono circa 26mila, forse il doppio secondo i tedeschi, perché molti giovani che arrivano in cerca di lavoro non si fanno registrare. Gli arabi sono il secondo gruppo, grazie ai profughi giunti negli ultimi due anni, oltre 130mila, anche se le autorità confessano che è difficile contarli. E sono concentrati in cinque quartieri. Altri 80mila sono i berlinesi con passaporto tedesco, ma con origini arabe. La polizia berlinese preferisce non usare il termine “mafia” per la criminalità araba, e neanche “Organisierte Kriminalität”, ma parla di «criminalità elevata con strutture arabe». I vari clan, o famiglie, non sono quasi mai in guerra tra loro, si spartiscono zone e attività, e rimangono in contatto. E si organizzano in base al Paese di origine.

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Ad esempio, negli anni Ottanta, arrivano profughi dal Libano in guerra. E sono rimasti. Oggi i loro figli e nipoti non sono integrati, e molti compiono atti di violenza, anche gratuiti. Contro altri immigrati e contro gli ebrei (a cui si consiglia di non farsi riconoscere). Di rado collaborano con le bande di giovani turchi, che gli arabi di solito detestano. I clan si comportano in maniera molto diversa dalla mafia tradizionale che cerca di passare inosservata, e svolge le sue attività in modo discreto, spiegano i portavoce della polizia. Per le famiglie criminali arabe è una questione di prestigio, e quindi di potere, al contrario, mostrare la loro forza ai rivali. Gli atti di violenza non sono sempre diretti a ottenere un maggior profitto, ma per rafforzare la propria reputazione. È una «società parallela», non uniforme, molto sfaccettata, scrive la “Frankfurter Allgemeine”, che è difficile capire, e quindi controllare. Quasi impossibile infiltrare informatori. Al contrario, secondo notizie mai del tutto smentite, sono stati i clan arabi a far entrare nell’accademia di polizia berlinese propri giovani destinati a diventare Polizisten, in grado di parlare la lingua e capire i connazionali. O per aiutarli.

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Lettura di Leopoldo Innocenti

Per gentile concessione di Italia Oggi

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Le operazioni della polizia contro i clan arabi

© Youtube ZDF

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