Parole spalancate - Alejandro Jodorowsky
Parole spalancate - Alejandro Jodorowsky
Claudio Pozzani © Dino Ignani

Claudio Pozzani © Dino Ignani

Quest’anno il Festival della Poesia di Genova compie 25 anni, ed è orami un appuntamento fondamentale per la vita culturale della città. Cosa l’ha spinta a fondarlo nel 1995 e quali sono le motivazioni che la hanno portata avanti in tutti questi anni?
La prima molla è partita dal fatto che scrivevo poesie e cercavo degli spazi per portarle al pubblico, perché per me la poesia è sempre stata soprattutto oralità. E in questi spazi volevo che ci fossero anche altri poeti insieme a me. Conquistare uno spazio e poi condividerlo con altri è stata la filosofia di base che poi ha portato a un Festival dove chiamavo dei poeti molto più famosi di me per far conoscere la poesia a un pubblico più vasto, non solo quello di settore, senza banalizzarla. Il concetto era quello di far intervenire poeti di tutto il mondo senza filtri critici ne intermediari. Volevo che la poesia fosse nuda, che a parlare fossero i versi senza troppe sovrastrutture accademiche. Questo rimane valido anche oggi: portare la poesia vera al contatto col pubblico.

L’ossario del sole

L’ossario del sole
Scrittore, autore, performer, protagonista della scena underground genovese degli anni Ottanta con il gruppo post-punk Cinano, il direttore del Festival Claudio Pozzani è soprattutto poeta. Il suo ultimo libro “Spalancati Spazi” è una raccolta di poesie edite tra il 1995 e il 2015. Edizione Passigli Poesia, prefazione di Roberto Musappi.

Se si prendono le varie arti e poi si prende la poesia, quest’ultima è chiaramente la cugina povera. Nel senso che se ancora negli anni Ottanta del secolo scorso il poeta era molto presente nella vita culturale del Paese, era un’istituzione importante e anche l’uomo della strada sapeva chi fosse Saba, Montale, Ungaretti, oggi il poeta è praticamente scomparso dall’orizzonte culturale italiano e nessuno, a parte gli esperti di settore, sanno chi è Milo De Angelis o Mario Cucchi. Eppure, manifestazioni come il “Festival della poesia” hanno successo. Come si piega questa contraddizione, se si può parlare di contraddizione?
Sul fatto che il poeta non sia più una figura di riferimento c’è da dire che fino a quando ero ragazzo, e almeno fino agli anni Ottanta, potevi vedere i poeti in televisione. C’erano grandi attori come Vittorio Gassman o Arnoldo Foa che recitavano poesie. La poesia era popolare come la canzone. Anzi di più perché la tradizione poetica italiana è molto forte soprattutto nel Novecento. I media ne parlavano. I poeti avevano addirittura accesso a trasmissioni in prima serata. A scuola la poesia era trattata molto meglio di adesso. Inoltre, la poesia è paradigmatica della società contemporanea. Questo è un Paese dove tutti scrivono e nessuno legge. Tutti quanti si vogliono esprimere su qualche cosa che non conoscono, e non trovano mai il tempo o la voglia di ascoltare quello che hanno da dire gli altri, e questo porta a monologhi tra sordi. Tutto ciò ha sicuramente messo in crisi la poesia in formato di libro. Il fatto che la gente non compri più il libro, ma venga a una manifestazione come la nostra è dovuto principalmente alla dimensione orale della poesia, che è tornata a giocare un ruolo determinante. Io questo lo vedo quando faccio reading all’estero; ancora prima che ci sia la traduzione passa comunque qualcosa, e questa è la vera magia della poesia. Perché è come se ci fossero due canali: uno è quello verbale che poggia sul significato della parola e l’altro è quello aperto dalla presenza fisica del poeta e della sua voce.

Festival della Poesia © Marco Dragonetti 36° Fotogramma

Festival della Poesia © Marco Dragonetti 36° Fotogramma

Si sta riscoprendo l’oralità della poesia
Forse non l’abbiamo mai dimenticata. Io ad esempio ho cominciato a sognare di diventare poeta guardando Ungaretti in televisione. Perché Ungaretti aveva una voce ipnotica. Però è vero che tanti poeti non sanno leggere, e la voce per la poesia è quasi come un corpo.

