Viviamo in tempi di crisi: economica, sociale e bancaria. Ma c’è chi si difende meglio di altri in tempi così ostili. Gli esempi felici si trovano sempre altrove e notoriamente tra i nostri vicini, che sanno come sfruttare al meglio il loro sistema bancario e, soprattutto, come renderlo efficace senza pesare sui loro bilanci pubblici, rispettando nel contempo le famigerate regole dei “trattati europei”.

Il problema che si pone in realtà è come sostenere l’economia nazionale con investimenti pubblici senza poter ricorrere al finanziamento di una Banca centrale nazionale, dato che i trattati europei lo vietano rigorosamente. E allora come fare per finanziare attività di sostegno all’economia, alle aziende in crisi o in pieno sviluppo? E soprattutto, come farlo a tassi agevolati e senza pesare sui bilanci pubblici di Stati fortemente indebitati?
Come investire direttamente in attività strategiche quali l’economia sostenibile, l’efficienza energetica, l’economia locale o incentivare imprese in via di sviluppo creando posti di lavoro?

La soluzione ce la dà l’Europa stessa, tramite l’articolo 123 del Tfue (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea) che consente agli Stati dell’Eurozona di dotarsi di una banca di proprietà statale e di usarla per finanziarsi presso la Bce (Banca Centrale Europea) ai tassi che questa pratica alle banche (cioè a tassi molto bassi). Infatti, secondo tale articolo «il divieto di scoperto bancario e altre forme di facilitazione creditizia in favore dei governi non si applicano agli Enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca Centrale Europea lo stesso trattamento degli Enti creditizi privati».

Ebbene questi Enti creditizi di proprietà pubblica, che svolgono quindi un ruolo essenziale nel fornire prestiti all’economia reale a basso costo, esistono già da tempo in Germania, con la KfW, e in Francia con la BPI.

La KfW (Kreditanstalt für Wiederaufbau), Istituto nato nel dopoguerra per gestire i fondi del Piano Marshall, è posseduta all’80 per cento dalla Repubblica Federale Tedesca e al 20 per cento dai Länder. Una banca pubblica a tutti gli effetti. Il Sole 24 Ore ci dice che la KfW «svolge molti compiti normalmente ad appannaggio del settore pubblico, resta al di fuori del perimetro del bilancio federale e canalizza tutta una serie di operazioni che altrove figurerebbero nei conti dello Stato per cifre ingenti». Tanto per dare un’idea, ad esempio, nel 2017 la KfW ha emesso 11miliardi di “Green Bonds”, obbligazioni speciali finalizzate unicamente all’allocazione di fondi per finanziare progetti dedicati alla sostenibilità climatica o all’efficienza energetica.

La BPI (Banque Publique d’Investissement) creata durante il mandato di François Hollande ispirandosi alla Kfw tedesca, ha come obiettivo quello di rilanciare la competitività delle imprese e la creazione di posti di lavoro nell’economia locale. È posseduta in parti uguali dallo Stato e dalla Cassa dei Depositi. Come l’analoga sorella gemella tedesca, svolge un ruolo importante di volano dell’economia reale francese e presenta tutti i vantaggi di un ente creditizio pubblico: raccolta di fondi presso la BCE a tassi agevolati ed emissione di prestiti alle piccole e medie aziende a costi limitati.

Ministero delle Finanze © CC BY-SA 3.0 Groucho85 Wikipedia

E veniamo all’Italia e alla Cassa dei Depositi e Prestiti, società per azioni controllata per circa l’80 per cento dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Ha gli stessi obiettivi delle omologhe KfW e BPI, ovvero il finanziamento di Enti pubblici ed investimenti per accompagnare la crescita e lo sviluppo economico del Paese. Salvo che, come ha fatto notare Fabrizio Onida sul “Sole 24 Ore”, solo «una riqualificazione del ruolo e degli strumenti operativi della medesima le consentirebbero una «strategia di partecipazioni azionarie e di finanziamenti a medio-lungo termine che caratterizza da tempo le cosiddette “banche nazionali di sviluppo” come la KfW tedesca». Il che consentirebbe allo Stato Italiano di intervenire in settori strategici, quali Acqua, Energia, Difesa, Telecomunicazioni che sono in parte di proprietà statale in gran parte dei Paesi dell’Eurozona.

Dunque, alla luce di quanto esposto, sorgono spontanee due osservazioni. Da un lato, in Italia emerge la necessità di avere una politica di investimenti per l’economia reale a conduzione pubblica, che Germania e Francia sembrano fare al meglio. Dall’altro, viene da chiedersi come mai la Cassa Depositi e Prestiti non sia ancora stata trasformata in un Ente creditizio di proprietà pubblica, ispirandosi ai modelli tedesco e francese (KfW e BPI), sacrificando così le potenzialità economiche per il Belpaese.

Non serve a nulla additare gli altri come “brutti e cattivi” o all’opposto idealizzarli. In un caso come nell’altro chi ne fa le spese è il “paese Italia”, in cui urgono vere politiche economiche e industriali, possibili persino nel contesto dei trattati europei.

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La Cassa depositi e prestiti e la KfW

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