J. H. W. Tischbein Goethe al Golfo di Napoli © Casa di Goethe
J. H. W. Tischbein Goethe al Golfo di Napoli © Casa di Goethe
Polschiavo

Polschiavo

Poschiavo. Un comune di poco più di 3.000 abitanti incastonato tra l’Engadina e la Valle dell’Inno, la Valtellina e la Valle dell’Adda, a una manciata di chilometri dal confine tra Italia e Svizzera.

Il Cantone è quello dei Grigioni conosciuto ai turisti soprattutto per le sue bellezze naturali. Ed è proprio in questo angolo nascosto di mondo che vide la luce la prima traduzione italiana di “Die Leiden des Jungen Werther” (I Dolori del Giovane Werther) di W.J. Goethe. Tradotta da Gaetano Grassi, l’opera venne stampata presso l’Officina Tipografica Ambrosioni voluta dal Barone svizzero Thomas Franz Maria De Bassus – fondatore della Massoneria di Baviera – per propagandare l’ideologia dell’Ordine degli Illuminati

J. L. Raab Charlotte © Casa di Goethe

J. L. Raab Charlotte © Casa di Goethe

La stamperia di De Bassus traeva vantaggio, per la diffusione capillare nel mercato italiano, del favore delle Poste svizzere, in ordine al controllo delle relazioni con Bergamo, Milano e Venezia, (v. Massimo Lardi – corrispondente di italianOpera – , Goethe e Poschiavo, Quaderni Grigionitaliani, anno LVIII 3, luglio 1999). Grassi fa precedere l’edizione italiana di Poschiavo da un’importante prefazione, che giustifica il suicidio di Werther e dimostra d’essere molto vicina alle idee illuminate: difende il suicida, travolto dalle sue passioni, chiedendo per lui non il biasimo, ma la comprensione. La traduzione tuttavia, non incontrò il favore dello stesso Goethe il quale, in una lettera del 12 dicembre 1781, indirizzata all’amica Charlotte von Stein, si sfoga per una cattiva traduzione italiana, inviatagli dallo stesso autore in forma manoscritta.

TRA I CIMELI LA LETTERA CHE FOSCOLO SCRISSE AL GOETHE
L. G. Sichling Werther © Casa di Goethe

L. G. Sichling Werther © Casa di Goethe

La traduzione del Grassi è uno dei pezzi più interessanti che i visitatori potranno ammirare nella mostra dedicata ai legami tra il Werther e l’Italia che si terrà dal 24 maggio al 20 settembre 2019 presso la Casa di Goethe a Roma. L’esposizione dal titolo “Destino e Poesia. La fortuna italiana del Werther” intende celebrare il successo italiano del celebre romanzo epistolare e si svolgerà in contemporanea con la grande mostra “Goethe: Verwandlung der Welt” [Metamorfosi del mondo] della Bundeskunsthalle di Bonn (17/05-15/09/19), realizzata  a sua volta in cooperazione con la Casa di Goethe, la Klassik Stiftung Weimar, il Frankfurter Goethehaus e il Goethe Museum Düsseldorf e patrocinata dal presidente della Repubblica federale tedesca Frank-Walter Steinmeier.

L. F. Schnorr von Carolsfeld Werther alla scrivania © Casa di Goethe

L. F. Schnorr von Carolsfeld Werther alla scrivania © Casa di Goethe

Ispirato dall’infelice amore di Goethe per Charlotte Buff, Goethe scrive il Werther in quattro settimane, con uno stile e una sicurezza infallibili. Uscito nel 1774 a Lipsia il libro – che si può definire la prima opera generazionale nella letteratura – ha un successo clamoroso e supera subito ogni frontiera. I giovani dell’epoca iniziano a vestirsi alla Werther, frac azzurro e panciotto giallo canarino. Non pochi si suicidano con il libretto in tasca, in un gesto emulativo come su un’onda irresistibile di like e condivisione. Non era questa certo l’intenzione dell’autore che, invece, nella presa di coscienza wertheriana della fatua e mortale esistenza umana, vuole dirci che con l’arte si riscatta la vita. Goethe sacrifica Werther per poi diventare il poeta che fu. Fino ad oggi il capolavoro giovanile non cessa di emozionare i suoi lettori – e soprattutto i giovani.

Anche durante il viaggio in Italia (1786-1788) il poeta dovette confrontarsi con l’enorme successo del suo romanzo. Il 1 febbraio 1788 scrive da Via del Corso 18 (oggi sede della Casa di Goethe): «Qui mi stanno seccando con le traduzioni del Werther: me le fanno leggere, mi chiedono qual è la migliore, e anche se la storia è vera o no! È una calamità che non mi darebbe tregua neppure in India».

J. G. Loehning Tazza e sotto-tazza con ritratto di Werther e Lotte © Casa di Goethe

J. G. Loehning Tazza e sotto-tazza con ritratto di Werther e Lotte © Casa di Goethe

Una sezione della mostra romana, curata dalla direttrice del museo Maria Gazzetti, racconta la storia editoriale del romanzo tedesco attraverso edizioni e illustrazioni provenienti da musei e biblioteche tedeschi, ma ne mostra anche il successo da bestseller grazie a oggetti cult d’epoca, quali una preziosa tazza con i ritratti di Lotte e Werther risalente attorno al 1775 proveniente dal Goethehaus di Francoforte. Verrà esposta – tra l’altro – una scelta delle più significative edizioni del Werther conservate nella ricca biblioteca specializzata della Casa di Goethe, tra cui la prima edizione tedesca del 1774, ma ci sono soprattutto le prime traduzioni in italiano (come quella, appunto, stampata a Poschiavo nel 1782). In mostra anche il noto acquerello “Goethe al Golfo di Napoli” di J.H.W. Tischbein (Napoli, Museo di San Martino) con il poeta vestito alla Werther assieme ad altre opere e illustrazioni di artisti italiani.

T. Patini La morte di Jacopo Ortis © Casa di Goethe

T. Patini La morte di Jacopo Ortis © Casa di Goethe

Una parte importante del racconto della fortuna italiana del Werther riguarda due grandi poeti italiani: Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi. Tra i pezzi forti della rassegna l’esemplare originale della traduzione del Werther di Michiel Salom appartenuto e letto da Leopardi, proveniente da Recanati. È noto inoltre che l’opera “Ultime lettere di Jacopo Ortis” (1799) di Ugo Foscolo si riferisce esplicitamente a quella di Goethe. L’originale della emozionante lettera che Foscolo scrisse nel 1802 a Goethe, presentandosi come giovane scrittore e annunciandogli l’invio di un suo primo volumetto, è stata messa a disposizione dal “Goethe und Schiller Archiv” di Weimar e rappresenta un altro punto culminante della mostra, uno dei suoi documenti storici più significativi.

L’opera di Goethe fu fonte di ispirazione per molta parte della letteratura italiana, dal neoclassicismo ai moderni. Tutti, dal Monti a Guido Gozzano ne furono contagiati. In mostra anche le edizioni curate da Paola Capriolo e Aldo Busi.

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