Cosa pensa dello “Slam Poetry” che punta tutto sulla performance orale?
Mi viene in mente una frase di Hannah Arendt, «la società moderna non vuole cultura, ma intrattenimento».

Pozzani-Jodorowsky-Evuchengko © Gianni Ansald

Pozzani-Jodorowsky-Evuchengko © Gianni Ansald

Quindi la dimensione orale è importante solo in certi casi?
No, non volevo dire questo. Al Festival ho ospitato due volte la finale nazionale di “Slam Poetry” perché mi piace essere aperto a tutte le tendenze. Però a mio avviso svilisce un po’ la poesia, perché ha la tendenza, almeno qui in Italia, a strabordare nel Cabaret. C’è l’aspetto comico, e quindi se un bravo poeta partecipa a uno “slam poetry” arriva sempre ultimo. Per cui alla fine da una parte c’è la poesia vera che fa comunque fatica perché impone dell’attenzione, impone del tempo, e dall’altra c’è una specie di take away.

Il pubblico del Festival è attirato dalla poesia più impegnativa, oppure se ne sta allontanando per seguire queste nuove forme più leggere?
In generale c’è un’attenzione minore per i contenuti più complessi. Questo lo vedi anche nei quotidiani. Gli articoli sono sempre più stretti con titoli acchiappa-like e un sacco di foto. Quindi anche chi prima leggeva con più attenzione, a forza di trovarsi in questa abitudine ad andare veloce è come se avesse perso la capacità di concentrarsi. Detto questo, il mio ruolo come direttore del Festival è quello di proporre al pubblico dei buoni testi e delle buone poesie.

Festival della Poesia © Marco Dragonetti 36° Fotogramma

Festival della Poesia © Marco Dragonetti 36° Fotogramma

Noi viviamo in tempi antipoetici. La poesia è profondità, autenticità, verità, candore addirittura. Ha bisogno di tempi lunghi, riflessioni, sincerità. Oggi siamo in tempi di social, scambi veloci e spesso finti, che sfiorano appena la superfice delle cose. Però mi sembra di capire che ci sia ancora una richiesta di poesia.
Assolutamente sì. Perché la poesia è anche, ad esempio, questo: io scrivo il mio pensiero e lo metto su una pagina. Poi tu magari lo leggi e hai un rapporto con me senza avermi mai visto. È un po’ come un social network, però molto dilatato nel tempo perché magari mi leggi dopo un anno che l’ho scritta. La poesia può fare questo, mettere in rapporto molto profondo due persone che magari non si incontreranno mai. E questo è un po’ simile ai social network in cui hai un’amicizia virtuale.

Il tema di questo Festival è la bellezza. Come intende declinarlo nelle varie manifestazioni?
È un macro-tema. Tra i vari eventi ce ne sarà uno dove saranno presenti filosofi, poeti e anche chirurghi plastici che spiegheranno i problemi etici legati proprio alla percezione della bellezza. Del tipo, arriva una persona che apparentemente non ha bisogno di nessun intervento, ma vuole a tutti i costi fare un’operazione per assomigliare a una star del cinema. In questo caso si può ancora parlare di bellezza?

Festival della Poesia © Marco Dragonetti 36° Fotogramma

Festival della Poesia © Marco Dragonetti 36° Fotogramma

C’è un poeta o artista che è particolarmente orgoglioso di aver portato al Festival?
Ce ne sono tanti. Potrei dire Álvaro Mutis soprattutto per il rapporto umano che ne è nato, oppure Ray Manzarek, l’ex tastierista dei Doors. Poi Manuel Vázquez Montalbán, Tonino Guerra. Tutti grandi personaggi anche a livello umano.

Ha anche portato dei premi Nobel della Letteratura.
Ne ho portati cinque tra i quali Wole Soyinka, Derek Walcott e Gao Xingjian. Penso che cinque premi Nobel qui non li abbiano mai visti.

