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L’incontro Merkel – Macron di martedì scorso al castello di Meseberg, solido esempio di architettura barocca 70 km a Nord di Berlino, potrebbe essere stato il punto di partenza di una svolta importante per il destino di questa nostra Europa. I media si sono concentrati soprattutto sul tema dell’immigrazione, in vista del vertice straordinario di fine giugno, ma è dal fronte economico che arrivano le novità più interessanti. Infatti, per la prima volta da quando esiste l’Unione Europe, si è parlato di meccanismi compensativi, vedi trasferimenti di solidarietà, per incentivare le aree dell’unione economicamente svantaggiate. Se non è l’annuncio di una piccola rivoluzione poco ci manca. Ma andiamo con ordine.

Incalzati dalla pressione dei “terribili populismi”, i Capi del governo dei due Paesi più influenti della UE sono stati costretti a muovere un passo verso la riforma dell’Eurozona. Consapevoli che l’atteggiamento alla business as usual, adottato fin qui, avrebbe portato al collasso dell’intero progetto europeo, i due leader si sono dovuti dare da fare. Ed è stata soprattutto Angela Merkel a sorprendere, rompendo un tabù tedesco che durava fin dal tempo dei trattati di Maastricht, nei lontani anni Novanta del secolo scorso. Si tratta dei famosi trasferimenti di solidarietà, oggi ridefiniti budget europeo, al quale la Germania finora si era sempre opposta.

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Il difetto principale dell’unione monetaria, una zona dove vige il sistema a cambi fissi (moneta comune), con una banca centrale (Bce) che secondo statuto deve limitarsi a garantire la forza della valuta e un basso tasso di inflazione (=nessun sostegno al debito dei Paesi membri, anche se poi in realtà Draghi ha aggirato questo limite), è quello di acuire il divario di ricchezza tra gli Stati che hanno strutture economico-finanziarie differenti. Senza la disponibilità dello strumento monetario e valutario in funzione di valvola per i flussi di ricchezza, gli Stati più fragili rimangono in balia del motore più potente a cui devono gioco forza adeguarsi, imponendo al loro interno manovre economiche sempre più restrittive, che alla lunga portano alla recessione cronica. Come è accaduto in Grecia e in Italia. Per questo negli Stati federali sono previsti tutta una serie di strumenti, tra i quali i trasferimenti, per equilibrare i flussi di ricchezza al proprio interno. L’Europa, che non è (ancora) uno Stato federale, ma un insieme di Stati che hanno ceduto delle sovranità importanti, si trova a metà del guado. Ha lasciato la sponda degli Stati sovrani non integrati, ma non ha ancora raggiunto quella dello Stato federale. Uno degli ostacoli principali erano appunto i meccanismi correttivi. Fino ad oggi, per compensare le divergenze economiche si parlava di prestiti erogati dalla Troika da elargire dietro l‘impegno, da parte degli Stati riceventi, ad adottare misure economiche all’insegna dell’austerity: più tasse, tagli allo Stato sociale, pareggio di bilancio. In buona sostanza un ricatto che imponeva agli Stati ristrutturazioni dolorosissime da eseguire in tempi assurdi in modo da garantire il prestito più relativi interessi.

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Oggi invece, per la prima volta Berlino parla di investimenti. La differenza non è solo concettuale, ma sostanziale. Gli investimenti non sono denaro prestato, bensì risorse destinate ad essere direttamente produttive. Un sostegno diretto alla domanda interna e quindi alla crescita economica dei singoli Stati. Insomma, una piccola rivoluzione. Resta da capire come sarà gestito il budget europeo e soprattutto come sarà finanziato. Si parla di tasse sulle transazioni finanziarie o di partecipazione dei bilanci nazionali. Per ora i dettagli non sono noti anche perché non è detto che la riforma passi. L’Olanda ad esempio ha già fatto sapere di non essere interessata.

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La seconda proposta, sempre tedesca perché Macron di idee sembra averne davvero poche, è quella di trasformare il fondo salva Stati (MES), ennesimo meccanismo di elargizione prestiti a strozzo mai decollato, in fondo salva banche. Si dirà: ancora ste banche, ma non dovevano bruciare tutte in quanto simbolo dei poteri forti contro i poveri (e sempre innocenti) popoli? Piaccia o meno le banche rappresentano la dorsale economico finanziaria del sistema in cui viviamo, e fino a quando non si troverà un modo alternativo per concepire gestire e distribuire il denaro, dovremo conviverci. Il fondo servirà da sostegno per quelle banche in sofferenza per i troppi crediti inesigibili, che non riescono sopperire a tale difficoltà con capitale proprio o dei propri azionisti/risparmiatori. Ce ne sono in Germania, ad esempio la Deutsche Bank, ma anche in Italia e sicuramente in Francia e negli altri Stati europei. Una botta di ossigeno per mercati finanziari che, come si è visto sopra, dovranno finanziare il budget europeo.

Come detto in precedenza, le proposte dovranno passare al vaglio dei Paesi membri, ma il fatto che siano partite da Berlino colpisce in modo positivo. Si tratta di un segnale importante. Resta da vedere l’atteggiamento del governo italiano. Se sceglierà un approccio attivo e propositivo potrà dare un impulso importante in direzione delle riforme, se invece ripiegherà su un atteggiamento vittimistico – rancoroso potrà sedersi definitivamente alla destra di Orban.

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L’incontro al Castello di Maseberg

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