Guglielmo Spotorno, New York, 2013, tecnica mista su tela
Guglielmo Spotorno, New York, 2013, tecnica mista su tela
Galleria Lacke & Farben © il Deutsch-Italia

Galleria Lacke & Farben © il Deutsch-Italia

La pittura di Guglielmo Spotorno viene da lontano. Anche se le sue esperienze espositive sono relativamente recenti, la sua pratica pittorica risale all’adolescenza, dunque a oltre sessant’anni fa. Si può dire anzi che Spotorno sia un figlio d’arte, considerando che il padre era un rinomato collezionista e la madre conduceva l’omonima galleria, importante centro culturale nella Milano degli anni cinquanta e sessanta.

Interessato inizialmente al surrealismo, conoscitore del mondo artistico di Albissola, di cui nei decenni passati facevano parte Lucio Fontana e gli esponenti del Gruppo Cobra, Spotorno si è poi avvicinato all’informale, guidato soprattutto da un profondo senso musicale. La sua preoccupazione però non è esclusivamente stilistica e, anche quando dipinge linee e macchie di colore, le interroga per conoscere qualcosa dei loro drammi. Che sono anche i nostri.

Galleria Lacke & Farben © il Deutsch-Italia

Galleria Lacke & Farben © il Deutsch-Italia

I suoi grattacieli di New York e di Berlino, che ci vengono incontro come un sipario di colori, come un pentagramma su cui si disegnano le note musicali di finestre e tende o le aste delle antenne, sono in realtà luoghi di una vicenda dolorosa che l’artista non vuole dimenticare. Mentre per il moderno il soggetto è un pretesto per interrogare i segni, per Spotorno – verrebbe da dire – i segni sono un pretesto per interrogarci sul dramma umano che nascondono. Non siamo però di fronte a una posizione postmoderna: semmai a una preoccupazione esistenziale, a uno sguardo partecipe che l’artista posa sul mondo di oggi.

Guglielmo Spotorno, Berlino Est, 2015, tecnica mista su tela

Guglielmo Spotorno, Berlino Est, 2015, tecnica mista su tela

Berlino e New York, va notato, non sono le città dove Spotorno vive, ma il teatro della vita contemporanea. Così l’artista rovescia il soggettivismo dell’informale in una sorta di oggettività libera che attenua la fisionomia esteriore dell’oggetto, ma conserva la sua verità dolorosa. La sua è insomma una pittura filosofica: le sue Città umanizzate sono in realtà disumane, come lo sono quelle in cui viviamo. Non sono più, per citare Lewis Mumford, città a misura d’uomo, ma a misura di disagio. E proprio di quel disagio parla Spotorno: rivolgendo le domande non a se stesso, ma alle strade delle metropoli, alle finestre e ai tetti delle loro case, ai loro cieli inquinati, alla selva delle loro antenne e conducendo un’intervista con la materia che porta i paesaggi urbani a uscire dal loro mutismo.

Le città allora diventano “umanizzate”: non perché siano antropomorfe, ma perché diventano capaci di farci udire quello che il ronzio della vita e i rumori della chiacchera nascondono. E che invece è l’essenziale: è quel negativo che ci circonda, quella innaturalità di cui siamo vittime, quella assenza di bellezza che ci minaccia, quell’ingiustizia sociale che cerchiamo di dimenticare. Appunto di questo occorre parlare, con un linguaggio che non sia la ripetizione di quello che tutti vedono, ma la scoperta di qualcosa che nessuno aveva visto.  Perché, come diceva Salamov, la storia la scrivono gli storici, ma sono i poeti a giudicarla.

Dove: Galleria Lacke & Farben
Quando: 31 agosto – 31 ottobre 2019

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