Per un giovane autore cosa significa partecipare al Festival di Genova. Acquista visibilità oppure il Festival è un evento di cui, una volta terminato, nessuno parla più?
Dipende dai casi. Per esempio, ci sono dei poeti che sono conosciuti localmente, ma non sono stati ancora tradotti all’estero. Noi ci sforziamo di procurare una traduzione che consenta di pubblicare i loro lavori in Italia. Poi c’è da dire che, grazie all’incontro diretto qui al Festival, spesso nascono delle collaborazioni tra poeti che magari non ci sarebbero mai state. Per gli autori giovani è sicuramente un bel trampolino di lancio. Lo vedo dai tanti autori che ogni anno si propongono. Se il Festival non avesse una buona risonanza non lo farebbero.

Festival della Poesia © Marco Dragonetti 36° Fotogramma

Festival della Poesia © Marco Dragonetti 36° Fotogramma

E per una città cosa significa ospitare un Festival della poesia?
Innanzi tutto significa prestigio e quel fascino particolare che solo la grande cultura sa dare. Però qui bisogna fare una distinzione. Purtroppo l’Italia rispetto alle altre nazioni fa molta fatica a capire l’importanza e le potenzialità economiche del lavoro culturale. A Genova, dopo 25 anni, dopo che hai potato cinque premi Nobel della letteratura, hai portato tutti i più grandi poeti degli ultimi 50 anni, ti aspetteresti un supporto maggiore in termini di comunicazione da parte delle istituzioni. E non sto parlando tanto di finanziamenti pubblici, che comunque sono necessari altrimenti non si fa nulla, ma di supporto comunicativo. Esibire il Festival come un fiore all’occhiello, come un biglietto da visita della città, come fanno a Berlino o a Sète in Francia. Ora, questa città ha ereditato due grandi tradizioni culturali dal Novecento: canzone d’autore e poesia. Per la canzone d’autore non c’è mai stato nulla a Genova, penso a un grande Festival o cose simili. C’è il premio Tenco, ma è a Sanremo. Mentre sulla poesia ci siamo noi da 25 anni. Certo, siamo conosciuti però in un mondo in cui la memoria di un pesce rosso è più lunga di quella di un essere umano davanti a uno schermo, hai bisogno di una comunicazione all’altezza, che ti sostenga sempre. Con un budget come quello del mio amico Thomas (Wohlfart, direttore del Festival della poesia di Berlino) è un conto, se invece è un budget in cui devi già tagliare sulla comunicazione perché altrimenti non ti rimangono fondi sufficienti per gli ospiti, diventa tutto molto più difficile.

Visto che lei è stato anche cantante, cosa ne pensa della querelle infinita tra cantautori e poeti?
Guarda, la migliore risposta su questo me l’ha data Fabrizio De André una sera che era venuto al Festival. Io non sono un poeta, mi ha detto, perché io scrivo il 50 per cento di un tutto, che sono le parole di una canzone. Un poeta deve fare il 100 per cento di un tutto.

Subito dopo il Festival di Genova incomincerà quello di Berlino. Vuole mandare un saluto al suo collega Thomas Wohlfart?
Thomas come tutti i direttori di Festival fa parte di una sorta di famiglia fatta di gente coraggiosa e talvolta anche masochista, che mette in condivisione la propria idea di poesia. Conquista uno spazio e poi lo mette a disposizione sia del pubblico sia dei poeti. E questo lo sanno fare in pochi. Per cui lo saluto con affetto e gli faccio tanti auguri per i suoi vent’anni di “Poesiefestival”.

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Il Festival della Poesia di Genova, un mare di parole

© Youtube Elena Chiesa

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Edoardo Laudisi classe 1967, laureato in Economia, scrittore e traduttore. Nel 2001 ha pubblicato il romanzo Zenone (Prospektiva Letteraria) nel 2014 l’ebook Superenalotto (self publishing) nel 2015 il romanzo Sniper Alley (Elison Publishing) e nel 2018 il romanzo Le Rovine di Babele (Bibliotheka Edizioni). Appassionato di poesia, nel 2007 ha diretto e prodotto il documentario Poesia Final con interviste ai maggiori poeti contemporanei. Attualmente vive a Berlino.

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