Le energie rinnovabili sono senz’altro il futuro del pianeta, e la Germania sembra esserne pienamente cosciente avendo varato un ambizioso piano della cosiddetta Energiewende, la svolta (o transizione) energetica. L’uscita dal nucleare, decisa dopo la catastrofe giapponese di Fukushima, è prevista a scaglioni entro il 2022 e non pochi sono i problemi legati a quest’uscita, ad iniziare dai costi.

Tuttavia, soprattutto negli scorsi anni, un vero e proprio boom lo ha registrato l’industria di produzione dei pannelli solari. In Germania, in particolare, la “Solarworld AG”, azienda con sede a Bonn, quotata in borsa a Francoforte, che si occupa dalla commercializzazione dei pannelli solari alla promozione e costruzione di impianti a energia solare, ha vissuto bei momenti di carattere economico. Ma non è più così. L’industria cinese del fotovoltaico ha fatto drasticamente abbassare i costi di produzione dell’energia, che ora mediamente sono scesi a 0,34 euro per watt. Alla Solarworld costa invece 0,46 euro per watt. Di conseguenza il fotovoltaico in Germania nei primi 9 mesi dell’anno scorso ha bruciato più di 100 milioni di euro, tanto che sono previste forti riduzioni di personale nel settore, o ristrutturazioni aziendali, come di solito vengono chiamate tali operazioni.

In compenso il mercato tedesco ha uno sfogo all’estero, in particolare in Africa, dove il sole di certo non manca. Nel Nord del continente c’è infatti più di due volte luce solare per metro quadrato che in Germania. E un Paese come il Marocco, privo di risorse petrolifere e di gas, ha deciso di fare un passo avanti nell’autoapprovvigionamento energetico attraverso l’energia fotovoltaica. Il re Mohammed VI ha fatto costruire il più grande impianto di produzione di energia fotovoltaica al mondo, il “Noor 1”. L’impianto, che prevede ben quattro sezioni (il “Noor 2”, già programmato lo scorso anno, il “Noor 3” entro il 2017 ed il “Noor 4” che deve ancora andare a gara d’appalto per la costruzione), per il momento ha una capacità di produzione d’energia di 160 Megawatt. Alla fine dell’intero progetto dovrebbe ricoprire una superfice di ben 30 chilometri quadrati, producendo circa 560 Megawatt per fornire di energia più di un milione di case. Il solo “Noor 1” già fornisce energia “verde” a più di un milione e 330mila persone. Il re Mohammed Vi può essere definito come il “re Sole”, visto che entro il 2020 ci sarà un aumento del 42 per cento di energia verde nel Paese nord-africano.

A finanziare il progetto ci hanno pensato diversi Paesi: l’Arabia Saudita, la Spagna, la Francia e la Germania. Quest’ultima ha impiegato 2,2 miliardi di euro, con un prestito pari a 829 milioni di euro, attraverso la KfW (Kreditanstalt für Wiederaufbau), ovvero la “banca della ricostruzione”, fortemente voluta dagli americani alla fine delle seconda guerra mondiale per amministrare i soldi del piano Marschall ed oggi di proprietà statale. Sui circa 829 milioni di credito dati dalla Germania al Marocco, ben 435 sono per l’ampiamento delle fonti di energia rinnovabili. Ma non solo.

L’impianto marocchino utilizza il metodo di accumulo solare termodinamico. Ovvero gli specchi solari vanno a riscaldare un contenitore contenente una miscela di olio e sali che assorbe l’energia e la trasporta ad uno scambiatore di calore, per la produzione di vapore attraverso una turbina. Quest’ultima produce energia che deve però essere immagazzinata per la notte o per i momenti di mancanza di Sole. In questo modo l’energia può essere conservata per 7 ore, ma il metodo è fino a 4 volte più costoso del fotovoltaico.

Ebbene l’azienda bavarese “Flabeg” ha consegnato circa 537 mila specchi parabolici, la “Siemens” ha mandato la turbina e la “Basf” il sale liquido. Un impianto a tecnologia “made in Germany” in buona sostanza.

Alla Germania manca il Sole, ma non il modo di sfruttarlo, seppure all’estero.

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L’impianto Noor in Marocco

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